La modernità nasce anche da una frattura: la progressiva presa di coscienza, da parte dell’uomo, della “morte di Dio”.
Con l’affermarsi della scienza e della tecnica, il mondo sembra non avere più bisogno di un fondamento trascendente. Dio non è più necessario per spiegare il reale, né per orientare il senso della vita. Il pensiero moderno lo mette ai margini con decisione: Karl Marx definisce la religione “oppio dei popoli”, Sigmund Freud la interpreta come proiezione del bisogno infantile di un padre, mentre Friedrich Nietzsche ne proclama la morte con parole che hanno segnato un’epoca. Si apre così una stagione in cui la ragione sembra bastare a se stessa, capace di spiegare, dominare, costruire. Un tempo in cui Dio appare come un residuo del passato, destinato a dissolversi sotto la luce del progresso.
Eppure, il presente racconta qualcosa di diverso.
Viviamo in un’epoca segnata da conflitti, tensioni e guerre, e proprio in questo scenario il nome di Dio torna con forza al centro della scena pubblica. Non come domanda inquieta o ricerca di senso, ma spesso come giustificazione, come legittimazione, come bandiera sotto cui schierarsi.
Nel conflitto in Ucraina si intravede la pretesa di ricostruire un’identità radicata nella tradizione religiosa, quasi una missione storica che affonda le sue radici nella cristianità ortodossa. Negli Stati Uniti, settori dell’evangelismo radicale evocano Dio per sostenere visioni politiche e strategie internazionali sempre più aggressive. In Medio Oriente, il riferimento religioso è costante: da una parte correnti dell’ebraismo ortodosso rivendicano territori in nome della promessa divina, dall’altra il potere iraniano invoca Dio per giustificare la violenza contro gli “infedeli”.
Sembra, paradossalmente, che quel Dio che la modernità aveva cercato di espellere dalla porta stia rientrando dalla finestra. Ma non sempre nella forma di una fede che illumina e umanizza. Piuttosto come un nome conteso, utilizzato, piegato alle logiche del potere.
Di fronte a questo scenario emergono almeno due riflessioni.
La prima riguarda la natura stessa dell’esperienza religiosa. Forse la modernità ha sottovalutato un dato essenziale: la religione non è semplicemente un residuo del passato, ma una dimensione profonda dell’umano. È l’espressione di un desiderio che attraversa ogni epoca: il bisogno di senso, l’apertura a qualcosa che supera l’immediato, la percezione che la vita non si esaurisca nel qui e ora. Questo movimento di trascendenza non può essere cancellato del tutto. La ragione può analizzarlo, criticarlo, ridimensionarlo, ma difficilmente può eliminarlo. Perché esso nasce da una domanda costitutiva dell’uomo: quella sul significato ultimo dell’esistenza.
La seconda riflessione riguarda invece il modo in cui la religione viene vissuta e interpretata. Non ogni forma di religiosità è umanizzante. La storia lo dimostra con chiarezza: quando la religione diventa possesso, quando si trasforma in certezza assoluta da imporre, quando viene usata per dividere e giustificare la violenza, essa perde il suo volto autentico e si trasforma in ideologia.
È qui che il tempo liturgico verso cui ci stiamo dirigendo, la Pasqua, può offrire una chiave decisiva. Se c’è qualcosa che la croce di Cristo mette radicalmente in discussione, è proprio l’uso violento della religione. In quel gesto — un uomo che lava i piedi ai suoi discepoli, un corpo consegnato senza difesa, braccia aperte invece che chiuse a pugno — la fede cambia forma. Non è più strumento di dominio, ma spazio di relazione. Non è più affermazione di superiorità, ma dono che si espone alla fragilità.
Senza quel catino d’acqua e senza quella croce, la religione rischia sempre di scivolare verso la prepotenza: diventa rivendicazione identitaria, arma simbolica, giustificazione dell’esclusione. Diventa, in fondo, una delle tante forme del potere. Il Vangelo, invece, annuncia altro. Parla di un Dio che non si impone con la forza, ma si offre nella misericordia. Un Dio che non divide l’umanità tra amici e nemici, ma la riconosce come una famiglia. Un Dio che non chiede di combattere in suo nome, ma di riconoscersi fratelli.
Forse è proprio qui che si gioca oggi la possibilità di salvare l’esperienza religiosa: sottrarla alle logiche della violenza e restituirla alla sua origine più profonda. Non come possesso di una verità da difendere contro qualcuno, ma come incontro che apre alla responsabilità verso tutti.
Perché il problema, oggi, non è che Dio sia tornato. È capire come è tornato, e soprattutto in quale volto lo riconosciamo.
pubblicato su il Cittadino del 30 marzo 2026








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