è questa la nuova età dell’oro?

La minaccia pronunciata nei giorni scorsi non è un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di una lunga e preoccupante sequenza. Il presidente degli Stati Uniti ha evocato la possibilità di cancellare, nel giro di una notte, un’intera civiltà: quella iraniana, (oggi indegna) erede della millenaria tradizione persiana che da oltre duemila anni attraversa la storia del Medio Oriente. Già questo basterebbe a mostrare l’inconsistenza (o la follia) di certe affermazioni: una cultura non si elimina con la violenza, non si annienta con le bombe. Eppure ciò che più inquieta non è soltanto il contenuto, ma il linguaggio con cui viene espresso.

Da tempo assistiamo a una progressiva escalation verbale: toni sempre più duri, espressioni aggressive, minacce esplicite, addirittura il turpiloquio. In una ricerca continua e maniacale di consenso e visibilità, Donald Trump sembra spingersi oltre ogni limite, trasformando la parola politica in uno strumento di violenza e intimidazione. Non si tratta semplicemente di uno stile comunicativo sopra le righe nè, come sostengono i suoi sostenitori, di una strategia politica. E’ un modo di intendere il potere: un potere che si legittima nella forza, che umilia l’interlocutore, che annienta l’avversario, che riduce la complessità delle relazioni internazionali a una logica di scontro.

I punto è che tutto questo non è innocuo. Le parole costruiscono realtà, orientano percezioni, preparano azioni. Abituarsi a questo linguaggio significa normalizzare la violenza, accettarla come parte inevitabile del discorso pubblico. E così cresce un senso diffuso di precarietà: il futuro appare più incerto, più fragile, esposto alle decisioni improvvise e agli umori incontrollabili di un singolo leader. Anche i rapporti economici e diplomatici, che richiederebbero stabilità e fiducia, diventano instabili, continuamente esposti a rotture e tensioni.

Ci si domanda allora se questa sia davvero la “nuova età dell’oro” promessa dal tycoon. A molti appare, piuttosto, come un tempo inquieto e drammatico, in cui saltano valori e riferimenti costruiti con fatica e si afferma una logica di prepotenza che lascia tutti più vulnerabili e disorientati.

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