Il corsivo perduto

C’è una notizia che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale, quasi curiosa: negli Stati Uniti la Newberry Library di Chicago sta cercando persone capaci di leggere e trascrivere testi in corsivo. Una competenza che fino a pochi decenni fa apparteneva a chiunque avesse frequentato la scuola elementare, oggi rischia di diventare un sapere d’élite. Non è solo una questione tecnica. È un segnale culturale profondo.

La progressiva scomparsa della scrittura in corsivo, sostituita dalla tastiera e dai caratteri digitali, racconta qualcosa di più grande: la frattura tra passato e presente. Come se la catena della trasmissione del sapere si fosse incrinata. Come se, improvvisamente, non fossimo più in grado di leggere ciò che ci è stato consegnato.

Quei documenti conservati negli archivi – lettere, diari, testimonianze – non sono semplicemente oggetti antichi. Sono voci. Sono vite. Sono frammenti di umanità che chiedono di essere ascoltati. Ma se perdiamo la capacità di decifrarli, perdiamo anche la possibilità di entrare in relazione con chi ci ha preceduto. Il passato smette di parlarci. Diventa opaco, muto, distante.

La modernità tecnologica ci ha proiettati con forza verso il futuro. Viviamo in un tempo che accelera continuamente, che innova, che trasforma. Ma questa corsa rischia di avere un prezzo: lo sradicamento. Senza radici, però, anche il futuro perde consistenza. Diventa un orizzonte vuoto, privo di profondità.

Il paradosso è evidente. Più aumentano le informazioni disponibili, più rischiamo di perdere la sapienza. Perché la sapienza non è accumulo di dati, ma capacità di abitare una storia. È continuità, memoria, dialogo tra generazioni. Quando una società non è più in grado di leggere la propria scrittura, non sta semplicemente cambiando abitudine: sta interrompendo una tradizione. E quando la tradizione si interrompe, il sapere non si trasmette più: si spezza.

Forse la sfida che abbiamo davanti non è opporre il passato al futuro, ma ricucire questa frattura. Ritrovare linguaggi comuni tra generazioni. Custodire ciò che è stato senza smettere di innovare. Perché senza questa continuità, rischiamo di diventare una civiltà capace di produrre tutto, ma incapace di comprendere se stessa.

E allora quella richiesta di “trascrittori di corsivo” non è solo un progetto culturale. È un invito, implicito ma urgente: tornare a imparare la lingua della nostra storia, prima che diventi definitivamente indecifrabile.

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