abbiamo lasciato fare…

Terminato il clamore mediatico attorno al caso di Bergamo — un ragazzo che ha accoltellato la propria insegnante — resta lo spazio per una riflessione meno emotiva e più lucida. Non per attenuare la gravità di quanto accaduto, ma per provare a capire. Perché episodi così estremi non nascono nel vuoto: affondano le radici in un contesto che, come adulti, abbiamo il dovere di interrogare.

Tra le molte variabili possibili, una emerge con forza: l’impatto dei social media sulla vita psicologica e affettiva dei più giovani.

Abbiamo vigilato su tutto. Abbiamo vietato alcol e fumo ai minori, impedito loro di guidare, limitato l’accesso a contenuti ritenuti inadatti. Non per spirito punitivo, ma per una consapevolezza precisa: esistono esperienze che richiedono una maturità emotiva che si costruisce nel tempo. Eppure, proprio mentre esercitavamo questa attenzione, abbiamo spalancato senza troppe esitazioni le porte del mondo digitale. Abbiamo consegnato ai nostri figli strumenti potentissimi, come se fossero innocui. Come se fossero neutri. Ma non lo sono.

Non è in discussione la competenza tecnica dei ragazzi — spesso superiore alla nostra — bensì la natura stessa di questi strumenti. Un cellulare non è un oggetto qualsiasi. I social media non sono semplici contenitori da riempire a piacimento. Lo ricordava già Marshall McLuhan: “il mezzo è il messaggio”. Ovvero, il mezzo non trasporta soltanto contenuti: li trasforma, li orienta, li impone. E insieme modifica chi li utilizza.

I social non si limitano a connettere: costruiscono realtà, creano spazi immaginari, ridefiniscono le relazioni, alterano la percezione di sé e degli altri. Alimentano dinamiche di confronto continuo, di esposizione permanente, di ricerca di approvazione. Generano dipendenze — spesso silenziose, talvolta patologiche — e incidono in profondità su una psiche ancora in formazione. Per un adulto strutturato, tutto questo è complesso. Per un adolescente, può essere destabilizzante.

Non sorprende, allora, che in diverse parti del mondo si sia iniziato a intervenire, limitando o regolamentando l’accesso dei minori ai social media: in Australia è legge, in UK, Francia Spagna e Svezia in avanzata fase di approvazione. Né sorprende che anche la giustizia statunitense abbia iniziato a interrogarsi sulle responsabilità delle grandi piattaforme nei confronti dei soggetti più fragili. Nel marzo di quest’anno un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google per negligenza e per non aver avvertito adeguatamente dei rischi per i minori.

Attenzione, però: non è il tempo del proibizionismo. Non si tratta di spegnere tutto. Si tratta, piuttosto, di accendere la consapevolezza, di recuperare una responsabilità educativa che non può essere delegata né alla tecnologia né al mercato. Perché la verità è semplice e scomoda: abbiamo lasciato i nostri figli soli dentro mondi che non sono ancora in grado di abitare.

Serve una risposta, normativa, certo — e in Italia qualcosa si sta muovendo. Ma soprattutto culturale. Serve che il mondo adulto torni a fare il mondo adulto: a guidare, a porre limiti, a spiegare.

In questa prospettiva, non dovrebbe scandalizzare l’idea di introdurre forme di identificazione per accedere ai social media. Non solo per verificare l’età, ma per scardinare quell’anonimato che troppo spesso diventa terreno fertile per violenza e arroganza. Perché dietro un nome fittizio è facile perdere il senso della responsabilità, lasciare emergere rabbia, aggressività, disprezzo.

Educare significa anche questo: accompagnare, proteggere, talvolta dire dei no. Non per limitare la libertà, ma per renderla possibile. Se vogliamo davvero comprendere ciò che è accaduto — e soprattutto evitare che accada di nuovo — dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo: non è solo un problema dei ragazzi. È, prima di tutto, una nostra responsabilità. E da qui, inevitabilmente, dobbiamo ripartire.

pubblicato su il Cittadino del 13 aprile 2026

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