Parole di carta

a strategy to heal

“Face, hands, space” are the three slogans that the British government used in the virus prevention campaign: the face is to be carefully covered with the mask, the hands are to be sanitized constantly and the distance is to be maintained between neighbors. Face, hands and space have become the new boundaries of our lives, the trenches where we defend ourselves from the advance of the invisible enemy. I wonder, however, whether face, hands and space can indicate, at the same time, a possible healing strategy, the path to live our time in peace and serenity.

The masks we all wear does not only protect us from the infection of the virus but, at the same time, hide our faces behind a sad anonymity. The mask makes us safer but also more inexpressive and insensitive. This flap of cloth certainly prevents the transmission of the droplets but, at the same time, it deprives us of the emotions that emerge from the face of the others and of that inner reality which the gaze interprets. The face can turn into a therapeutic indication, a strategy to heal our senses exacerbated by the relational effects of the virus. Learning to see the face of others, their worries and joys, their burdens and troubles, perhaps this can represent a first step to recover a sense of normality that the pandemic has made us lose.

Each of us lives on contact, hugs and physical touch, all of which give us back the meaning and value of our individual being, something we’ve all been missing! The hands, accustomed in the past to continuous exchanges of greetings, remain silent and idle, forced to an unnatural and tiring distance. Touching and being touched is what testifies to our radical openness to the world, our shared being with others. Hands also offer us a possible way for rebirth; we can relearn to touch each other and to recognize the original bond that makes us human. The hands can re-educate our sensitivity to the presence of others, to that fraternity that makes us attuned to the joys and hopes, sorrows and anxieties of people.

And then the space, the distance of at least one meter, that, as a ravine divides us from the body of the other. Covid has forced us to an unusual distance and to an absence that we had never experienced before. We no longer feel the scent or the warmth of others; we are immunized, protected and defended. The meeting is sterilized by any possible emotional and existential infection. It is perhaps the time to reorientate ourselves to relationships, not only physical but also existential. It is time to relearn the “art of companionship” and value the existence of the others, even if it is silent and humble. This is the appeal that social distancing represents for our days: building bridges beyond the ravine, connections beyond isolation.

We do not yet know who we will become tomorrow, but today we can choose to undertake a journey for an  inner healing. This will lead us to become men and women capable of deeper connection, altruistic contact and fraternal affinity.

Parole di carta

Fedez, il palco ed i valori

L’ultimo in ordine di tempo è stato Fedez dal palco del concertone del primo Maggio ma se facciamo un attimo mente locale e andiamo indietro nel tempo ne troviamo molti altri di casi: ricordo, ad esempio, un Salvini d’annata che sbandierava il rosario in piazza Duomo durante un comizio elettorale. Diciamo che Fedez è stato solo l’ultimo protagonista di quella singolare voglia di usare un palcoscenico per affermare (o gridare forse dovremmo dire) i propri valori. D’altra parte un palcoscenico si offre naturalmente come il luogo ideale in cui dare voce ed eco ai valori in cui si crede, siano essi etici o religiosi, civili o morali.

Lo spettacolo, sia esso musicale o retorico, dà forza e valore alla parola pronunciata, ampliandone l’enfasi ed il riverbero. I social “divorano” questi eventi come vere benedizioni, rilanciandoli e magnificandoli. Insomma: pane per i loro denti

Accade così che i valori della fede, nel caso del ledere leghista o della tolleranza e dell’inclusione, nel caso del noto rapper, diventano bandiere da sventolare dall’alto di un palco e slogan da gridare ai quattro venti, quali manifesti di una nuova verità e annunci di future liberazioni.

Confesso che vivo con un certo disagio e sospetto questi atti di spettacolare rivendicazione, fondamentalmente per due ordini di motivi.

Tendo istintivamente a dubitare di chi usa i valori mischiandoli con i propri interessi personali o di parte. Nella storia che ha lottato per i valori ha generalmente pagato di persona un prezzo molto caro: non serve citare Gandhi, o Martin Luther Kiing, o Mandela, o Sacharov o Solženicyn per ricordare il prezzo immenso che ciascuno di loro ha pagato per la difesa in quello in cui credeva. Ecco: il solo sospetto che l’affermazione di un valore possa in qualche modo giovare alla propria causa svilisce e toglie nobiltà al gesto, sospettato di essere potenzialmente opportunistico ed interessato. Si può servire un valore o ci si può servire di un valore: c’è solo una piccola differenza grammaticale, ma la differenza è enorme.

In secondo luogo trovo che vi sia una inevitabile dinamica di semplificazione di quanto viene detto in questi contesti: il valore diviene una bandiera rispetto alla quale prendere posizione, una parola che esige uno schieramento istintivo e emotivo. La realtà viene impoverita e schematizzata, la riflessione banalizzata, la complessità ridotta ad un coro si urla a favore ed urla contro.

Se ci pensate è esattamente quello che è successo dopo il concertone del primo maggio: fiumi di like a favore di Fedez e altrettanti fiumi di contestazioni e critiche. È come se, dopo le parole del noto cantante, non si potesse far altro che schierarsi a suo favore o contro quello che ha detto, in un dualismo un po’ troppo semplificatorio e banalizzante. O di qui o di là, o a favore di quello che ha detto o convintamente contro: è la logica dello stadio in cui le due fazioni si sfidano senza soluzione di continuità, e ciascuna urla all’altra cori beffardi e irriverenti, in un crescendo di opposizione e conflitto.

Eppure, chiunque abbia a cuore un valore, conosce benissimo la fatica della “traduzione”, di quell’arte gentile e faticosa grazie alla quale valore e realtà tentano di dialogare, di interagire e di comunicare. È la logica della mediazione etica, politica e culturale, in nome della quale si tenta di non perdere la complessità delle cose, di non smarrire la varietà e l’articolazione della situazione.

Personalmente ritengo che esista una sola risposta a questo vociare talvolta un po’ confuso e scomposto: rifiutare di giocare con queste regole, rinunciare a schierarsi e a prendere posizione. Non per ignavia o codardia, ma per non alimentare un dibattito che è in realtà uno scontro tra fazioni. C’è una logica semplificatoria che abita questo modo di ragionare che non merita appoggio o rilancio. Di fronte a queste urla preferisco rispondere con un silenzio attivo, attento alle ragioni e ai pensieri, un silenzio abitato dal dubbio, dalla disponibilità al dialogo e al confronto.

Parole di carta

Hands, face, space

Non so se anche in voi sia sorto l’interrogativo su dove ci stia portando questo tempo di pandemia e su come stia trasformando la nostra vita. Chissà come usciremo cambiati da questi lunghi mesi di deserto, da questo tempo sospeso che sta plasmando, goccia dopo goccia, le nostre esistenze quotidiane. “Nulla sarà più come prima” è lo slogan che ricorre frequentemente, così come si sta facendo largo la convinzione che questo tempo non sarà una parentesi momentanea della vita che si dissolverà magicamente quando saremo tutti vaccinati. Il covid è stato un potente acceleratore di processi sociali e culturali in atto da tempo, una sorta di catalizzatore di dinamiche e reazioni che si muovevano sottotraccia nella nostra cultura. È quindi probabile che le nostre esistenze usciranno trasformate da questo periodo e che la fine della pandemia rappresenti non tanto la conclusione di un percorso ma il suo momento iniziale. Ora è prematuro cercare di definire i tratti ed i contorni di questa trasformazione: la storia ci insegna che serve una certa distanza cronologica per valutare processi profondi e complessi. Difficile raccontare un naufragio mentre si sta ancora cercando di aggrapparsi alla scialuppa di salvataggio.

Eppure, benché serva tempo per comprendere chi stiamo diventando, è possibile iniziare a preparare l’uscita da questo tempo buio, propiziando quel percorso di guarigione che richiederà, a ciascuno di noi, impegno, pazienza e determinazione.

“Face, hands, space” sono i tre slogan che il governo inglese ha utilizzato nella campagna di prevenzione del virus: il volto da coprire accuratamente con la mascherina, le mani da igienizzare costantemente e la distanza da mantenere con i vicini. Volto, mani e spazio sono diventati i nuovi confini della nostra vita, le trincee dentro le quali ci siamo difesi dall’avanzare del nemico invisibile. Mi chiedo però se volto, mani e spazio non indichino, allo stesso tempo, una possibile strategia di guarigione, il cammino non per tornare come prima, ma per abitare da donne e uomini il nostro tempo.

La mascherina, che tutti indossiamo, non solo ci protegge dal contagio della malattia ma, allo stesso tempo, nasconde i nostri volti dietro un triste anonimato. La mascherina ci rende tutti più sicuri e più inespressivi ed insensibili. Quel lembo di stoffa ha certo impedito la trasmissione dei “droplets” ma, contemporaneamente, ci ha privato dell’emozioni che affiorano sul volto dell’altro e di quel pezzo di interiorità di cui lo sguardo si fa interprete. Levinas ci ricorda che il volto dell’altro ci interpella e che in esso scorgiamo l’incontro con un’alterità non riducibile. La faccia può trasformarsi in una indicazione terapeutica, una strategia per sanare i nostri sensi ammorbati dagli effetti relazionali del virus. Imparare a scorgere il volto dell’altro, le sue preoccupazioni e le sue gioie, i suoi pesi ed i suoi affanni, forse questo può rappresentare un primo passo per recuperare quella “normalità” che la pandemia ci ha fatto perdere.

Ognuno di noi vive di contatti, di abbracci, di sfioramenti della pelle degli altri, capaci di restituirci il senso ed il valore della nostra persona. Anche questo ci è mancato! Le mani, abituate in passato a continui scambi di saluto, sono rimaste silenziose ed inermi, costrette ad una lontananza innaturale e faticosa. Toccare ed essere toccati è ciò che testimonia la nostra radicale apertura al mondo, il nostro essere con gli altri. Heidegger direbbe che esso esprime il nostro “esser-ci”, il nostro essere-al-mondo, come radicale apertura del soggetto a quanto è attorno. Anche le mani ci si offrono come un possibile cammino di rinascita: reimparare a toccarci, a sfiorarci, a riconoscere quel legame originario che ci costituisce uomini. Rieducare le nostre mani ed il nostro tatto alla presenza dell’altro, a quella consanguineità fraterna che ci rende sensibili alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono.

E poi lo spazio, la distanza di almeno un metro, quel “burrone” che ci divide dal corpo dell’altro. Il covid ci ha forzati ad una lontananza insolita, ad una assenza che mai prima avevamo sperimentato: dell’altro non sentiamo più l’odore né il calore; dall’altro ci siamo immunizzati, tutelati, difesi. L’incontro viene sterilizzato da ogni possibilità di contagio emotivo ed esistenziale. C’è il rischio di una asetticità, di una neutralità che dimora ogni nostro contatto. È forse tempo allora di rieducarci alla compagnia, alla vicinanza non solo fisica ma esistenziale. È tempo di reimparare l’arte dell’addomesticamento, come ci insegna il Piccolo Principe: quello stare ogni giorno un metro più vicino all’altro, come esperienza di un processo di avvicinamento e di reciproca cura. Educarci alla compagnia dell’altro, alla sua presenza silenziosa ma densa di senso. Ecco l’appello che lo spazio rappresenta per i nostri giorni: costruire ponti oltre il burrone, connessioni oltre l’isolamento.

Non sappiamo ancora chi diventeremo domani ma possiamo scegliere oggi di intraprendere un percorso di guarigione interiore che ci porti a diventare sempre più uomini: uomini capaci di sguardi profondi, di contatti liberanti e di vicinanze fraterne.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 12 Maggio 2021

Parole di carta

santa pazienza!

Tra le molte cose che questi lunghi mesi di pandemia mi hanno tolto, ve n’è pure una che, nonostante tutto, mi hanno donato. Mi riferisco alla virtù della pazienza. Lo so che sembra strano: il lock-down pare averci privato di tantissime cose, di averci sottratto la libertà e le relazioni, il divertimento e la possibilità di fare tutto quello che ci piacerebbe. È bizzarro immaginare che un lungo periodo di “mancanze” sia stato foriero di qualche cosa di buono. Eppure accade anche questo, in quello straordinario ed incomprensibile racconto che è la vita di ciascuno di noi.

Vivere significare desiderare: senza il desiderio la nostra vita sarebbe sciatta, piatta, insignificante. Il desiderio è ciò che anima le nostre giornate, ciò che alimenta i nostri sogni e ciò ci spinge a raggiungere nuovi traguardi. Senza quella pulsione che nasce dal desiderare la nostra esistenza finirebbe stanca e depressa in uno dei tanti binari morti di una stazione di seconda mano.

Ma il desiderio è esperienza complessa, mai lineare o banale, mai semplice o scontata. Accade infatti che il nostro desiderio, per quanto pulito ed onesto, sconfini nel terreno della pretesa, della rivendicazione e della presunzione. Accade quando ciò che bramiamo viene percepito come un diritto, una legittima aspirazione, una richiesta che esige immediata soddisfazione. Potrei farvi un lunghissimo esempio di tutti i desideri che, nella mia vita, sono diventate sottili ma violente, pretese: talvolta si tratta di persone, altre volte di risultati professionali, altre volte ancora di situazioni chiamate a cambiare in una determinata direzione.

La dura lezione è, tuttavia, che la realtà – direi fortunatamente – difficilmente si mostra sensibile alle nostre voglie o disponibile alle nostre pretese. Essa segue cammini e logiche che difficilmente intersecano i nostri capricci e che a stento incontrano le nostre attese. Ecco lo scacco del nostro desiderio, quell’esperienza dolorosa ed urticante che abita la frustrazione: non tutti i desideri approdano da qualche parte, non tutte le nostre aspettative vengono onorate. Di fronte a questi “fallimenti” possiamo attivare atteggiamenti di scocciato risentimento, di astiosa protesta o di mal simulata insoddisfazione. Oppure possiamo leggere questi sgradevoli insuccessi come un appello ad esercitare l’arte della pazienza.

La pazienza ha poco in comune con il con il fatalismo o, peggio, con un atteggiamento rinunciatario: non è passività o indifferenza, procrastinazione o disdetta. In realtà vi è molta forza nella virtù della pazienza: quella forza che è capace di controllare la nostra arroganza affinché le cose siano come vogliamo noi; la forza di lasciare “tempo al tempo”, sicché le persone, le situazioni e le cose abbiamo modo ed occasione di crescita. La gente paziente “ha tempo da buttare” perché è convinta che le cose crescono anche senza stare loro con il fiato sul collo; che le persone evolvono ma secondo tempi che non possediamo e non controlliamo; che le situazioni progrediscono ma con i loro ritmi e senza fretta.

Colui che è paziente non è un sempliciotto o un remissivo. La pazienza esige un cuore coraggioso e due occhi vigili: paziente è chi sa tenere testa alle avversità, anche quando esse paiono eccessive ed insensate; paziente è chi sa trovare coraggio in ogni piccolo, talvolta minuto, progresso, sapendo che esso, spesso, è l’annuncio di cose grandi; paziente è chi sa incoraggiare, sostenere, rinfrancare e consolare, risollevare e rianimare, perché sa benissimo, che per quanto possa essere lunga la notte, giungerà, presto o tardi, l’aurora.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di LodiVecchioMese

Parole di carta

andare “oltre”…

Che Pasqua sarà quella del 2021? Ci avete mai pensato? Come vivremo questi giorni di festa, questo tempo di rinascita e di resurrezione? Dobbiamo ammetterlo: quanto accade attorno a noi non sostiene il nostro tentativo – seppur timido – di attraversare questo periodo con quel minino di serenità e di pace che il tempo richiederebbe. Stiamo (forse) uscendo da mesi faticosi e travagliati, mesi che hanno stravolto lo stile della nostra vita, costringendoci ad un isolamento forzato e innaturale, ad una segregazione esistenziale e ad una amputazione di quelle relazioni che ci tenevano in vita. La crisi economica, inevitabile conseguenza del lock-down ci attanaglia e tinge il nostro futuro di un alone di incertezza e di provvisorietà, talvolta inquietante. Ormai lo si coglie anche nei colloqui feriali tra le persone: c’è un umore rassegnato, frustrato, insofferente; c’è un clima di depressione sociale, di rinuncia, di intolleranza verso vincoli e limiti che paiono ormai divenuti insostenibili. Aveva ragione papa Francesco quando, in un suo recente discorso, sottolineava che abbiamo vissuto la Pasqua 2020 da gente spaventata, ora siamo un popolo provato. Dallo sgomento alla prova: questa forse, in poche parole, è la parabola di questi due anni di pandemia.

Ammetto che in questo contesto sociale ed esistenziale la domanda iniziale rischia di assumere un tono quasi irriverente, se non addirittura urticante: cosa vuoi celebrare in questi giorni faticosi, cupi e incerti? Non potremmo, almeno quest’anno, prenderci una pausa dalla gioia pasquale, una breve sospensione dal tempo del gaudio, affinché esso non risuoni così inopportuno e sconveniente?

Pensavo, in queste giornate di inizio primavera, ai miei amici Anna e Aldo, due giovani genitori di tre splendidi figli, che, non sazi del carico di vita familiare che si trovano già a gestire, anni fa hanno scelto di aprire la loro casa a due piccoli monelli bisognosi di trovare, temporaneamente, una casa disposta ad accoglierli. Proprio in questi giorni pre-pasquali, dopo un lungo e travagliato percorso, ai due piccoli è stata trovata una famiglia definitiva, sicché, i due fratellini hanno dovuto lasciare la loro famiglia affidataria. Mi ritrovo spesso a pensare ad Anna e Aldo e a quel gesto tanto nobile e sofferto che la vita ha chiesto loro di compiere: quello di lasciar andare i due piccoli ospiti, che, dopo mesi e mesi di convivenza, erano per loro come figli. Penso al loro gesto di generosa liberalità ma ancor di più penso alla gratificazione dolorosa che ha accompagnato questo loro ultimo gesto di affetto: dire addio a due bambini di cui ci si è presi cura è qualcosa che, allo stesso tempo, ti strazia il cuore di dolore e te lo gonfia di gioia inesprimibile. Dire addio segna la cesura di un legame ma allo stesso tempo è la condizione per una nuova nascita.

Forse c’è un tratto squisitamente pasquale in questo gesto, tanto intimo quanto silenzioso. Il gesto di Anna e Aldo ci insegna che c’è un dolore per la vita ed un dolore per la morte. Esiste una sofferenza che testimonia la drammaticità dell’esistenza e l’insensatezza del vivere, ma c’è pure un patimento che è il preludio ad una vita rinnovata  e riconciliata. Il fallimento, la sconfitta, la malattia, la fragilità possono trasformarsi nella tomba del desiderio, in un sepolcro in cui ogni speranza si acquieta in un tragico silenzio, oppure possono divenire il grembo fertile di una possibile rinascita, il terreno fecondo per nuove germinazioni. Mi domando se il gesto pasquale di Anna ed Aldo non siano capaci di gettare una luce differente su questa stanca Pasqua 2021. Mi domando se il loro lasciar andare ed il loro sapersi separare non possano indicare un cammino possibile, un percorso di vita capace di oltrepassare il dolore della perdita. Talvolta il dolore della fine è luogo in cui si propizia un nuovo inizio.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 6 Aprile 2021

Parole di carta

smetto quando voglio…

Studentessa di economia e commercio, vent’anni ed una bellezza affascinante. È questo il profilo di Anna (nome di fantasia) intervistata qualche giorno fa dal Corriere. Insieme ad alcuni compagni di università, di ambo i sessi, Anna pratica una professione nuova, anche se a bene vedere, affonda le radici assai lontano nella storia. Anna si definisce “sex worker”, ossia un’operatrice del sesso. In tempi passati avremmo definito la sua professione con termini più crudi e grossolani. Per mantenersi negli studi (ma il guadagno, a sua detta, va assai oltre il mero sostentamento) Anna “accompagna” uomini di mezza età contattati online su siti di incontro, offrendo, oltra alla sua bella presenza e gentilezza, anche una “merce” più preziosa: «La prestazione sessuale è il cuore di un accordo che però non si esaurisce lì, comprende anche altro. Una sorta di relazione, ma finta, perché dell’altro in realtà non me ne importa niente».

Insomma Anna fa il “lavoro più vecchio del mondo” come si diceva una volta, ma con uno spirito ed uno stile assai diversi: «Ci assumiamo un rischio quasi imprenditoriale, liberi di smettere in qualunque momento. Io ho cominciato questo lavoro due anni fa, lo farò ancora per quattro o cinque, non di più».

Lungi da ma alcun atteggiamento moralistico o di condanna verso Anna. Tuttavia leggendo la sua storia ed ascoltando le sue parole, come padre ed educatore, non posso non riconoscere la fatica che l’uomo di oggi, ed in particolare le generazioni più giovani, vivono nell’abitare il proprio corpo, onorando il debito di senso in esso custodito.

Che lo vogliamo o no, siamo tutti, ahimè, figli di Cartesio: il nostro corpo appartiene a quella dimensione che i filosofo francese, padre della modernità, definiva “res extensa”, ossia, più prosaicamente, “le cose”, il mondo, la realtà concreta e sensibile. Il nostro corpo, in questa visione, è cosa tra le cose, mera materia, pura “cosicità”. Il valore della persona sta altrove: nella “res cogitans”, stando sempre alle parole di Cartesio. Oggi potremmo tradurre che il nostro valore sta nel nostro pensiero, nei nostri sentimenti, nella nostra sensibilità e volontà, insomma in quella dimensione che è lontana dalla crudità della materia, delle cose che si sentono e si toccano. È sposando implicitamente questa visione che Anna può scegliere di “usare” il proprio corpo: esso è uno strumento “neutro”. Quando vende il suo corpo, Anna in fondo vende una sorta di appendice, una “protesi” che poco ha a che vedere con la propria identità personale. Anna è altro, il suo valore e la sua dignità stanno altrove. Il suo corpo è solo materia e come tale “mercizzabile”, vendibile, utilizzabile a proprio piacimento.

È evidente come questo pensiero veicoli una visione dell’uomo divisiva e irriducibilmente composta: noi siamo una somma di cose a cui manca una unità di fondo. Eppure mi chiedo (anche se, a dire il vero la domanda, non viene da me): se è vero che noi “abbiamo un corpo” (giacché ciascuno di noi fa esperienza che la sua persona va oltre le proprie membra) non è pur vero che, allo stesso tempo, noi “siamo il nostro corpo”? Se restiamo noi stessi anche se ci amputano una gamba (la persona è più della somma delle sue membra) non è pur vero che nessuno di noi può essere se stesso fuori dal proprio corpo? Senza il corpo di Anna, Anna semplicemente non ci sarebbe e non potrebbe esistere, poiché l’unico modo che lei è concesso di vivere è il vivere incarnato. Essere il proprio corpo comporta la responsabilità di ciò che con il nostro corpo facciamo giacché esso afferisce all’identità profonda del soggetto.

A livello educativo abbiamo di fronte una grande sfida: quella di educare all’unità della persona, a quella complessità unitaria in cui corpo e cuore, mente e membra, ragione e carne non sono altro che dimensioni della medesima persona, manifestazioni dello stesso essere. È solo così che ci riapproprieremo della nostra umanità, come un’esperienza unitaria e sensata, pur nella pluralità delle sue manifestazioni.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

Parole di carta

AstraZeneca e l’informazione

Di cosa ci sta “nutrendo” l’informazione, in questo tempo di pandemia? Che tipo di notizie sta diffondendo, quale “rumore di fondo” sta creando? Qual è il mood che carta stampata, TV ed internet stanno alimentando in questa nostra società così provata da mesi e mesi di pericolo, morti e restrizioni? Manuel Lozano Garrido, primo giornalista laico proclamato beato dalla Chiesa, invitava i suoi colleghi giornalisti a “pagare con la moneta della franchezza”, a “lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità” e a non servire “né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa”. Ricordava queste sue parole papa Francesco, nel suo ultimo incontro con l’Unione Cattolica Stampa Italiana (2019).

Alla luce delle recenti notizie legate al tema delle vaccinazioni, forse qualche domanda occorrerebbe tornare a porsela. A fronte di qualche apparente caso di reazione avversa alla vaccinazione, è partito un tam tam mediatico che ha creato allarme e preoccupazione nella popolazione e diffidenza verso l’utilità e la sicurezza del vaccino.

È evidente che nel momento in cui si inocula un farmaco ad una larghissima fetta di popolazione, ogni precauzione è necessaria e occorre valutare con estrema attenzione ogni caso sospetto, per evitare rischi incontrollati ed effetti indesiderati (talora gravi) inattesi. Eppure tale valutazione deve essere compiuta con perizia e competenza e non sull’onda di un movimento emotivo “di pancia”, incapace di valutare le cose nella loro verità. Qualche caso di presunta reazione avversa (ancora tutta da studiare) in relazione a diverse milioni di dosi somministrate in tutto il mondo deve essere qualcosa da considerare con cura e con atteggiamento razionale e scientifico da parte di chi è deputato a farlo. Urlare titoli ad effetto crea solo panico nella popolazione: se è vero che tutto questo forse aiuta a vendere qualche copia in più o a garantire più visite alla pagina internet, di certo non contribuisce a fare chiarezza sull’accaduto. Credo che se verificassimo i casi di reazione negativa riscontrati settimana scorsa rispetto a coloro che hanno preso una pastiglia di paracetamolo ne resteremmo impressionati.

L’assunzione di qualunque farmaco è frutto di un attento bilanciamento di effetti positivi ed effetti collaterali. Nessun farmaco è “innocuo”, nel senso di privo di possibili rischi: taluni sono molto limitati (motivo per cui prendiamo tranquillamente il paracetamolo se abbiamo il mal di testa) altri molto alti (infatti certe cure chemioterapiche vengono somministrate solo a pazienti in pericolo di vita). Questo rapporto costi/benefici è qualcosa che l’opinione pubblica fatica a capire e che occorre approcciare con grande attenzione da parte chi fa informazione. Se vaccinarsi è un rischio anche non farlo lo è: ogni giorno è come se un Boeing con 350 persone a bordo cadesse dai nostri cieli. Anche non fare nulla ha un costo!

Allora sarebbe bene che chiunque lavori nel campo dell’informazione fosse maggiormente consapevole del valore etico di quello che scrive. Dice il papa, sempre nell’incontro citato: “La comunicazione ha bisogno di parole vere in mezzo a tante parole vuote. E in questo avete una grande responsabilità: le vostre parole raccontano il mondo e lo modellano, i vostri racconti possono generare spazi di libertà o di schiavitù, di responsabilità o di dipendenza dal potere”. Le parole, soprattutto quelle di coloro che raggiungono tantissime persone, hanno il potere non solo di raccontare ma anche di modellare il mondo. Quanto ciascuno di noi dice, soprattutto se in modo professionale, incide sulla vita e sulla scelta degli altri. Il bene comune non può essere bandito dal vocabolario di coloro che fanno giornalismo: non si tratta di censure o asservimenti a questo o quel potere, bensì pensare le parole dette e scritte in relazione al bene di tutti e di ciascuno.

Questo mio articolo è stato pubblicato come editoriale de Il Cittadino del 17 Marzo 2021

Parole di carta

fratelli e sorelle

Se c’è una cosa che abbiamo tutti imparato da quest’anno di COVID è stata il senso dell’essere comunità. Se la vita “prima del COVID” era fortemente improntata ad un narcisistico individualismo, questi dodici mesi di pandemia, benché passati in isolamento, hanno avuto il benefico risultato di farci riconoscere come “gente interconnessa”, come persone naturalmente destinate alla socialità e all’interdipendenza. Questa scoperta è avvenuta a veri livelli: sicuramente a livello familiare (personalmente non ho mai passato così tante giornate insieme a mia moglie e ai miei figli) ma anche a livello sociale, giacché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle non solo quanto le nostre vite siano connesse (la malattia di uno rischia di trasformarsi immediatamente nella malattia dell’altro) ma anche come la solidarietà sia un’enorme risorsa sociale e comunitaria.

Ma che cosa ci rende comunità? Dove sta il fondamento di questo nostro stare insieme? Da dove nasce la percezione di questo comune destino che ci lega?

Ho trovato suggestive e stimolanti alcune parole di Jean-Luc Nancy, veterano della filosofia contemporanea, erede della straordinaria tradizione filosofica francese del Novecento. Parlando del tema della fraternità (intesa in un senso estensivo) in un recente convegno, lo studioso francese ha sottolineato come “Figli e figlie non sono tanto quelli uniti dal sangue – pater incertus diceva il diritto romano –, quanto quelli uniti dalla comunità dell’allattamento – mater certissima: che sia effettivo o simbolico, l’allattamento non consiste nella trasmissione interna, continua e immediata di un principio vitale, ma nel dono esterno, discontinuo e mediato di una sostanza nutritiva.” Detto in parole semplici (e forse un po’ semplificatorie) Nancy sostiene che non è il sangue quello che ci rende fratelli (ossia il dato biologico, carnale, legato culturalmente alla figura del padre), quanto il fatto di esserci nutriti dallo stesso seno, di aver assorbito lo stesso latte e di aver condiviso il medesimo allattamento. Quanti tra noi fanno l’esperienza di legami familiari intensi e profondi anche se non legati necessariamente ad un legame di sangue o di parentela? Sono convinto che non occorra essere genitori adottivi per capire che si è papà e mamma, fratello e sorella non solo perché si condivide lo stesso DNA ma soprattutto perché si mangia alla stessa tavola, si condivide la stessa vita, si affrontano i problemi insieme, si partecipano le medesime gioie e dolori, fatiche e speranze.

Allargando un attimo lo sguardo, penso che qualcosa di simile si possa dire anche per la nostra comunità civile, locale e nazionale:  forse quello che ci rende fratelli (e quindi parte di una rete solida di legami) non è tanto un tratto genetico, etnico, raziale, dovuto a comuni origini o discendenze, quanto piuttosto all’essere stati “allattati” con lo stesso latte. Ciascuno di noi si è nutrito della stessa lingua, della stessa cultura, degli stessi valori umani e spirituali; ciascuno è cresciuto all’ombra della medesima storia, delle stessi radici etiche, filosofiche e religiose, del medesimo orizzonte di senso complessivo del vivere. È questa dimensione squisitamente “materna” che fa di noi una comunità (familiare o civile che sia) forte e resistente. Scrive ancora Nancy: “ È da lì che dobbiamo ripartire per riconsiderare la famiglia e la fraternità. I fratelli (…) sono prima di tutto soggetti autonomi la cui coesistenza non si fonda in nient’altro che in una compagnia di cibo (compagnia significa: chi condivide il pane) e in un’assenza di ragione nella loro comunità di esistenza.”

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

Parole di carta

tempesta di sabbia

A breve taglieremo il triste traguardo dell’anno da quando tutto questo caos è iniziato: era il febbraio di un anno fa quando i primi casi di contagio venivano diagnosticati a Codogno, aprendo un periodo di pandemia nel quale siamo ancora tutti immersi. Dodici mesi lunghi e tristi, con brevi e fugaci finestre di normalità, intervallate da infiniti periodi di reclusione, isolamento e prigionia. Sono stati giorni e giorni di stasi, di rallentamento in tutte le attività, quasi un tempo sospeso in cui la normalità di tutti i giorni è stata interrotta da una quiete irreale e faticosa.

Eppure, ho sempre più l’impressione che sotto la bonaccia del mondo, la vita stia scorrendo intensa e gagliarda, per nulla intimorita dalla sosta imposta dal virus. L’esistenza scorre un po’ come quei fiumi carsici che fluiscono nella profondità della terra, pronti a riaffiorare in superficie non appena sarà concessa loro l’occasione. Fuori di metafora, se è vero che la vita è stata in qualche modo rallentata e paralizzata nella sua dimensione sociale, quella che sgorga nello spazio intimo dell’interiorità ha subito, forse per contrappasso, una decisa accelerazione: fuori tutto è fermo ma dentro di noi le cose vanno in modo assai diverso, in un movimento di cambiamento, crescita e conversione.  Se è vero che, speriamo a breve, riprenderemo tra le mani le cose frettolosamente abbandonate un anno fa, è altrettanto vero che il tutto sarà profondamente diverso: non perché le situazioni, ad un anno di distanza, saranno cambiate, ma perché saremo cambiati noi.

Più parlo con le persone più mi convinco che quest’ anno è passato come un uragano nel cuore della gente, come una di quelle bufere che spazzano via tutto, cose e persone, e che esigono, dopo il loro passaggio, una paziente opera di ricostruzione. Non so se, come molti dicono, nulla sarà più come prima, ma di una cosa sono sicuro: noi non saremo più come prima, perché quest’anno, nel bene e nel male, ci avrà segnato, lasciando profonde cicatrici nella nostra anima e nei nostri sensi, oltre che sui nostri corpi. Scrive Gramellini sul Corriere di qualche giorno fa: “Quando tutto il mondo avrà fatto il vaccino (…) ci sentiremo come chi è reduce da un grave incidente. (…)  Anche a noi toccherà reimparare (o imparare tout court) ad avere fiducia negli altri, e prima ancora in noi stessi”.

Penso che prima ci convinceremo che ci sarà un trauma da rielaborare, dei gesti da rieducare e una nuova normalità da recuperare, prima propizieremo il nuovo inizio che ci attende. Confesso che trovo un po’ ridicoli, e talvolta patetici, i tentativi di alcuni che s’illudono di “rimettere in moto la macchina” come se si fosse fermata per un piccolo guasto trascurabile, come se bastasse una revisione veloce per rimetterla in strada. Temo che, ahimè, la macchina non riprenderà la sua corsa, non perché il danno è serio, ma perché il guidatore avrà cambiato sguardo, meta e direzione.

Scrive Haruki Murakami “E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. (…) Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”.

Questo mio articolo è stato pubblicato su LodiVecchioMese di Gennaio

Parole di carta

la famiglia, tra bellezza e fatica

Vi confesso che trovo una certa retorica “familista” un po’ fastidiosa, oltre che irritante: tutta questa enfasi posta sull’idillio della vita familiare, sui valori e le tradizioni del vivere insieme, questa esagerazione dei legami familiari, spesso idealizzati ed irreali. Mi chiedo se gli autori di questi incensamenti abbiano mai vissuto in una famiglia in carne e ossa, fatte di persone concrete, di figli che crescono e di mogli e mariti che condividono ogni passaggio della vita.

Non vorrei deludere qualche anima buona e pia ma vivere in famiglia ha ben poco di poetico e di sentimentale. O meglio, essa regala momenti di estasi e di poesia ma questi sono benedetti attimi di felicità, intramezzati da tantissima banalità e fatica, da molta “normalità” che a volte non ha nulla né di eroico né di sensazionale. Mi fanno sorridere certe descrizioni patinate e un po’ agiografiche della vita familiare, generalmente tessute da chi conduce una vita solitaria e di famiglia ne ha sentito parlare solo nei libri.

Talvolta in famiglia accadono le peggiori cose: basta sfogliare qualche pagina di cronaca di un quotidiano per constatare che in famiglia si compiono delitti, soprusi e violenze: c’è indifferenza e povertà, litigi e contese, vendette e risentimenti. Chiedete a qualcuno che ha perduto un caro quanti appetiti si scatenano attorno ad una piccola eredità o ad un lascito. Chiedete a chi ha un padre assente o addirittura violento quanta fatica prova al pensiero di dover far rientro a casa. Chiedete a chi ha un parente anziano da accudire, un figlio disabile da accompagnare, un malato da assistere o un defunto da piangere. Chiedete a chi ha subito un tradimento o un abbandono e saprete quanto la casa talvolta divenga una prigione soffocante e gli affetti familiari appesantiscano l’aria tanto da renderla irrespirabile.

Certo, mi direte, la famiglia non è solo fatica e dolore: c’è pure molta felicità e spensieratezza, molta soddisfazione e compiacimento. Eppure, in famiglia, tutta questa bellezza è come “impastata” con fatiche e tentennamenti, con rammarichi e malcontenti. La gioia della famiglia non ha nulla a che fare con le frasi dei baci Perugina o le pubblicità del Mulino Bianco. È una gioia “dura”, sempre acerba, un po’ ruvida, talvolta ispida, che dona pace in modo singolare, mai pieno, mai appagato.

La famiglia educa alla vita proprio perché è luogo in cui gioia e dolore, speranza ed angoscia, successo e sconfitta, amore e odio, intimità e ferocia si mescolano in un modo straordinario ed esemplare. La famiglia è spazio in cui l’esistenza manifesta la pienezza dell’umano, la profondità degli affetti, la straordinaria forza dei legami. Questa forza e questa profondità non sfuggono però alla complessità dell’umano, alle contraddizioni dell’esistenza, all’ambivalenza delle nostre relazioni e all’enigma che abita ogni cuore.

La famiglia è luogo simbolico ma non ideale. È ambito vitale in cui l’alfabeto dell’esistenza e la grammatica degli affetti trovano l’humus in cui crescere e svilupparsi; è terreno in cui il seme dell’umano riesce ad attecchire e germogliare, non senza contraddizioni, incoerenze e tradimenti.  La famiglia, sì, assomiglia ad una poesia, quella in cui il verso rotto stenta a trovare la rima e in cui la parola finale lascia un senso di indefinitezza.

Questo mio articolo è stato pubblicato come editoriale de Il Cittadino del 28 Gennaio 2021.