Storia e Tempi

48 ore

Non toccava cibo da 48 ore e per lavarsi era costretta a fare la doccia con l’acqua fredda: sono stati gli stenti a causare il grave stato di prostrazione fisica che ha fatto svenire una ragazzina che frequenta una scuola media di Udine. A denunciarlo il preside dell’istituto”.

Inizia così l’agganciante articolo riportato dal corriere.it, relativo a questa bambina svenuta a scuola per denutrizione. E non in uno sperduto paese del terzo mondo, ma ad Udine, nel ricchissimo nord, una zona con un tenore di vita ed una ricchezza diffusa tra le più alte d’Europa. C’è davvero da far tremare le vene…

Questa ragazzina è solo l’ennesima nella lunghissima lista dei bambini al limite della povertà, che vivono, nascosti, nei nostri paesi, nei nostri quartieri e nelle nostre città. Un disagio che spesso per ignoranza, pudore o vergogna non emerge, non viene alla luce ma resta nascosto tra le pareti di casa, come un dolore da silenziare e da rimuovere, come una vergogna da non esporre e ma anzi da mascherare. C’è molta miseria che attraversa le nostre strade illuminate per le feste, molto disagio che si insinua tra le pieghe della nostra società e che abita agli angoli dei nostri ambienti e delle nostre comunità.

Chi se ne accorge? Chi fa più la fatica di andare a scovarla sotto l’apparente normalità delle cose, dietro l’ordinarietà delle nostre abitudini? Chi si scompone, sussulta di orrore di fronte a queste nefandezze? Chi ha un impeto di rabbia e di angosciata rivolta verso una bambina che non ha da mangiare? Se avessimo gli occhi minimamente desti, forse, ci accorgeremmo che, vicino a casa nostra, vive una famiglia in difficoltà, che fatica a tirare avanti; se solo alzassimo un attimo lo sguardo dal nostro ombelico, vedremmo che un compagno di scuola di nostro figlio non se la passa molto bene; se sapessimo uscire dalla nostra disdegnosa apatia, ci saremmo accorti che il tizio, che prende l’autobus con noi tutte le mattine, vive fatiche e miserie che manco ci immaginiamo.

Non serve svegliarsi per “l’assurdo” che accade lontano; non può sopire la nostra coscienza il sobbalzo per l’ennesima ingiustizia che accade lontano dai nostri occhi. Dovremmo imparare a rivolgere la nostra sana indignazione verso quelle povertà che ci abitano in casa, che sporcano i nostri salotti e che imbrattano le pareti della nostra vita.

Avvertire lo scandalo dell’ingiustizia come un dolore insostenibile, che punge il nostro cuore per coloro che, sulla nostra strada o al nostro stesso numero civico, sono in debito con la vita.

 

Pensieri e Silenzi

fuori luogo

Oggi è uno di quei classici giorni in cui ti senti fuori posto, fuori luogo, fuori tempo, fuori ritmo… insomma fuori. Quella ordinaria quotidianità, che ti ha sempre ospitato, oggi la senti lontana, ostile, forestiera. I riti e i gesti di tutti i giorni suonano faticosi, rarefatti, quasi estranei, come se appartenessero alla vita di qualcun altro e ad una esistenza che non è la tua.

Senti il bisogno di ritrarti, di ritirarti dalle cose, di rifugiarti nel tuo angolo caldo ed aspettare che tutto passi, con tranquilla indolenza. Le preoccupazioni di sempre ti scivolano addosso, come l’acqua sulla pietra: non le trattieni,  non ne sei pervaso. Una sorta di malinconica apatia ti difende e ti isola dal tram tram quotidiano. Senti quella strana assenza che prova chi vive dentro una bolla: sei solo tu, con i tuoi pensieri ed il tuo silenzio, che è rotto solo dal bisogno di abbozzare sulla carta parole capaci di farti uscire dal tuo temporaneo autismo.

Sono strane queste giornate: è come se la vita non facesse presa sul tuo animo e le ore scorressero con tranquilla indifferenza. È come se il mondo oggi non ti riguardasse, ma potessi osservarlo, sornione, dal finestrino del tuo personale volo che ti condurrà, mestamente, alla fine di questa giornata.

Storia e Tempi

vita giovane

Ieri sera ho accompagnato Miriam allo spettacolo natalizio, che il liceo che frequenta ha organizzato per celebrare le feste imminenti. È stato un momento bello, in cui alcuni giovani liceali si sono esibiti in canti, danze e recitazione. Percepivi nell’aria quella bella energia giovanile, sia in chi era sul palco, sia in chi, dalla platea, applaudiva ed incitava.

L’aria era davvero “elettrica”, carica di quell’entusiasmo e quella sfacciataggine che solo i giovani possono avere. Affiorava, dietro alle voci e ai gesti, una straordinaria voglia di vita: la vita nella sua forma più acerba, ma anche più dirompente ed incontenibile, vibrava in quei corpi, che faticavano palesemente a trattenere la carica di vitalità da cui erano animati.

Sarà che sono giunto ad una fase della mia esistenza in cui la vita la percepisci con una pacatezza ed una profondità che prima non conoscevi, ma sono davvero ammirato e colpito da quanta vita pulsa nelle vene di questi giovani; avverti un istinto vitale, irruente e selvaggio che cerca di esprimersi nella vivacità degli sguardi, negli occhi vispi e brillanti, nella intensità dei contatti e nella profondità delle amicizie. C’è una pulsione di vita che anela a trapelare nelle giovani membra e nelle acerbe menti di queste persone; come un fuoco di un incendio che divampa nella casa e che stenti a trattenere e a controllare; come quei venti impetuosi e gagliardi che scompaginano le campagne e spazzano le strade; come quei fiumi in piena che gli argini faticano a contenere e di incanalare.

Sì, c’era molta vita ieri sera, vita fresca ed irruente, vita sfacciata e coraggiosa, vita arrogante ed ambiziosa… vita giovane…

Parole d'autore

il bene si racconta

“Il bene non si commenta, si racconta. C’è questa giovane operaia di Marostica con una bimba di sei anni colpita da una malattia degenerativa. Per accudirla servono tanti soldi e tanto tempo. L’operaia esaurisce prima i soldi e poi il tempo: tutto il monte ferie accumulato. Ricorre al congedo previsto dalla legge 104, ma domani scadrebbe anche quello e non le resta che rinunciare allo stipendio, mettendosi in aspettativa. Si trascina dal capo del personale a comunicargli la sua scelta obbligata, ma si sente rispondere che può tornare tranquillamente al capezzale della figlia. I colleghi hanno raccolto 198 giorni di ferie e li hanno infiocchettati per lei. Sotto l’albero le faranno trovare quanto possiedono di più prezioso: il loro tempo. Quand’ero piccolo mia nonna diceva che gli unici regali che valgono sono quelli in cui il donatore rinuncia a qualcosa di suo. Mi sembrava una predica da vecchi. Ora non più, forse sto diventando vecchio anch’io. 

Ciascuno ha contribuito alla colletta in base alle proprie possibilità: i neoassunti regalando qualche ora, i più anziani addirittura una settimana. L’aspetto più straordinario di una storia già così poco ordinaria di suo è che l’azienda in cui lavora quell’operaia è piuttosto grande e molti di coloro che hanno rinunciato alle ferie conoscevano la beneficiata soltanto di sfuggita. Alcuni non la conoscevano proprio. Perché lo hanno fatto, allora? Il bene non si commenta, si racconta. Almeno ogni tanto, per ricordarsi che c’è.” 

Buongiono” di Massimo Gramellini su “La Stampa”

Affetti e Legami

la prima e l’ultima pioggia

È un lavoro duro quello dell’agricoltore, che, una volta piantato il seme, è chiamato ad esercitare costanza nell’attesa, affinché il campo venga bagnato dalle prime e dalle ultime piogge e così possa portare frutto.

Quanto è difficile esercitare questa “attività” della costanza nella “passività” dell’attesa… pare che le due azioni configgano e rappresentino due polarità inconciliabili. Essere costanti nell’attesa di qualcosa che non dipende da noi; sforzarsi ed impegnarsi nell’attendere qualcosa che non è a nostra disposizione e non è nel nostro controllo.

Ne sa qualcosa chi è genitore ed educatore, perché a lui è chiesto di applicarsi nel medesimo esercizio: l’attesa per i frutti che l’altro può portare è legato a qualcosa che sfugge al tuo controllo ed è indipendente dalla tua volontà. Così ti ritrovi spesso ad osservare l’orizzonte, nell’attesa di piogge capaci di portare fecondità e vita; conti i giorni, aspettando di vedere il primo tenero filo d’erba salire dal terreno. Sai che, nonostante ogni tua premura, non hai modo di accelerare il processo di crescita, che seguirà i suoi ritmi ancestrali e misteriosi.

L’unica cosa che puoi fare è restare fedele all’attesa, essere perseverante nella speranza e ti rendi presto conto che tale veglia non ha nulla di poetico o di melenso. È cosa da uomini “ruvidi”, come sanno essere gli agricoltori ed i padri. Stare lì, immobile, a scrutare lo spettacolo della vita, nella fiducia che qualcosa accada, che la promessa sia mantenuta, che il miracolo si ripeta. Ma senza alcuna garanzia, nessuna rete di protezione, nessuna sicurezza che il tempo dell’attesa venga ripagato ed ogni speranza ricompensata.

Pensieri e Silenzi

eroi silenziosi

C’è tanto eroismo silenzioso nelle facce stravolte ed assonate che incontri alla mattina sul treno: è gente che ha passato notti in bianco per accudire figli o genitori ammalati e che alle 7.30 si presenta puntuale in stazione per iniziare una nuova giornata di lavoro.

È gente spesso arrabbiata e di cattivo umore per ore di sonno perse…e come dar loro torto… diciamo che non sono persone riappacificate con la vita, la quale ha appena chiesto loro di rinunciare al doveroso riposo per dedicare tempo prezioso ad altre persone. I loro occhi un po’ gonfi, i capelli sfatti, il trucco approssimativo e l’aria stanca e sconvolta dicono più di mille parole: raccontano di un corpo trascinato fuori di casa, di una mente che del lavoro proprio non vuole sentirne parlare, di orecchi poco disponibili all’ascolto e, in fondo, di una persona che si apre al nuovo giorno già provata ed esaurita.

Eppure vedi una fiera dignità nei loro sguardi, un po’ spossati ed un po’ ringhiosi; vedi una eroica determinazione a restare aggrappati alla vita e alle persone che la vita ha loro affidato. Non c’è alcun sentimento di fuga, di rinuncia o di arretramento: l’idea di “mollare tutto” non passa neanche nell’anticamera del cervello. Certo, sono arrabbiati e furiosi, ma la rabbia li radica ancora di più nella fedeltà verso le persone che amano. Anzi, talvolta, tale rabbia nasce, prima di tutto, da un sentimento di impotenza per non poter fare di più, per non aver saputo risolvere la situazione e dover vedere nuovamente il figlio o il proprio padre soffrire invano…

Ma dove prenderanno questa eroica volontà? Da dove proviene questo nobile determinazione, questo impulso innato al sacrificio gratuito e fedele? Penso davvero che ci sia tanto eroismo silenzioso e nascosto sui nostri treni pendolari, nelle corsie dei nostri ospedali, nelle case popolari delle nostre città…tante persone che con ordinaria risolutezza servono la vita di coloro che sono loro affidati, che perdono notti, che logorano i propri giorni, che fiaccano il proprio fisico e che occupano i propri pensieri di preoccupazioni che non riguardano loro stessi.

Sì, c’è molto eroismo taciturno che ci circonda…boccate di Vita, centri di energia che smuovono montagne ma capaci di paziente tenerezza.

Affetti e Legami

femminilità

Come è affascinante assistere a quel meraviglioso processo che trasforma una bambina in una donna! È una mutazione lenta ma costante, un esodo che conduce la candidata a lasciare la sensibilità infantile per assumere quel tocco spiccatamente femminile.

Miriam mi offre tutti i giorni prove tangibili di questa misteriosa metamorfosi verso la femminilità; sono le piccole cose che mi ammagliano: il modo in cui indossa gli anelli, quel raccogliere i capelli dietro la nuca, la grazia nel tenere la penna e nello scrivere, il modo di indossare gli abiti di sempre, ma ora con una diversa personalità. C’è il senso di una femminilità delicata che emerge dai suoi gesti, una sensibilità tutta nuova che straripa dalle sue parole e dalle sue movenze.

Ciò che rende tutto questo straordinariamente accattivante è la assoluta normalità con cui tutto questo fascino affiora dalla sua persona. Mi accorgo che non è nulla di ricercato, di studiato o di preparato. Questo divenire, esuberante quanto austero, segue la via tranquilla della spontaneità e della naturalità. È questa immediatezza, ai miei occhi, la sorgente di tanto fascino e ciò che la rende una persona così bella.

Mi rendo conto che mi trovo ad amare in lei quei tratti e quei gesti che ho sempre amato in sua madre. La sua sensibilità ha trovato lì il suo imprinting, lì si è formata come in una esigente palestra. L’eredità genetica e l’influenza ambientale hanno avuto, credo, un notevole peso in tutto questo. E, ciò nonostante, c’è qualche dettaglio grazie al quale riconosci l’affermarsi di tratti unici, suoi personali, non mutuati dal alcuno.

Capisci che c’è il senso di una distanza rispetto al modello a cui, forse inconsapevolmente, si è ispirata. Percepisci l’affiorare acerbo di una personalità nuova, inedita, intrigante e ancora indefinita. Senti la promessa di futuro

 

Affetti e Legami

Stefano

È vero, gli occhi di una persona sono il riflesso della sua anima. E quelli di Stefano tradiscono una interiorità ricca e profonda, placida e serena.

Mi ricordano quei laghi che trovi in montagna ad alta quota: sono specchi d’acqua luminosi, che riflettono l’azzurro del cielo in modo intenso e brillante; tuttavia, sotto la superficie placida, si cela una profondità misteriosa ed ignota. Tu poi hai la fortuna di osservarli nelle belle giornate d’estate, in cui il sole sorride sul pelo dell’acqua: ma chissà cosa hanno visto nei giorni ventosi e gelidi d’inverno, quando il turbine incrina la superficie liscia e smuove i suoi abissi con forza ed energia. Chissà cosa ha patito quel lago quando la bufera soffiava forte ed i venti spazzavano la valle.

Sì, Stefano mi ricorda quel lago: la dolcezza e la timidezza dei modi riflette, come la superficie dell’acqua, l’azzurro del cielo, ma allo stesso tempo custodisce la profondità del suo animo e la ricchezza dei suoi pensieri.

Amo la serenità che percepisci incontrandolo: penso che sia un buon periodo per lui, che abbia trovato un suo equilibrio interiore, che gli regala un senso di benessere e di pace.  Molte cose nella sua vita sono andate “al giusto posto”: il lavoro, l’amore, le amicizie, gli impegni… Senti, parlando con lui, che le cose iniziano ad assumere una fisionomia definita e sensata. Non so quanto lui ne sia consapevole, ma, mettendo insiemi i pezzi delle sue esperienze, cominci ad individuare la cornice di un progetto di vita, lo sfondo su cui gradualmente prenderà forma il dramma della sua vita. Iniziano a definirsi le basi sulle quali costruirà la casa della propria esistenza: forse non ne è ancora pienamente conscio, ma da lontano i “lavori in corso” sono evidenti.

Stefano è una persona mite e determinata: lui si definirebbe “lento” ma la lentezza di cui parla è quel procedere attento e prudente di chi ama soppesare scelte e decisioni, di chi è abituato a tastare la terra sotto il suo piede prima di muovere il passo. Sì, il suo animo è pervaso da una complicata riflessività, da un tornare sulle cose con meticolosa premura, affinché prendano forma e consistenza sotto i suoi occhi.

Mi piace la curiosità che cogli nelle sue parole, quel porre domande ovvie ma mai scontate, quel suo lasciarsi interrogare da provocazioni e suggestioni. È bello dialogare con lui perché sai che le tue parole troveranno un terreno fertile: non sempre il seme attecchirà, Stefano sa essere selettivo ed esigente, ma sai che la tua parola troverà eco nella sua anima e che, se feconda, saprà generare cambiamento e crescita.

Vi è poi quella delicata timidezza, che tradisce la giovane età ed una maturità ancora acerba: quante insicurezze abitano il suo animo, a dispetto di una apparente tranquillità: sono le paure di chi, beato lui, affronta la vita per la prima volta ed accompagna ogni passo con immotivata preoccupazione.

Quanto trovo davvero affascinante è lo stupore con cui guarda alla vita, quella meraviglia che solo chi ha un animo semplice sa provare davanti all’incredibile spettacolo dell’esistenza. Stefano è capace di stupore, di spalancare gli occhi di fronte alle esperienze, per sorprendersi della ricchezza della vita. Lo senti sinceramente meravigliato per quanto gli accade, sorpreso che la vita possa essere così promettente… è consolante tutto questo, racconta di uno spirito nobile, roba d’altri tempi….

Ma forse il tratto che più lo contraddistingue (o che forse più colpisce i miei sensi) è la limpidezza del suo sguardo: i suoi occhi esprimono una delicata trasparenza ed una pacata semplicità. E questo penso sia frutto di diversi fattori: di una innata bontà d’animo, di una pratica consolidata alla riflessione e ad una disponibilità a guardare in faccia alle cose con franchezza e senza troppi giri di parole.

Sì, Stefano ama arrivare dritto alle cose, senza troppi complimenti o diplomazie. So che con la stessa determinazione e prudenza saprà accedere a quel tesoro, prezioso ed ancora inesplorato, che si porta dentro.

Pensieri e Silenzi

come bravi allenatori

Quando alleni dei ragazzini in qualunque sport, hai la speranza e l’ambizione che essi possano crescere, migliorare e diventare dei giocatori migliori di te. Non ti preoccupa che ti possano superare nei traguardi che hai raggiunto; anzi, il tuo ruolo di istruttore ne esce rafforzato qualora scovi qualche “piccolo talento”, che possa eccellere e arrivare lontano.

Al netto di tutto, credo che sia più o meno la stessa cosa nella vita di una persona adulta. Forse c’è una fase nella vita di un individuo in cui lo scopo ed il senso del proprio tempo diventa quello di mettersi al servizio del futuro degli altri. Viene un momento in cui uno smette di preoccuparsi direttamente del proprio futuro, della propria realizzazione e dei risultati che ha conseguito e se ne occupa in maniera indiretta, attraverso il futuro e la realizzazione dei più giovani.

Vivi una specie di debito generazionale, senti il bisogno di darti da fare affinché chi viene “dopo” di te, abbia le stesse possibilità che hai avuto tu, possa accedere alla vita in modo pieno ed equilibrato. Non ti terrorizza più il pensiero di essere sopravanzato, non provi quel sentimento di invidia che ti porta a trattenere gelosamente quello che hai, anche a fatica, conquistato, per il timore che ti possa essere sottratto. Diventare il trampolino di crescita di qualcuno non turba più i tuoi sogni; il pensiero che un giovane possa superarti in abilità, competenze, possibilità, valore, non minaccia il tuo valore; tutt’altro. Questa evenienza la vivi come una benedizione per la tua vita, come un piccolo successo personale, come una gratificazione significativa della tua esistenza.

Non è, purtroppo, sempre così: incontro talvolta gente che è sempre impegnata in una impegnativa competizione, che considera chi gli sta vicino, soprattutto se giovane e talentuoso, come un rischio per la propria carriera, per la propria stima e per la propria posizione sociale.

Non so: sarà che mi sono sempre sentito poco in corsa per arrivare chissà dove, ma ultimamente la competitività ha ridotto ulteriormente la sua presa sul mio animo. O forse no: ambizioso lo sono lo stesso, ma in modo diverso. Sì, perché può dare adrenalina e soddisfazione tagliare per primo il traguardo, con gli occhi ammirati di tutti su di te, ma assicuro che dà lo stesso tasso di serotonina nel sangue gioire perché qualcuno, anche grazie al tuo sostegno, taglia il traguardo con le mani alzate, felice di aver raggiunto una meta preziosa ed ambita.

Pensieri e Silenzi

palloni gonfiati

Come una maestra severa ed intransigente, le nostre fragilità ci ricordano chi siamo, ci restituiscono la misura della nostra statura e ci rammentano il vero valore della nostra persona.

Capita, talvolta, che qualche esperienza positiva ti porti a percepirti in modo un po’ “gonfiato”, eccessivo ed in fondo poco realistico. Ecco allora che i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre parti fragili ci riconducono alla verità di noi stessi, talvolta con gentilezza, altre volte con un’amara durezza. A volte la prima impressione è che le nostre fragilità vogliano annientarci e mutilarci… penso di no… credo piuttosto che fungano da salutari contrappesi e ci permettono di riequilibrare la nostra vita in modo più obiettivo è realistico.

Le nostre fragilità ci ricordano che siamo oggetti “complessi” e che ogni indebita semplificazione non dice in pienezza chi siamo: siamo capaci di cose alte, sublimi ma restiamo esseri fatti di terra, così che l’umiltà, ossia il legame con la terra, racconta al meglio la nostra origine. Ci disturbano i nostri limiti perché distruggono quale immagine un po’ falsata ed onnipotente che ci facciamo di noi stessi; infrangono i nostri “sogni ad occhi aperti”, quelle proiezioni un po’ infantili di noi stessi come esseri perfetti ed autonomi.

Invece le nostre fragilità ci rendono poveri, vulnerabili, e come tali bisognosi di aiuto, gente che dipende da altri. Talvolta penso davvero che ciò che in noi è fragile è il modo con cui la vita ci educa ad avere bisogno gli uni degli altri, a vederci compagni nella vita, come fratelli.

Quando ci rialziamo dopo una caduta non siamo più come prima. Siamo gente rinata che però non dimentica il fallimento e la crisi; questo ci rende persone più vere, perché più consapevoli delle ricchezze e delle fragilità che ci portiamo dentro