dare frutto

Meglio dirlo subito: il pensiero di oggi non è mio, ma certe idee meritano di essere condivise indipendentemente dal loro autore. In fondo, se ci pensate, siamo tutti eco delle parole di qualcun altro. Nessuno di noi è nato solo, ma ogni nostro sapere nasce sempre dalla risonanza con il pensiero di qualcuno che ci ha preceduto.

Ebbene, c’è una frase nei Vangeli, soprattutto in quello di Giovanni, che suona assai suggestiva: nella vita occorre “portare frutto”. Detto così, un po’ giù alla buona, la frase rischia di essere confusa con un’altra che circola frequentemente nella nostra società, quella di “produrre risultati”. Sono due espressioni che certo condividono alcuni significati (quello ad esempio di creare qualcosa di nuovo, di essere artefici di un bene, etc.) ma che, nella loro apparente somiglianza, nascondono anche due diversi stili di abitare il mondo, di vivere la propria esistenza e, in ultima analisi, di diventare uomini.

Produrre risultato è un atto nobile, importante e generoso: significa aver avuto la capacità di ideare e realizzare una cosa nuova, aver generato un valore, aver cercato di riempire il nulla con qualcosa che è il risultato del proprio sforzo. È questo, in un certo senso, la ricchezza ma anche il limite di questa espressione: quando si produce un risultato, il protagonista di quella azione resta sempre il soggetto. Il risultato è un modo per dimostrare le proprie capacità, doti ed valore. Tutto molto bello, ma, come dire, si ferma tutto qui.

Portare frutto si muove su una traiettoria diversa: pensate ad un albero che produce mele o una vite che produce uva. Nessuno di noi si immaginerebbe mai di “fare i complimenti” alla mela per quello che è diventata perché se quella mela ha mai avuto un merito, esso non è consistito in quello che “ha fatto” ma in quello che “ha lasciato fare” all’albero. È nella disponibilità della mela a lasciarsi nutrire dalla pianta che giace il segreto della sua bellezza. In altre parole la mela rimanda immediatamente a qualcosa d’altro: non è suo il merito dell’azione ma di qualcuno che la precede. Ma c’è dell’altro: quando si porta frutto, non solo si indica una sorgente del dono che è fuori di sé ma, allo stesso tempo, si indica pure la destinazione del dono che resta fuori di sé. L’albero “porta frutto” nella misura in cui quel frutto è destinato ad essere mangiato e gustato. La mela non esaurisce in sé, nel suo valore o bellezza, il destino del frutto, ma è come se si sbilanciasse immediatamente verso un altro a cui quel dono è destinato.

Forse è questa la differenza tra “produrre risultati” e “portare frutto”: nel primo caso il centro di tutto è il soggetto autore dell’impresa; nel secondo caso la fecondità consiste nell’essere stati attraversati dal movimento generoso  della vita, che nasce prima di noi e procede oltre noi. Portare frutto significa accogliere ed onorare la danza misteriosa della vita che muove i suoi passi affidandosi alle nostre gambe.

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