Gentile Presidente,
come ben sa anche lei, nella vita esiste il valore dei simboli. Oltretutto lei proviene da una cultura politica che ha fatto largo uso di questa dimensione simbolica ed evocativa, e che conosce bene la forza che può avere un gesto, un’immagine, una parola pronunciata nel momento giusto.
In questi giorni lei ha più volte sottolineato l’inefficacia delle iniziative umanitarie come quella della flotilla diretta a Gaza. Ha detto che non risolvono il problema, che non incidono davvero sulla complessità della situazione e che rischiano addirittura di peggiorare le cose. Forse ha ragione — almeno dal punto di vista pratico. Ma il punto, mi permetta, è un altro.
Come ricorda in un suo post Manuel Belli, la storia è piena di gesti “inefficaci” che hanno però cambiato il mondo. Come il ragazzo di piazza Tiananmen, solo davanti ai carri armati. Come Rosa Parks, che rifiutò di cedere il posto sull’autobus. Come Hans e Sophie Scholl, che nella Germania nazista scelsero di non tacere. Come le Madri di Plaza de Mayo, che camminavano in silenzio con un fazzoletto bianco in testa per denunciare i desaparecidos del regime argentino. Erano atti simbolici, certo. Ma erano anche atti necessari. Il loro potere non stava nell’efficacia immediata, ma nel coraggio di chi, di fronte all’impotenza generale, prova almeno a stare dalla parte giusta della storia.
Le svelo un segreto, Presidente: nessuno crede davvero che quaranta barche possano risolvere il conflitto israelo-palestinese. Nessuno è così ingenuo da pensare che qualche tonnellata di beni di prima necessità possa guarire Gaza dalla fame e dalle ferite.
Il punto non è quello.
Il punto è che da mesi assistiamo, impotenti, allo sterminio di una intera popolazione. Si parla di oltre settantamila vittime, in gran parte donne e bambini. Spero converrà con me che quei bambini uccisi non sono colpevoli di nulla. Non hanno responsabilità per ciò che è accaduto, eppure pagano il prezzo più alto. Non voglio qui aprire l’ennesimo dibattito su chi abbia cominciato per primo. Dopo decenni di sangue e vendetta, le colpe si sono aggrovigliate in una matassa impossibile da sciogliere. Mia nonna, con la sua saggezza contadina, diceva sempre che “la guerra si fa in due”. Aveva ragione.
Resta il fatto che le morti continuano, che la carestia cresce, che gli ospedali non hanno più medicine. E allora la domanda che molti di noi si pongono è semplice e terribile insieme: cosa possiamo fare, come cittadini, di fronte a una comunità internazionale che guarda e tace?
La flotilla, nel suo piccolo, ha provato a rispondere. Non so se abbia agito nel modo giusto o se la sua azione sia stata utile, ma so che ha voluto dare voce a chi non sopporta più di vedere bambini morire sotto le bombe.
Mi creda, Presidente: il problema non è colpire il suo governo. Il problema è riuscire ancora a guardarci allo specchio ogni mattina senza provare vergogna.
Con rispetto, Marco









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