Ci sono gesti che non possono essere liquidati come semplici fatti di cronaca. Perché toccano qualcosa di più profondo. Toccano il mondo dei simboli.
Conosco la forza dei simboli e il potere dei segni. Non sono mai soltanto materia. In essi si condensano valori, sentimenti, passioni, interi orizzonti di senso. Sono come nodi in cui una cultura raccoglie e custodisce ciò che ritiene essenziale. Un crocifisso, ad esempio, non è mai solo un pezzo di legno: è per molti il luogo in cui si concentra il significato di un’intera esistenza, il rimando a qualcosa che supera l’umano.
Per questo non si può banalizzare l’immagine di un soldato che distrugge a martellate un crocifisso. È un gesto che ferisce, che ha una dimensione denigratoria e sacrilega. E tuttavia, proprio prendendo sul serio ciò che quel simbolo rappresenta, forse siamo chiamati ad andare ancora più in profondità.
Per chi crede, infatti, c’è un passaggio decisivo: Dio non è rimasto confinato nei segni, ma ha preso dimora nella carne. La carne viva degli uomini – e in modo particolare quella dei poveri, dei deboli, dei sofferenti – è diventata il luogo più alto della sua presenza. Non un simbolo che rimanda a Dio, ma un luogo in cui Dio si lascia incontrare. Da quel momento, il corpo umano, fragile e vulnerabile, è divenuto il sacramento più eloquente. È lì che Dio abita con maggiore familiarità. È lì che il mistero si fa concreto, che il divino si lascia toccare.
E allora la domanda diventa inevitabile. Se giustamente ci scandalizziamo davanti alla distruzione di un simbolo religioso, quanto più dovremmo indignarci davanti alla distruzione della carne viva? Davanti a corpi feriti, umiliati, annientati? Davanti alle vite spezzate di innocenti? Perché, se prendiamo sul serio il Vangelo, è proprio lì che il Crocifisso continua a essere colpito. Non nel legno, ma nella storia. Non nell’immagine, ma nella vita concreta di uomini e donne travolti dalla violenza.
Forse il vero scandalo, oggi, non è solo un gesto sacrilego contro un simbolo. È la nostra capacità di abituarci a una violenza che colpisce ciò che quel simbolo rappresenta nel modo più radicale: la dignità inviolabile della persona. L’uccisione di bambini innocenti, di famiglie intere, lo sterminio di un popolo sono assai più sacrileghi della distruzione di un simbolo religioso.
E allora il punto non è scegliere tra il rispetto dei simboli e la difesa della vita. È ricordare che, per chi crede, il simbolo trova il suo compimento proprio lì: nella carne ferita dell’uomo.
È lì che si decide, ancora oggi, da che parte stiamo.








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