quando si rompe il giocattolo mediatico

Ci sono immagini che valgono più di molte analisi sociologiche. Non perché siano clamorose, ma perché riescono a mostrare con crudezza il funzionamento nascosto del nostro tempo. Una di queste immagini sono le poltrone vuote del Teatro Sociale di Busto Arsizio durante il monologo di Alberto Ravagnani.

Non è il fallimento di una serata. E forse non è nemmeno il fallimento di una persona. È qualcosa di più interessante: è il momento esatto in cui un meccanismo mediatico si rende visibile.

Per anni Ravagnani ha incarnato un personaggio perfetto per l’ecosistema digitale contemporaneo: il “prete influencer”. Una figura che funzionava non tanto per ciò che diceva, quanto per il corto circuito simbolico che rappresentava. Un sacerdote giovane, presente sui social, capace di usare il linguaggio di YouTube, delle stories, dei reel. Abbastanza distante dall’immagine tradizionale del prete da risultare immediatamente interessante anche a chi della religione non si occupa affatto.

Ma il sistema dell’attenzione contemporanea è profondamente instabile. Non si nutre di continuità, ma di eccezioni. Ha bisogno costante di figure insolite, facilmente raccontabili, rapidamente consumabili. E soprattutto ha bisogno che queste figure restino permanentemente “anomale”. Perché nel momento in cui diventano semplicemente persone, l’interesse evapora.

Il problema è che nessuno può vivere per sempre dentro la propria eccezione narrativa.

A un certo punto il personaggio smette di sorprendere. Viene assorbito dal paesaggio. Diventa normale. E il mondo digitale ha un rapporto molto difficile con la normalità. La normalità non genera abbastanza clic, non produce abbastanza polarizzazione, non crea abbastanza curiosità compulsiva. Così il meccanismo si sposta altrove, verso un nuovo volto, una nuova stranezza, una nuova anomalia da trasformare in fenomeno temporaneo.

È una dinamica che riguarda tutti: influencer, divulgatori, politici, artisti. Il nostro tempo tende a costruire personaggi pubblici come prodotti ad alta rotazione. Finché producono attenzione vengono rilanciati ovunque; quando smettono di essere sorprendenti, vengono silenziosamente sostituiti.

E forse il punto più interessante riguarda proprio l’illusione che i social producono continuamente: quella di confondere visibilità e relazione. Siamo portati a credere che migliaia di follower coincidano con una comunità reale, che milioni di visualizzazioni generino automaticamente radicamento umano. Ma spesso non è così. I follower osservano. Una comunità resta.

Ed è probabilmente questa la differenza che le poltrone vuote di Busto Arsizio hanno reso improvvisamente visibile.

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