l’utopia della vita

Ieri, parlando al corpo diplomatico e alla società civile, nel suo viaggio apostolico in Colombia, Francesco ha citato il discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura assegnato nel 1982 a Gabriel Garcia Márquez. Incuriosito sono andato a rileggermelo: vi ripropongo qui un estratto, bello, inteso e ricco di speranza.

“Tuttavia, di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita.

Né i diluvi né le pesti, né le carestie né i cataclismi, neppure le guerre eterne attraverso i secoli e i secoli sono riusciti a ridurre il vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera: ogni anno ci sono 74 altri milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi vivi come se la popolazione di New York aumentasse sette volte ogni anno. La maggior parte di loro nascono nei paesi con meno risorse, e tra questi, naturalmente, quelli dell’America Latina.

Invece i paesi più prosperi sono riusciti ad accumulare sufficiente potere di distruzione da annichilire cento volte non solo tutti gli esseri umani che sono esistiti sino ad oggi, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo pianeta di infortuni.

In un giorno come questo il mio maestro, William Faulkner, disse in questo luogo: “Mi nego ad ammettere la fine dell’uomo”. Non mi sentirei degno di occupare questo luogo che è stato suo se non avessi la coscienza piena che, per la prima volta dalle origine dell’umanità, il disastro colossale che egli negava di ammettere 32 anni fa è ora niente più di una semplice possibilità scientifica.

Davanti a questa spaventosa realtà che attraverso tutto il tempo umano dovette sembrare un’utopia noi, inventori di favole che crediamo tutto, sentiamo il diritto di credere che non è ancora troppo tardi per intraprendere la creazione dell’utopia contraria, Una nuova e devastatrice utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove sia davvero vero l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano alla fine e per sempre una seconda opportunità sulla terra.”

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