Parole d'autore

i fiori di Shamira

Oggi lascio volentieri la parola a Mariateresa per una suo racconto. Buona Lettura!

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Due settimane fa Shamira mi ha mandato questa foto, scattata in un angolo del giardino di “casaboffa”. Mi scrive “primo fiore dell’anno” sapendo quanto io apprezzi le cose della natura e le loro imprevedibili ed emozionanti manifestazioni. Questo fiore rosso, nella sua semplice perfezione, è un inno alla vita e alla bellezza. Incurante di tutta la fatica e la pesantezza che avvolge la nostra vita, spunta fuori con impudenza a regalare vivacità e colore al nostro sguardo distratto.

Quasi senza nemmeno troppo chiedere o approfondire avevo pensato che Shamira (ragazza dall’animo semplice e sensibile) avesse comprato questa piantina e l’avesse trapiantata in giardino, regalandomi una foto per farmi compagnia e per ricordarmi sempre da dove vengo. Le mie radici sono nella terra di quel giardino, nelle mura di quella casa, nell’aria che profuma di erba bagnata.

L’altro giorno invece, parlando con mia mamma, vengo a sapere che la piantina di quella primula sta lì dall’anno scorso e che quest’anno, improvvisamente, senza che nessuno se ne sia preso cura, è tornata a vivere e risplendere di questo bel rosso acceso. La cosa mi ha fatto pensare…

Nessuno ha fatto nulla per lei in questo ultimo anno. Ce ne siamo dimenticati tutti, non c’è stato bisogno del nostro intervento, anzi probabilmente, se avessimo fatto qualcosa, avremmo impedito al fiore di seguire i tempi delle sue stagioni e ricominciare il ciclo della fioritura.

Questo “fare nulla” coincide esattamente col tempo dell’attesa. A pensarci bene l’unica cosa che Shamira o mia mamma possono aver fatto è stato il gesto di trapiantare la piantina, di posarla nella terra, darle una casa, accudirla e custodirla finche è durato il suo tempo, perchè si sa, le primule hanno vita breve.

Poi, nulla.

Il fiore è appassito ed è tornato alla terra, le foglie son cadute, le radici hanno riposato nel nascondimento del vaso e della terra.

Eppure questo “far nulla” è stata la condizione per la sua rinascita.

C’è forse qualcosa da imparare dalla vita di questo fiore?

Penso al mio lavoro, al lavoro di ogni genitore, di ogni educatore, di ogni amico… C’è un tempo per seminare, un tempo per nutrire, accudire, un tempo per custodire… e poi c’è un tempo per aspettare.

Il tempo dell’attesa è ciò che diventa necessario perché la vita sedimenti, la cura fiorisca, il seme si conosca e di veda trasformato nel suo più bel compimento.Il tempo dell’attesa non è un dolce ed inutile far niente, non è arresa, remissività. E’ il tempo più prezioso, più difficile forse da comprendere e gestire, più fecondo…

E’ il tempo della scelta. Scegliamo di aspettare, non possiamo fare altrimenti se vogliamo dare un’altra possibilità al fiore.

Ci vuole coraggio, e pazienza, e sapienza.

Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc. 17, 10)

Parole d'autore

ho un debole per quelle persone…

Ho un debole per quelle persone
che sanno di essere fortunate,
che ne hanno passate
di tutti i colori.
E perciò vivono colorate.
Che non hanno bisogno
di nascondere gli altri
per sentirsi giganti.
Che portano dentro
nascosto da qualche parte
un dolore che non passa mai.
Qualcosa che le ha cambiate per sempre
ma non per questo si sentono più grandi
ma non per questo si sentono migliori.

Ho un debole per quelle persone
che spente le luci, rimangono accese.
Che chiuso un amore, rimangono vive.
Che sciolto il trucco, rimangono vere.
Ho un debole per le persone
attente a toccare.
Che una carezza quando incontra un livido si fa ricordo.

Ho un debole per quelle persone
che hanno lottato
e in silenzio hanno vinto.
Che dal giorno in cui sono uscite
dal loro buio
soffrono di felicità ossessiva compulsiva.
Che non hanno mai rinunciato
alla loro dolcezza.
Che non si sono piegate alla rabbia
quando la rabbia era l’unico modo
per farsi ascoltare.

Ho un debole per quelle persone
che sanno che insistere
significa “violentare”.
Che rispettano un “no, grazie”
senza aggiungere altro.
Che dev’esserci un motivo
per entrare nella vita di una persona
e quel motivo dev’essere chiaro.
Sempre.
Che essere gentili
non vuol dire essere stupidi.
Che conoscono il peso delle parole
e non te le scagliano contro
per difendersi.
Che rispettano la solitudine.
Perché sanno che una persona
custodisce lì, tutto ciò che non si può raccontare.
Tutto ciò che non vuol essere trovato.

Ho un debole per quelle persone
che quando camminano per strada
e incrociano il tuo sguardo
per un istante sorridono.
Le adoro.
Mi mandano letteralmente
fuori di cuore.

(Andrea Zorretta – da “Cento secondi in una vita”)

Parole d'autore

siate eretici!

Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.
Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Luigi Ciotti

Parole d'autore

attenzione

“L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
La capacità di prestare attenzione è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo.
Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano.
Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra : “Qual è il tuo tormento?”.
La pienezza dell’amore del prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”.
Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo…”

Simone Weil

Parole d'autore

la verità sta ancora lì

La questione della verità ha attanagliato la ricerca filosofica lungo migliaia di anni. E nel corso della storia del pensiero accanto all’amore per la sapienza si è spesso palesato un pensiero che indeboliva il pensare, uno scetticismo (gli scettici antichi furono tra i primi a sostenerlo) che poneva in dubbio le capacità umane di arrivare alla verità, tratto saliente dell’esperienza religiosa.

Un personaggio di Non è un paese per vecchi (Einaudi), opera dell’americano Cormac McCarthy, radiografa così il nostro mondo: «Secondo me, dopo tutte le bugie che sono state dette e dimenticate, la verità sta ancora lì. Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all’altro. Non si può corrompere, così come non si può salare il sale. Non si può corrompere perché è quella che è. È la cosa di cui stai parlando. L’ho sentita paragonare a una roccia – forse nella Bibbia – e sarei anche d’accordo. Ma la verità resterà qui anche quando la roccia non ci sarà più. Sono sicuro che qualcuno non sarebbe d’accordo con questa idea. Parecchia gente, anzi. Ma questa gente non sono mai riuscito a capire in cosa creda».

Il lettore perdonerà la lunga citazione, che però ben si attaglia al tempo che stiamo vivendo. Non possiamo “salare il sale”. La verità è lì. Ci aspetta per incontrarla.

Lorenzo Fazzini, su Avvenire di sabato 17 luglio 2021

Parole d'autore

Fare niente per sentirsi vivi

C’è nelle vacanze una dimensione che purtroppo è negata e contraddetta, nonostante le intenzioni dichiarate da chi parte, prende le distanze dal quotidiano e dunque va in vacanza, intraprende il viaggio per vacare. In realtà vacare non è così facile, non è automatico, soprattutto se si pensa che contiene in sé l’idea del “far niente”.

Che cosa significa “far niente”? Significa darsi del tempo per non fare quello che fanno gli altri: fare il bagno, fare una passeggiata … “Far niente” significa sentire che si esiste, sentire che si è vivi e dunque godere di essere al mondo, assaporare l’istante. Durante tutto l’anno si agisce, si fa, ma si può anche “far niente”, cosa più facile da dirsi che da vivere. Ci sono uomini e donne che non riescono mai a “far niente”, perché agire li nutre; non hanno mai tempo per “far niente”, perché hanno sempre da fare, e così a poco a poco diventano incapaci di fermarsi dal fare.

Sì, ci sono uomini e donne che, giunti in vacanza, pensano subito a vuotare le valige, a mettere in ordine, a fare programmi, a stabilire cosa fare al mattino, a mezzogiorno, alla sera… E poi c’è l’erba del prato attorno a casa da tagliare, immergendosi in un rumore assordante; e si trovano molte altre cose da fare, pur di non fermarsi a “far niente”. “Far niente ci angoscia, fare molte cose ci rassicura. Faccio dunque vivo, e quando mi presento agli altri dico quel che faccio; se faccio nulla non so neanche parlarne, e poi mi prende la noia, la stizza …”.

Eppure fermarsi e “far niente”, in modo consapevole, significa sentirsi come un albero, una pietra, una cicala adagiata su un ramo, una nube in cielo: ci sono molti soggetti attorno a me che sanno “far niente”… “Far niente” diventa allora sentire un legame, una comunione con ciò che mi sta attorno. E sento di vivere, tranquillamente, mi sento contento di nulla e di tutto ciò che esiste. E capisco che passo giorni e giorni senza sentirmi vivere, senza essere consapevole che esisto e che è bello vivere: non sono una macchina che fa!”. Arte non solo per riposare il «far niente», ma arte per vivere e diventare sapiente.

Enzo Bianchi su Repubblica del 26/07/2021

Parole d'autore

No-SEM

“IO HO DECISO, NON MI FERMO AI SEMAFORI!
Io sono un NO-SEM.

Cioè, se tu vuoi fermarti ai semafori, liberissimo, mica te lo proibisco. Ma io no.

Il semaforo limita la mia libertà di movimento e la mia libertà di scelta individuale. Cose previste dalla Costituzione e dal trattato di Schengen, libertà di circolazione, avete presente?

Io ammiro chi crede davvero che i semafori siano stati concepiti per la nostra “sicurezza”.
Sul serio, senza ironia, capisco chi pensa che la vecchietta che attraversa la strada e non finisce sotto la mia macchina, poi PER QUESTO motivo campi altri cent’anni. E’ una cosa che ci hanno indotto a credere da sempre, indottrinandoci ben bene a partire dai nostri genitori (servi inconsapevoli, ahi loro).

Che poi, quelli investiti sulle strisce, siamo sicuri che non avessero altre patologie? Il 70% aveva problemi cardiaci, o problemi respiratori da raffreddore… Sono morti PER schiacciamento da auto o CON schiacciamento da auto, ma prima o poi sarebbero morti lo stesso? Non ce lo dicono…
Fatto sta che nessuno sottolinea mai quanto i semafori consumino elettricità (SOLDI NOSTRI), deturpino il paesaggio e discriminino i daltonici, perché queste sono verità scomode.

E il mainstream non vi verrà mai neanche a dire che ci sono fior di studi SCIENTIFICI che dimostrano al 100% che se un’automobile o un motorino va a forte velocità contro il palo di un semaforo si schianta col rischio anche di MORTE.
C’è tutta una letteratura al riguardo per cui i morti contro i pali dei semafori sono milioni. Però i media ne parlano bene e le autorità li impongono cercando di farci passare i semafori come una cosa per il “nostro bene”. (ah ah, sì vabbe’).

Si sa da tempo immemore che anche se una persona a piedi sbatte su un palo di semaforo poi ha delle conseguenze anche permanenti.
Ecco, tutto questo e tanto altro dovrebbe bastare ma non mi interessa fare proseliti, io racconto solo la verità, poi voi fate come volete, intanto io penso con la mia testa pur continuando a prendere multe e sanzioni perché ovviamente vado contro il sistema.
No problem, io proseguo nella mia battaglia illuminata e dico:
“No, grazie, io non mi fermo ai semafori”.”

Marco Romeo su Facebook

Parole d'autore

corpi “indegni”…

C’è dunque l’esigenza di riprendere in mano il rapporto con il proprio corpo e con il corpo dell’altro non attraverso immagini idealizzate del corpo, bensì a partire dall’aspetto meno piacevole, quello della sofferenza. È quel che non vogliamo vedere, nel corpo dei carcerati picchiati e torturati, nel corpo di donne violentate, nel corpo degli scarti della società che non possiamo non incontrare.

Per noi ci sono di fatto dei corpi ritenuti “indegni”, ma anche l’umano che ha perso la sua forma e ha assunto l’indegnità richiede che si riconosca in lui la dignità umana. È soprattutto l’umano “senza qualità” a conservare quella dignità che invoca rispetto. A ciascuno dev’essere infatti riconosciuta la propria dignità non per ragioni religiose, non per obbligo penale vincolante, ma semplicemente perché ridotto a nulla: l’essere umano sfigurato genera la dignità in chi gli sta di fronte e accetta di incontrarlo, di assumere il peso di un’umanità avvilita, sprovvista dei tratti considerati necessari alla qualità determinata dalla maggioranza. Il rispetto della dignità è infatti fondato sulla nostra comune indegnità: la dignità umana, in effetti, non è un attributo dell’individuo ma una relazione, e come tale si manifesta nel gesto con cui ci rapportiamo all’altro che conosce l’abbrutimento e la dis-umanità.

Il corpo, non dimentichiamolo, permane il “luogo” della nostra iscrizione nel “senso” della vita. Nel corpo che mi accomuna a ogni umano e che da ogni umano mi differenzia e mi personalizza è incisa la mia unicità e la mia chiamata a esistere con e grazie agli altri. Il corpo, non scelto, resta però un compito da realizzare e questo rappresenta una grande sfida che richiede libertà, responsabilità e accoglienza da parte degli altri.

Così parlò Zarathustra: “Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza!”.

Enzo Bianchi su La Repubblica – 12 luglio 2021

Parole d'autore

canta il sogno del mondo

Ama,
saluta la gente,
dona, perdona,
ama ancora  e saluta
(nessuno saluta nel condominio,
ma neppure per via).
Dai la mano,
aiuta, comprendi,
dimentica
e ricorda solo il bene.
E del bene degli altri
godi e fai godere.
Godi del nulla che hai,
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco – se necessario –
dividi.
E vai,
leggero dietro il vento e il sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta,
saluta tutti:
il nero, l’olivastro e perfino il bianco.
Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi si contendano d’averti generato.

David Maria Turoldo

Parole d'autore

come se non fossimo mai stati…

Un giorno moriremo entrambi,
l’uno lontano dall’altra,
e nessuno si ricorderà più di noi.
Nessuno.
Nessuno si ricorderà
del nostro tempo insieme,
così breve, così eternamente breve,
da sembrare una vita.
Un giorno, non ci saremo più,
e chi si ricorderà di noi?
dei nostri primi giorni,
di te, di com’eri fragile e bianca,
e di me, che non parlarne è meglio?
Nessuno.
Un giorno, questo è certo,
non ci saremo più,
e chi potrà ricordarsi
del nostro piccolo mondo insieme?
così caldo, eppure così freddo,
così leggero, eppure così difficile
da levarsi di dosso?
Nessuno.
Solo io e te, ora, possiamo ricordare,
dopo di noi, nessuno. E sarà
come se non fossimo mai stati.

Pablo Neruda