Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 3 Novembre 2026. Buona lettura!

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Un Papa che vota alle elezioni di midterm americane è certamente una notizia curiosa. In questi giorni i media ne hanno sottolineato soprattutto l’aspetto singolare, quasi una curiosità di costume: Leone XIV che, come milioni di altri cittadini statunitensi, esprime la propria preferenza attraverso una scheda elettorale. Eppure credo che questo gesto, apparentemente ordinario e persino innocente, meriti una riflessione meno superficiale. Perché forse ci dice qualcosa che va ben oltre la cronaca e contribuisce a cambiare sensibilmente il modo in cui siamo abituati a pensare e a percepire la figura del Pontefice.

C’è anzitutto Robert Prevost, il cristiano. Prima di essere Papa, egli è un uomo, un cittadino americano, una persona che appartiene a una comunità politica e civile e che, come ogni altro cittadino, esercita diritti e assume responsabilità. Il suo voto ci ricorda che la fede non colloca il cristiano fuori dalla storia, non lo sottrae alle vicende della propria comunità e non lo dispensa dai doveri della cittadinanza. Robert Prevost, in questo senso, è uno come tutti gli altri: condivide la stessa responsabilità che riguarda ogni cristiano, in ogni parte del mondo, di partecipare alla costruzione del bene comune.

Ma è soprattutto la figura di Leone XIV a essere vista sotto una luce nuova dopo questo gesto. Siamo abituati a pensare il Papa attraverso le categorie della sua funzione: il successore di Pietro, il capo della Chiesa cattolica, il custode della tradizione, una figura che porta con sé un’autorità spirituale e istituzionale unica. Attorno alla sua persona si è sedimentata, nei secoli, una rappresentazione fatta di solennità, distanza, cerimoniali e simboli. Una sorta di aura che rischia talvolta di farci dimenticare l’uomo che abita quel ruolo.

Ecco, una scheda elettorale sembra improvvisamente incrinare questa rappresentazione. Il Papa vota. Non impartisce una direttiva, non pronuncia un discorso, non esercita un’autorità speciale. Compie un gesto che appartiene alla vita ordinaria di milioni di persone. Il suo voto non vale più di quello di un qualsiasi cittadino americano: entra nello stesso processo democratico, sottostà alle medesime regole, partecipa alla medesima responsabilità collettiva. E proprio questa normalità ha qualcosa di sorprendente.

Non è soltanto un Papa che testimonia il valore della democrazia e della partecipazione. È un Papa che, per un momento, si presenta a noi non attraverso la straordinarietà del proprio ministero, ma attraverso la normalità della propria condizione di cittadino. Non rinuncia alla propria autorità spirituale, naturalmente, ma lascia intravedere che essa non cancella la sua umanità, non lo colloca su un piano separato, non lo rende estraneo alle esperienze comuni. Forse siamo così abituati a guardare il Pontefice dall’alto della sua funzione che abbiamo bisogno di una scheda elettorale per ricordarci che anche lui appartiene alla comunità degli uomini.

In quel gesto possiamo quasi ritrovare il pescatore di Galilea chiamato a seguire il Maestro, a confermare i fratelli nella fede, ma anche a riconoscere la distinzione tra le responsabilità della città degli uomini e quelle del Regno di Dio. «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»: non una separazione tra fede e vita pubblica, ma il riconoscimento che il cristiano abita entrambe, senza confonderle.

E c’è infine una conseguenza anche per il modo in cui guardiamo al capo dello Stato della Città del Vaticano. Egli partecipa alle elezioni di un altro Paese: una circostanza difficilmente immaginabile per qualsiasi altro capo di Stato. È un dettaglio che rivela la natura eccentrica di quella realtà statuale, la cui ragion d’essere non coincide con quella delle altre nazioni, ma è legata alla missione universale della Chiesa.

Forse, allora, la notizia più interessante non è semplicemente che il Papa abbia votato. È che, attraverso quel voto, abbiamo potuto vedere il Papa in un modo diverso. Sotto le insegne, i simboli e la narrazione di Leone XIV non viene mai meno l’esperienza personale del cristiano Robert Prevost. Il ministero non cancella la persona, l’autorità non annulla la cittadinanza, la responsabilità universale non fa venir meno quelle più ordinarie.

E forse un papato capace di mostrarsi anche così, nella semplicità di un gesto comune, ci aiuta a comprendere meglio non soltanto chi è il Papa, ma anche che cosa significa essere cristiani nel mondo.

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