Storie dall'Arsenale

la casa di Pollyanna

Che cosa puoi domandare di più dopo che hai donato ciò che di più prezioso possedevi? E non parlo di soldi, gioielli, proprietà o immobili…

Pensavo a questa domanda quando ieri sera Simona e Carlo ci raccontavano la loro recente esperienza di affido familiare. Già genitori biologici di tre figli, Simona e Carlo hanno deciso di spalancare le porte di casa ad altri tre figli affidatari: una ragazzina preadolescente e due fratellini di pochi anni.

Per gente semplice e comune come noi, che non possiede particolari agiatezze, che cosa può esistere di più prezioso dell’amore coniugale e genitoriale, quell’affetto che nasce dalle viscere e che sperimenti verso la compagna della tua vita ed i tuoi figli? È proprio a questo “patrimonio” che la giovane coppia ha attinto quando ha scelto, con generosità e coraggio, di “disperdere” questa ricchezza fuori dal recinto familiare.

Ebbene: finché si tratta di condividere qualcosa di periferico e marginale della nostra vita, la cosa si può anche fare, ma quando si tratta di spezzare il pane degli affetti più intimi e profondi, è allora che la cosa si fa assai più difficile ed ardua; quando la condivisione avviene fuori dalla porta di casa nostra ci può stare, ma consentire a questo desiderio di donazione di superare la soglia della nostra intimità, beh a quel punto il gioco sale decisamente di livello e si fa tutto più complicato ed impegnativo.

Capite allora perché c’è molta ammirazione e stima per quello che Simona e Carlo hanno fatto con estrema semplicità e naturalezze. Sì, perché questo, insieme al coraggio della scelta, è il secondo tratto che mi ha colpito delle parole della giovane coppia: la potremmo definire una insolita semplicità evangelica. È strano come certa gente faccia cose straordinarie con una modestia disarmante: nessuna enfasi, nessun orgoglio o compiacimento, nessuna superbia o protervia. È come se tutto fosse accaduto con naturale candore e spontanea generosità…

Credetemi: è come una boccata di aria fresca incontrare certa gente, una iniezione di fiducia in un mondo depresso e diffidente, sospettoso e scoraggiato.

Confesso che si prova un certo orgoglio ad essere amici di persone così, giacché ti senti destinatario di un privilegio che sai di non meritare.

Storie dall'Arsenale

storia di un leoncino coraggioso

Ecco il secondo racconto della rubrica “Storie dall’Arsenale”, pubblicato anche sul sito dell’Arsenale dell’Accoglienza (QUI). Buona lettura!

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Il libro dell’Esodo mette sulla bocca di Dio queste parole: “Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi”. Non ne capiamo bene le ragioni ma talvolta nella vita accade proprio così: ci ritroviamo a pagare debiti che non abbiamo contratto, ci viene chiesto di restituire qualcosa che altri prima di noi hanno acquistato e sperperato.

Quanto le parole dell’Esodo interpretano e raccontano la breve vita di Paolo! Anche lui, appena nato si ritrova sulle spalle il peso di una lunga vicenda di sofferenze, disagi, abusi che nascono lontano nel tempo e nelle generazioni, che originano ben prima della sua nascita ma per le quali egli si trova ora costretto a pagare un conto assai salato ed oneroso.

Paolo nasce 5 anni fa già in crisi di astinenza: la mamma, durante la gravidanza, abusa di alcool e sostanze, sicché il bambino si ritrova nei primissimi giorni di vita sotto metadone, costretto in un percorso di disintossicazione che segna da subito la sua venuta al mondo. Il padre di Paolo è in prigione e il piccolo non lo conoscerà mai durante la sua crescita. La mamma è una persona fragile e segnata dalla droga e dall’alcool, vittima lei stessa di abusi vissuti in famiglia, molestata da coloro che avrebbero dovuto prendersi cura di lei e presto abbandonata ed espulsa dalla rete familiare. È in questo contesto di degrado umano e relazionale che Paolo vive i primi anni della sua vita, in un ambiente che è incapace di prendersi cura di lui, di contenerlo, di mostrargli affetto ed attenzione. Paolo vive “non visto”, esposto ad una quantità di stimoli ingestibili per un bimbo della sua età, in un situazione segnata da promiscuità, assenza di figure di riferimento e relazioni affettive stabili. È così che Paolo sviluppa comportamenti intolleranti ed incapaci di sopportare la pur minima frustrazione: cade spesso vittima di crisi di pianto, urla, atti di autolesionismo, di violenza estrema su di sé e sugli altri. È proprio assistendo ad una di queste crisi che i servizi sociali decidono un intervento di sostegno per rinfrancare le fragili capacità educative della mamma. Viene proposto un percorso diurno “ad alta valenza” presso la casa famiglia dell’Arsenale. L’idea è quella di “alleggerire” l’impegno di cura della mamma, e permettere a Paolo di sperimentare un ambiente caldo ed accogliente nel quale poter ritrovare un proprio equilibrio. Ma la breve permanenza presso l’Arsenale testimonia come la situazione fosse ben più grave di quello che si sarebbe potuto pensare. Paolo mostra crisi frequenti e violente, rivelando quanto il mondo interiore del piccolo sia abitato da ansie, paure, angosce profonde che egli è incapace di gestire e di cui è innocente vittima. La strategia di intervento allora cambia: il percorso diurno si trasforma in un affidamento alla comunità, nella speranza che essa possa “riparare ai guasti” che Paolo si porta dentro.  E’ Giuditta a raccontare i primi tre mesi di presenza di Paolo in comunità, è lei che diviene la sua figura prevalente di riferimento.  Le prime settimane vedono Giuditta impegnata in un processo faticosissimo di contenimento: Paolo va protetto da se stesso, va gestito nelle sue frequenti crisi, gli va impedito di far male a se stesso e agli altri. Il percorso è difficile ed estenuante, ventiquattro ore notte e giorno,  in una “lotta” continua ed una cura incessante, tra rabbia, pianti, urla che durano anche ore, mostri che agitano l’anima di Paolo come fantasmi che si muovono liberi nella sua mente. Dopo i primi tre mesi di calvario le crisi iniziano ad attenuarsi, e Paolo comincia a mostrare piccoli e deboli segnali di relazione ed attaccamento. Tuttavia questo legame (esclusivamente con Giuditta, giacché Paolo rifiuta ogni altro contatto) è ancora fragile ed insicuro, e il piccolo vive un sentimento ambivalente verso la “vice-mamma” (come lei stessa si definisce). Il rapporto con lei attraversa fasi di attaccamento ossessivo e momenti di violenza ed aggressività, di dolcezza e di incontenibile rabbia. Per il primo anno i due vivono una faticosa simbiosi: Giuditta c’è e deve esserci sempre, di giorno, quando si gioca, si mangia, si esce; ma anche di notte, nelle lunghe ore in cui il sonno è turbato da incubi e angosce. Fortunatamente accanto a Giuditta c’è Andrea, che veste i panni di vice-papà e con costanza e pazienza aiuta Paolo a percepire l’esistenza di un limite, fisico e simbolico, che non deve mai essere superato per poter vivere legami positivi. Per Andrea avvicinarsi a Paolo è stata un conquista pagata a caro prezzo: dapprima rifiutato ed allontanato, poi solo tollerato fino a diventare, pian piano il suo compagno di giochi e la persona che Paolo cerca per ricevere quello che solitamente la mamma gli nega. Racconta Giuditta: “Andrea ha dato nuova vita all’immagine di uomo e papà agli occhi di Paolo. Egli è colui che segna i confini, che rende evidenti le regole ma gioca con la forza che le vice-mamme non hanno”.

Lentamente e gradualmente Paolo si “scioglie”, si affida, si lascia andare sicché diviene possibile inserire un secondo educatore che si possa prendere cura di lui. Viene tentato un inserimento all’asilo, qualche ora al giorno, dapprima con Giuditta presente, poi qualche tempo da solo, finché il piccolo riesce a gestire la separazione e a riconoscere le nuove figure di riferimento.

Il legame tra Paolo e la mamma resta assai complicato. Gli incontri periodici che i servizi sociali avevano previsto si mostrano presto fonte di un’ansia che turba profondamente la vita del piccolo, e difficili per lui da “digerire”.  Anche i rapporti con la sorella maggiore non si rivelano un aggancio valido per Paolo con la sua rete familiare ed il suo passato. A Paolo resta solo la zia, con la quale, non senza fatica, si tenta un percorso di riavvicinamento. In fondo la zia e la sorella costituiscono per il piccolo quel nucleo di affetti familiari che gli sono rimasti, quel debole legame con la propria storia e con la propria famiglia di appartenenza.

Intanto Paolo continua a fare progressi: la presenza all’asilo, anche se talvolta problematica, aiuta il piccolo a socializzare con i compagni e a trovare un legame con altre figure adulte. Anche lo sport si mostra uno strumento efficace per la guarigione: Paolo è un bravo atleta, e questa abilità è di rinforzo alla sua autostima. Paolo insomma è un bambino sveglio ed intelligente, con eccellenti capacità motorie e qualche ritardo nel linguaggio che sta cercando di superare con interventi specializzati e continui.

Giuditta mi confida il suo sogno su Paolo, che poi diviene anche il suo obiettivo educativo e genitoriale: Paolo deve sperimentare il meglio di sé fuori dalla comunità, deve poter vivere esperienze che lo mettano in contatto con le mille risorse che il bambino comunque si porta dentro.  Ma per vivere questo “fuori”  attendibile, Paolo deve poter contare su un “dentro” capace di reggere le sue ansie e le sue paure: una comunità famigliare che sia in grado di sostenerlo nel suo percorso, di contenerlo nelle sue crisi e di rialzarlo quando cade.  È in questo delicato rapporto tra “dentro” e “fuori” che si gioca il futuro del piccolo, la sua possibilità di aprirsi alla vita e di accettare la sfida della crescita.

Paolo conosce la propria storia, ovviamente come può conoscerla un bimbo di cinque anni. Ma gli assistenti sociali e Giuditta ritengono giusto che gli vengano spiegati gli eventi che lo riguardano: il passato segnato dalla tossicodipendenza dei genitori, il carcere, l’arrivo nella casa famiglia, la presenza della zia e l’inserimento a scuola. E come per ogni bambino, anche per Paolo le fiabe si rivelano un prezioso strumento di comunicazione, capaci di comunicare cose belle e tragiche con la leggerezza e la profondità dei simboli. Ecco quindi che Paolo è il leoncino coraggioso che è stato allontanato dal suo branco, in quanto il papà leone ha trovato e mangiato delle bacche velenose che gli impediscono di trovare la strada verso casa. Anche la mamma è finita in una recinto  con alte mura dalla quale ella non può fuggire. Succede così che la pantera e l’elefante (simboli del giudice e dei servizi) affidano il leoncino alle cure di una strana coppia di lupi, i quali ospitano nella propria nidiata orsetti, antilopi e un sacco di altri animali che, come il piccolo leoncino, hanno bisogno di una famiglia. E così che attorno a questa favola gli eventi trovano forma e parola, l’indicibile diviene comunicabile, la tragedia diviene condivisibile, e prende forma un libro capace di custodire tutte le pagine della vita di Paolo: le pagine in cui si piange, in cui ci si dispera ed in cui si urla; ma anche le pagine in cui si è accolti, custoditi ed abbracciati, amati e rispettati; e pure tutte le pagine che raccontano di sfide e di cadute, di vittorie e di regressioni, di successi e di fallimenti. Quel libro di favole contiene anche un’infinità di pagine bianche, pagine ancora da scrivere, pagine che Paolo e Giuditta riempiranno, una frase alla volta, con lo scorrere del tempo.

Storie dall'Arsenale

stasera si recita a soggetto

Ecco la nuova storia della rubrica STORIE DALL’ARSENALE, pubblicata anche sul notiziario informativo dell’Arsenale dell’Accoglienza. Buona lettura!

La casa, la nostra casa, è il luogo che propizia l’incontro tra noi ed il mondo, tra la nostra persona e la realtà. L’ambiente familiare, le persone care, le “cose di casa” ci educano a maturare una fiducia ed un affidamento alla stabilità del mondo e della vita. Quando questo “propiziamento” non accade, perché impedito da un clima di violenza familiare, la persona ne esce come frastornata, disorientata, incapace di “stare al mondo” con fiducia e speranza.

È testimone di questa radicale verità il piccolo Luca (chiamiamolo così…) ospite da alcuni anni dell’Arsenale dell’Accoglienza, insieme a sua mamma Anna (altro nome di fantasia) e ai suoi fratelli. Luca è una delle tante vittime di quella violenza familiare che aggredisce, come un cancro, le vite delle nostre famiglie: il padre, uomo violento ed aggressivo, maltratta la moglie, lasciando che i figli assistano a questo triste spettacolo. Di fronte alla problematica rete di legami familiari, Luca scompare, si mimetizza come un camaleonte di fronte al pericolo, chiudendosi in una anonima normalità, che di normale, ahimè, non ha davvero niente. Dietro questo muto anonimato, infatti, Luca matura, giorno dopo giorno, violenza dopo violenza, una sindrome da “ipervigilanza”: succede come a quegli animali bastonati e maltrattati che non si lasciano avvicinare da nessuno, ringhiando a chiunque tenti di farsi loro vicino ed interpretando come una aggressione qualunque tentativo di contatto.

Luca ha solo 5 anni quando, insieme alla madre e ai fratelli, lascia la sua casa di origine: ancora piccolo, ma in realtà già lucido e consapevole di quello che sta accadendo. Giunta a Borghetto, la famiglia viene accolta in un appartamento indipendente all’interno della rete dell’Arsenale. Trascorre un anno in cui il nucleo tenta di rimettere insieme i cocci della propria esistenza. È un percorso faticoso e doloroso per tutti: anzitutto per mamma Anna, che è chiamata non solo a lenire le ferite dell’abuso, ma anche a riprendersi cura dei propri figli; lo è anche per Luca ed i suoi fratelli, che devono fare i conti con i modelli violenti ed abusanti appresi in casa.

Accade però che non tutto va come ci si sarebbe aspettato, sicché i due fratelli maggiori di Luca devono lasciare il nucleo familiare per intraprendere un proprio percorso di rinascita. Purtroppo, questo nuovo “contesto” familiare fa da detonatore a tutto il malessere che Luca si porta dentro da anni: Il bravo e tranquillo bambino diviene così, nel giro di pochissimo tempo, aggressivo, violento, manesco, sfidando le pur fragili capacità di gestione della mamma. Si avvia quindi un differente progetto educativo che mette al centro Luca e la sua rete familiare. Il ragazzino inizia a trascorrere alcuni pomeriggi in comunità dove ha la possibilità di sperimentarsi in attività libere ed organizzate che supportino la sua guarigione. Luca ha bisogno di percepire attorno a sé un contesto regolamentato, nel quale scoprire che può abbassare la guardia, che può tornare a “fare il bambino” perché ci sono adulti attorno a lui che si occupano della sua sicurezza.

La risposta di Luca al nuovo “contesto” è sorprendente: il bambino in poco tempo inizia a ridurre le crisi di aggressività e a contenere la violenza che prova dentro. Per Luca diventano possibili quelle piccole cose che il suo temperamento un po’ aggressivo prima gli precludevano, come ad esempio giocare a calcio, cosa che a Luca piace tantissimo. Finalmente, Luca può sperimentare un rapporto nuovo con la mamma come colei che, pur dentro le sue fatiche personali, è capace di accudimento, di accoglienza e di contenimento, quando necessario. È questo l’obiettivo del nuovo percorso educativo: la creazione di un legame nuovo tra lui e la mamma, ricco di calore, comprensione e cura vicendevole.

Con gli occhi lucidi dalla commozione, Andrea, il giovane papà che a Borghetto si prende cura di lui e della sua mamma, mi racconta un punto di svolta del percorso di Luca: il piccolo impara a dire alla mamma “ho bisogno di te”, riconoscendo il suo debito e il suo legame profondo con il genitore. Quando poi questo riconoscimento si scioglie in un abbraccio, beh, confessa Andrea, “quello è stato un momento di pura estasi”.

C’è quindi un lieto fine alla storia? Non si sa… è presto per dirlo… Andrea ci tiene a sottolineare che la storia di Luca ed Anna è una storia aperta, il cui finale deve ancora essere scritto. Entrambi sono ancora impegnati in un percorso di guarigione personale e familiare: Anna sta piano piano scoprendo la propria autonomia e rinforzando le proprie competenze genitoriali; Luca ha imparato che il mondo può essere meno ostile e che ci sono persone verso cui può vivere una fiducia incondizionata.

Il segreto della storia è stato il cambio del “contesto”. È come se gli eventi li avessero costretti a recitare una parte che, giorno dopo giorno, hanno imparato a memoria. Andrea e gli amici dell’Arsenale hanno provato a cambiare copione, a modificare la scenografia e a suggerire, con delicatezza e costanza, nuove battute a Luca ed Anna, lasciando che imparassero a interpretare da soli la commedia della loro vita. Con un nuovo palco, una nuova platea, un nuovo canovaccio e nuovi registi, Luca ed Anna hanno imparato che il cambiamento è possibile, che è a portata di mano. Certo, i balbetti e le balbuzie appresi in anni di recitazione sbagliata non passano in un momento: occorre allenamento, impegno e fatica. Sono consapevoli che qualche “steccata” la prenderanno ancora, che dimenticheranno la battuta o sbaglieranno un’entrata in scena… Ma che gioia scoprire che nella vita si recita a soggetto e che, in fondo, sei tu a decidere la tua parte!

Storie dall'Arsenale

Storie dall’Arsenale

Non so che cosa significhi per voi vivere una esperienza mistica: magari atmosfere rarefatte, strane musiche, luce accecante, profumi intesi o magari altro. Oggi ho avuto la riprova che può accadere di avere un percezione diretta e sensibile del Mistero della Vita anche entrando in una semplice casa, abitata da una comunissima famiglia che vive una esistenza tranquilla e nascosta, in uno dei tanti paese della nostra terra. E che questo Mistero si può mostrare attraverso il volto luminoso di un giovane papà, occhi vispi ed un sorriso dolce ed accogliente ed una mitezza innata che trasuda dolcezza e garbo.

Conosco Andrea al telefono, messi in contatto vicendevole da un comune amico, perché mi chiede la disponibilità a prestare la mia penna per raccontare alcune delle storie che avvengono in quel posto un po’ ai limiti della realtà che è l’Arsenale della Accoglienza di Borghetto Lodigiano. Ci vivono alcune famiglie che accolgono una umanità tanto varia quanto sofferente e provata. In particolare Andrea, insieme alla moglie ed ai due piccolissimi figli (1 e 2 anni) dà accoglienza a 5 ragazzini in affido di cui si prendono cura insieme ad alcuni operatori e molti volontari.

Giungo un po’ spaesato davanti alla sua casa, all’orario fissato, chiedendomi se quello sia l’indirizzo giusto oppure no: è una casa come molte, nessun cartello, nessuna insegna che indichi la singolare umanità che la abita, né alcun segno visibile che tradisca un qualche indizio di quel fuoco vivo che arde dentro…a volte succede così: certi misteri sfuggono da sguardi rapaci e da occhiate curiose…

Mi accoglie Daniela, la moglie di Andrea, che senza troppe formalità mi introduce in casa: entro e non serve un particolare acume per rendersi conto che sono finito in un posto quantomeno singolare: una frotta di bambini piccolissimi gira per casa, accuditi da diversi adulti, di cui non comprendo immediatamente identità e ruoli. Sono tutti gli attori di quella strana “commedia degli affetti” che va in scena ogni giorno all’Arsenale. Pochi minuti dopo giunge Andrea, che con tono franco e diretto mi dà il benvenuto e mi invita in un posto più tranquillo per incontrare quello che sarà il primo protagonista di questi racconti. Avrò modo in seguito di raccontarvi meglio dello straordinario incontro con G. ed i suoi figli…

Resto affascinato dallo stile discreto e ma presente con cui Andrea aiuta G. a raccontare la propria dolora vicenda: cogli subito che Andrea vive con una singolare intensità il racconto della giovane mamma, che quelle parole pronunciate un po’ a stento e con fatica, riverberano nel suo animo con singolare intensità, come echi di passioni profonde e viscerali, quasi a testimonianza che quel racconto, quella storia, ha toccato la sua carne come fa un tizzone ardente sfiorato inconsapevolmente da una mano. Mi colpiscono i suoi occhi che seguono G. nella sua stentata narrazione: sono occhi che accompagnano, che incitano, che stimolano, che rassicurano, che sanno darsi e sanno ritrarsi, che sono capaci di una presenza energica ma anche di un rispettoso silenzio.  Intuisci che Andrea non è un semplice spettatore di quel racconto né un testimone qualsiasi: egli né è stato un protagonista di primo piano, uno di quegli interpreti che alla fine della recitazione escono per ultimo sul palcoscenico per riceve gli applausi più intesi e prestigiosi. Ma dubito che Andrea darebbe questa versione dei fatti: più volte nelle sue parole, traspare un senso di umiltà e di mitezza di chi recita la propria parte senza ambizione né presunzione. Eppure quando interviene per chiarire un punto, per spiegare un passaggio della storia o per esplicitare un curva del racconto, ascolti parole grevi e dense, pronunciate con quella pesantissima leggerezza che solo chi ci mette dentro la propria vita può esprimere.

Mi viene da pensare che il suo segreto non sta tanto in “quello” che racconta ma nel “come” lo racconta: come quando gli vengono gli occhi lucidi al ricordo di un momento bello ed inteso della storia di G e dei suoi figli: si schernisce di fronte a questo “cedimento emotivo” ma comprendi che in quelle lacrime nascoste c’è la passione per l’uomo, per quella singola vita che gli è affidata, partecipazione della sua sofferenza e condivisione viva del suoi piccoli ma preziosi progressi.

Ebbene: non so che idea abbiate voi di una esperienza mistica ma vi assicuro che in quella comunissima casa di Borghetto c’era Vita ed Vita in Abbondanza: dentro alla ferialità della cose, alla banalità delle faccende, all’ordinarietà della esistenze ardeva un Senso Eccedente ed una Passione Misteriosa capace di dare spessore al Tempo.

 

Inizia con questo post una stimolante collaborazione con gli amici dell’Arsenale dell’Accoglienza di Borgetto Lodigiano. L’impegno è quello di raccontare le mille e straordinarie storie che accadono nelle case dell’Arsenale per condividere con amici e sostenitori i piccoli miracoli che continuano a succedere anche oggi. Il “materiale” certo non manca: spero di riuscire a restituire, almeno un poco, quella ineffabile umanità che dimora tra le mura dell’Arsenale…