storia di un leoncino coraggioso

Ecco il secondo racconto della rubrica “Storie dall’Arsenale”, pubblicato anche sul sito dell’Arsenale dell’Accoglienza (QUI). Buona lettura!

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Il libro dell’Esodo mette sulla bocca di Dio queste parole: “Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi”. Non ne capiamo bene le ragioni ma talvolta nella vita accade proprio così: ci ritroviamo a pagare debiti che non abbiamo contratto, ci viene chiesto di restituire qualcosa che altri prima di noi hanno acquistato e sperperato.

Quanto le parole dell’Esodo interpretano e raccontano la breve vita di Paolo! Anche lui, appena nato si ritrova sulle spalle il peso di una lunga vicenda di sofferenze, disagi, abusi che nascono lontano nel tempo e nelle generazioni, che originano ben prima della sua nascita ma per le quali egli si trova ora costretto a pagare un conto assai salato ed oneroso.

Paolo nasce 5 anni fa già in crisi di astinenza: la mamma, durante la gravidanza, abusa di alcool e sostanze, sicché il bambino si ritrova nei primissimi giorni di vita sotto metadone, costretto in un percorso di disintossicazione che segna da subito la sua venuta al mondo. Il padre di Paolo è in prigione e il piccolo non lo conoscerà mai durante la sua crescita. La mamma è una persona fragile e segnata dalla droga e dall’alcool, vittima lei stessa di abusi vissuti in famiglia, molestata da coloro che avrebbero dovuto prendersi cura di lei e presto abbandonata ed espulsa dalla rete familiare. È in questo contesto di degrado umano e relazionale che Paolo vive i primi anni della sua vita, in un ambiente che è incapace di prendersi cura di lui, di contenerlo, di mostrargli affetto ed attenzione. Paolo vive “non visto”, esposto ad una quantità di stimoli ingestibili per un bimbo della sua età, in un situazione segnata da promiscuità, assenza di figure di riferimento e relazioni affettive stabili. È così che Paolo sviluppa comportamenti intolleranti ed incapaci di sopportare la pur minima frustrazione: cade spesso vittima di crisi di pianto, urla, atti di autolesionismo, di violenza estrema su di sé e sugli altri. È proprio assistendo ad una di queste crisi che i servizi sociali decidono un intervento di sostegno per rinfrancare le fragili capacità educative della mamma. Viene proposto un percorso diurno “ad alta valenza” presso la casa famiglia dell’Arsenale. L’idea è quella di “alleggerire” l’impegno di cura della mamma, e permettere a Paolo di sperimentare un ambiente caldo ed accogliente nel quale poter ritrovare un proprio equilibrio. Ma la breve permanenza presso l’Arsenale testimonia come la situazione fosse ben più grave di quello che si sarebbe potuto pensare. Paolo mostra crisi frequenti e violente, rivelando quanto il mondo interiore del piccolo sia abitato da ansie, paure, angosce profonde che egli è incapace di gestire e di cui è innocente vittima. La strategia di intervento allora cambia: il percorso diurno si trasforma in un affidamento alla comunità, nella speranza che essa possa “riparare ai guasti” che Paolo si porta dentro.  E’ Giuditta a raccontare i primi tre mesi di presenza di Paolo in comunità, è lei che diviene la sua figura prevalente di riferimento.  Le prime settimane vedono Giuditta impegnata in un processo faticosissimo di contenimento: Paolo va protetto da se stesso, va gestito nelle sue frequenti crisi, gli va impedito di far male a se stesso e agli altri. Il percorso è difficile ed estenuante, ventiquattro ore notte e giorno,  in una “lotta” continua ed una cura incessante, tra rabbia, pianti, urla che durano anche ore, mostri che agitano l’anima di Paolo come fantasmi che si muovono liberi nella sua mente. Dopo i primi tre mesi di calvario le crisi iniziano ad attenuarsi, e Paolo comincia a mostrare piccoli e deboli segnali di relazione ed attaccamento. Tuttavia questo legame (esclusivamente con Giuditta, giacché Paolo rifiuta ogni altro contatto) è ancora fragile ed insicuro, e il piccolo vive un sentimento ambivalente verso la “vice-mamma” (come lei stessa si definisce). Il rapporto con lei attraversa fasi di attaccamento ossessivo e momenti di violenza ed aggressività, di dolcezza e di incontenibile rabbia. Per il primo anno i due vivono una faticosa simbiosi: Giuditta c’è e deve esserci sempre, di giorno, quando si gioca, si mangia, si esce; ma anche di notte, nelle lunghe ore in cui il sonno è turbato da incubi e angosce. Fortunatamente accanto a Giuditta c’è Andrea, che veste i panni di vice-papà e con costanza e pazienza aiuta Paolo a percepire l’esistenza di un limite, fisico e simbolico, che non deve mai essere superato per poter vivere legami positivi. Per Andrea avvicinarsi a Paolo è stata un conquista pagata a caro prezzo: dapprima rifiutato ed allontanato, poi solo tollerato fino a diventare, pian piano il suo compagno di giochi e la persona che Paolo cerca per ricevere quello che solitamente la mamma gli nega. Racconta Giuditta: “Andrea ha dato nuova vita all’immagine di uomo e papà agli occhi di Paolo. Egli è colui che segna i confini, che rende evidenti le regole ma gioca con la forza che le vice-mamme non hanno”.

Lentamente e gradualmente Paolo si “scioglie”, si affida, si lascia andare sicché diviene possibile inserire un secondo educatore che si possa prendere cura di lui. Viene tentato un inserimento all’asilo, qualche ora al giorno, dapprima con Giuditta presente, poi qualche tempo da solo, finché il piccolo riesce a gestire la separazione e a riconoscere le nuove figure di riferimento.

Il legame tra Paolo e la mamma resta assai complicato. Gli incontri periodici che i servizi sociali avevano previsto si mostrano presto fonte di un’ansia che turba profondamente la vita del piccolo, e difficili per lui da “digerire”.  Anche i rapporti con la sorella maggiore non si rivelano un aggancio valido per Paolo con la sua rete familiare ed il suo passato. A Paolo resta solo la zia, con la quale, non senza fatica, si tenta un percorso di riavvicinamento. In fondo la zia e la sorella costituiscono per il piccolo quel nucleo di affetti familiari che gli sono rimasti, quel debole legame con la propria storia e con la propria famiglia di appartenenza.

Intanto Paolo continua a fare progressi: la presenza all’asilo, anche se talvolta problematica, aiuta il piccolo a socializzare con i compagni e a trovare un legame con altre figure adulte. Anche lo sport si mostra uno strumento efficace per la guarigione: Paolo è un bravo atleta, e questa abilità è di rinforzo alla sua autostima. Paolo insomma è un bambino sveglio ed intelligente, con eccellenti capacità motorie e qualche ritardo nel linguaggio che sta cercando di superare con interventi specializzati e continui.

Giuditta mi confida il suo sogno su Paolo, che poi diviene anche il suo obiettivo educativo e genitoriale: Paolo deve sperimentare il meglio di sé fuori dalla comunità, deve poter vivere esperienze che lo mettano in contatto con le mille risorse che il bambino comunque si porta dentro.  Ma per vivere questo “fuori”  attendibile, Paolo deve poter contare su un “dentro” capace di reggere le sue ansie e le sue paure: una comunità famigliare che sia in grado di sostenerlo nel suo percorso, di contenerlo nelle sue crisi e di rialzarlo quando cade.  È in questo delicato rapporto tra “dentro” e “fuori” che si gioca il futuro del piccolo, la sua possibilità di aprirsi alla vita e di accettare la sfida della crescita.

Paolo conosce la propria storia, ovviamente come può conoscerla un bimbo di cinque anni. Ma gli assistenti sociali e Giuditta ritengono giusto che gli vengano spiegati gli eventi che lo riguardano: il passato segnato dalla tossicodipendenza dei genitori, il carcere, l’arrivo nella casa famiglia, la presenza della zia e l’inserimento a scuola. E come per ogni bambino, anche per Paolo le fiabe si rivelano un prezioso strumento di comunicazione, capaci di comunicare cose belle e tragiche con la leggerezza e la profondità dei simboli. Ecco quindi che Paolo è il leoncino coraggioso che è stato allontanato dal suo branco, in quanto il papà leone ha trovato e mangiato delle bacche velenose che gli impediscono di trovare la strada verso casa. Anche la mamma è finita in una recinto  con alte mura dalla quale ella non può fuggire. Succede così che la pantera e l’elefante (simboli del giudice e dei servizi) affidano il leoncino alle cure di una strana coppia di lupi, i quali ospitano nella propria nidiata orsetti, antilopi e un sacco di altri animali che, come il piccolo leoncino, hanno bisogno di una famiglia. E così che attorno a questa favola gli eventi trovano forma e parola, l’indicibile diviene comunicabile, la tragedia diviene condivisibile, e prende forma un libro capace di custodire tutte le pagine della vita di Paolo: le pagine in cui si piange, in cui ci si dispera ed in cui si urla; ma anche le pagine in cui si è accolti, custoditi ed abbracciati, amati e rispettati; e pure tutte le pagine che raccontano di sfide e di cadute, di vittorie e di regressioni, di successi e di fallimenti. Quel libro di favole contiene anche un’infinità di pagine bianche, pagine ancora da scrivere, pagine che Paolo e Giuditta riempiranno, una frase alla volta, con lo scorrere del tempo.

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