come un bravo cuoco…

Forse la parte più difficile dell’esperienza del volere bene riguarda il modo in cui lo facciamo, lo stile del nostro amore, la modalità concreta in cui esprimiamo la nostra cura ed il nostro affetto.

Forse il nostro amore è sano e generativo quando quella parola “bene” non è solo il complemento oggetto del verbo “volere”, ma ne diviene, allo stesso tempo, anche l’avverbio che ne specifica la modalità e lo stile. In altre parole: è abbastanza facile (si fa per dire…ovviamente non lo è per niente…) riversare attenzione, cura,  affetto e passione su qualcuno a cui ci sentiamo legati, mentre è più difficile fare in modo che tutta questa espressione d’amore contribuisca al bene dell’altro, senza soffocarlo, senza imbrigliarlo, senza provocare sospetto e repulsione.

Lo faceva già notare un bravo teologo*: amare assomiglia, più di quanto pensiamo, all’arte del cucinare. Un bravo cuoco esprime il suo talento ed il suo genio non solo quando mostra le sue qualità culinarie e creative, ma anche quando questa sua arte incontra il gusto del suo destinatario. Preparare un’ottima fiorentina per un vegetariano o un delizioso tiramisù per un diabetico non rappresentano un vero successo in cucina…

La cucina, come l’amore, è un arte “relazionale”, in cui il bene non dipende solo da criteri astratti ed universali, ma anche dalla capacità dell’amante/cuoco di personalizzare questo slancio creativo rispetto chi gli sta di fronte. Non c’è amore che non debba tenere conto del “palato” dell’altro come criterio decisivo del proprio successo.

Badate: il bravo cuoco non è solo colui che si limita a soddisfare i gusti dei propri commensali, ma colui che, con gradualità e perizia, sa introdurre nuovi alimenti nella dieta dell’altro. Proprio come fa una buona mamma con il proprio figlio: si passa dal latte agli omogeneizzati, poi qualcosa di facilmente digeribile e poi, via via, carne, pesce e tutto il resto. Anche un bravo cuoco saprà deliziare il palato del commensale con sapori, spezie, accostamenti e condimenti che suonano un po’ insoliti al suo gusto.

In fondo è proprio questa gradualità e attenzione verso l’altro a rendere l’amore, come la cucina, una cosa buona e salutare: solo rispettando i tempi ed i gusti del nostro interlocutore, sapremo preparare cibi e relazioni gustose!

Purtroppo, questo procedere “un passo alla volta” è sempre qualcosa che noi digeriamo (qui è il caso di usare questo verbo…) sempre un po’ a fatica. “Tutto e subito!” è il nostro motto, sicché capita che il nostro amore, nato con tutte le migliori intenzioni, finisca per essere indigesto all’altro, o perché troppo, o perché troppo poco. Proprio come dare una bistecca ad un neonato o un omogeneizzato ad un ventenne che fa sport.

L’amore vive di questa “misura”, anzi la esige come un fattore decisivo di successo. L’amore o è delicato o rischia di trasformarsi in un atto violento e oppressivo. Forse la sfida sta tutta qui: saper esprimere un “voler bene” che sia appassionato e delicato, totale e gratuito. Un amore smisuratamente misurato.

*Vi suggerisco questo piccolo ma gustoso libro: “La cucina del Risorto. Gesù «cuoco» per l’umanità affamata” di Giovanni Cesare Pagazzi

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