C’è un modo, ormai abituale, con cui osserviamo l’andamento delle nostre economie: ci affidiamo ai grandi indicatori, alle percentuali di crescita, ai dati aggregati che sintetizzano la complessità in numeri apparentemente chiari e oggettivi. Sono strumenti indispensabili, certo. Ma proprio perché sintetici, rischiano di appiattire le differenze, di nascondere le fratture che attraversano le nostre società. In contesti segnati da diseguaglianze sempre più profonde, quei numeri finiscono per raccontare una realtà incompleta. Non ingannevole, ma parziale. E talvolta, proprio per questo, fuorviante.
Negli Stati Uniti questo fenomeno è studiato da tempo e ha un nome ormai consolidato: “K-shaped economy”, un’economia a forma di K. L’immagine non è solo suggestiva, ma descrive con precisione ciò che accade: dopo una fase di crisi o di trasformazione, i diversi gruppi sociali non ripartono insieme. Una parte della popolazione — generalmente quella con redditi più alti e maggiori risorse patrimoniali — imbocca una traiettoria di crescita, beneficiando della ripresa economica. Un’altra parte, invece, resta ferma o arretra, schiacciata dall’aumento dei costi, dalla precarietà o dalla difficoltà di agganciare le nuove opportunità. La lettera “K” rappresenta proprio questa biforcazione: una linea sale, l’altra scende. Non esiste più un destino economico condiviso, ma percorsi divergenti che si allontanano progressivamente.
Il recente rapporto della Federal Reserve Bank di New York conferma con chiarezza questa dinamica. L’economia americana, pur continuando a crescere, mostra una distribuzione profondamente squilibrata dei benefici. La crescita della spesa, in particolare, si concentra in modo marcato nella fascia più alta della popolazione, soprattutto grazie ai guadagni patrimoniali derivanti dagli strumenti finanziari.
I numeri parlano da soli. Le famiglie con redditi superiori ai 125.000 dollari annui hanno registrato una crescita reale della spesa di circa il 7,6% fino a marzo 2026. Le famiglie a reddito medio si fermano intorno al 3%. Quelle a basso reddito — sotto i 40.000 dollari — poco oltre l’1%. Una forbice che non è solo statistica, ma esistenziale.
Il dato diventa ancora più significativo se lo si confronta con il periodo pre-pandemico. Prima del COVID-19, infatti, le famiglie a reddito più basso registravano tassi di crescita della spesa persino superiori rispetto a quelle più ricche. La rottura avviene nel 2023, con la fine dei programmi di sostegno pubblico introdotti durante la pandemia. Da quel momento, la distanza si è ampliata rapidamente.
Ancora più impressionante è l’andamento della ricchezza. Dal 2023, il patrimonio netto reale dell’1% più ricco è cresciuto di oltre il 25%, trainato in gran parte dalla performance degli asset finanziari. Nello stesso periodo, il 40% centrale della popolazione ha visto un incremento inferiore al 10%. Non si tratta solo di differenze di ritmo: è una divergenza strutturale.
Sarebbe però un errore considerare questi dati come una peculiarità esclusivamente americana. Piuttosto, essi possono essere letti come un’anticipazione di dinamiche che stanno emergendo anche in Europa e, in misura crescente, nel nostro Paese. Anche qui, infatti, la crescita economica tende a concentrarsi in alcuni segmenti della popolazione, mentre altri faticano a recuperare potere d’acquisto, compressi dall’inflazione e da una dinamica salariale debole. In altre parole, la “K” americana potrebbe non essere un’eccezione, ma uno specchio nel quale iniziamo a intravedere anche il nostro futuro.
Questo scenario pone almeno due grandi questioni. La prima è etico-politica. La redistribuzione della ricchezza non è un tema ideologico, ma una responsabilità fondamentale degli Stati. La nostra Costituzione lo afferma con chiarezza all’articolo 3: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Eppure, la sensazione diffusa è che questi ostacoli non vengano rimossi, ma in alcuni casi addirittura rafforzati. Le diseguaglianze non sono solo tollerate: vengono, di fatto, prodotte e amplificate.
La seconda questione è strettamente economica. Un sistema in cui la crescita è sostenuta quasi esclusivamente da una fascia ristretta della popolazione è, per sua natura, fragile. Lo sottolineano gli stessi ricercatori della Federal Reserve: la dipendenza da un singolo segmento rende la dinamica della spesa vulnerabile e instabile. Se quella fascia dovesse rallentare o contrarre i propri consumi, l’intero sistema ne risentirebbe in modo significativo.
In altre parole, la diseguaglianza non è solo un problema di giustizia sociale. È anche un fattore di rischio economico. Una crescita squilibrata non è sostenibile nel lungo periodo. E continuare a leggerla attraverso medie rassicuranti rischia di impedirci di coglierne la reale portata.
pubblicato su il Cittadino del 5 maggio 2026 – QUI sulla versione online








Lascia un commento