Parole di carta

smetto quando voglio…

Studentessa di economia e commercio, vent’anni ed una bellezza affascinante. È questo il profilo di Anna (nome di fantasia) intervistata qualche giorno fa dal Corriere. Insieme ad alcuni compagni di università, di ambo i sessi, Anna pratica una professione nuova, anche se a bene vedere, affonda le radici assai lontano nella storia. Anna si definisce “sex worker”, ossia un’operatrice del sesso. In tempi passati avremmo definito la sua professione con termini più crudi e grossolani. Per mantenersi negli studi (ma il guadagno, a sua detta, va assai oltre il mero sostentamento) Anna “accompagna” uomini di mezza età contattati online su siti di incontro, offrendo, oltra alla sua bella presenza e gentilezza, anche una “merce” più preziosa: «La prestazione sessuale è il cuore di un accordo che però non si esaurisce lì, comprende anche altro. Una sorta di relazione, ma finta, perché dell’altro in realtà non me ne importa niente».

Insomma Anna fa il “lavoro più vecchio del mondo” come si diceva una volta, ma con uno spirito ed uno stile assai diversi: «Ci assumiamo un rischio quasi imprenditoriale, liberi di smettere in qualunque momento. Io ho cominciato questo lavoro due anni fa, lo farò ancora per quattro o cinque, non di più».

Lungi da ma alcun atteggiamento moralistico o di condanna verso Anna. Tuttavia leggendo la sua storia ed ascoltando le sue parole, come padre ed educatore, non posso non riconoscere la fatica che l’uomo di oggi, ed in particolare le generazioni più giovani, vivono nell’abitare il proprio corpo, onorando il debito di senso in esso custodito.

Che lo vogliamo o no, siamo tutti, ahimè, figli di Cartesio: il nostro corpo appartiene a quella dimensione che i filosofo francese, padre della modernità, definiva “res extensa”, ossia, più prosaicamente, “le cose”, il mondo, la realtà concreta e sensibile. Il nostro corpo, in questa visione, è cosa tra le cose, mera materia, pura “cosicità”. Il valore della persona sta altrove: nella “res cogitans”, stando sempre alle parole di Cartesio. Oggi potremmo tradurre che il nostro valore sta nel nostro pensiero, nei nostri sentimenti, nella nostra sensibilità e volontà, insomma in quella dimensione che è lontana dalla crudità della materia, delle cose che si sentono e si toccano. È sposando implicitamente questa visione che Anna può scegliere di “usare” il proprio corpo: esso è uno strumento “neutro”. Quando vende il suo corpo, Anna in fondo vende una sorta di appendice, una “protesi” che poco ha a che vedere con la propria identità personale. Anna è altro, il suo valore e la sua dignità stanno altrove. Il suo corpo è solo materia e come tale “mercizzabile”, vendibile, utilizzabile a proprio piacimento.

È evidente come questo pensiero veicoli una visione dell’uomo divisiva e irriducibilmente composta: noi siamo una somma di cose a cui manca una unità di fondo. Eppure mi chiedo (anche se, a dire il vero la domanda, non viene da me): se è vero che noi “abbiamo un corpo” (giacché ciascuno di noi fa esperienza che la sua persona va oltre le proprie membra) non è pur vero che, allo stesso tempo, noi “siamo il nostro corpo”? Se restiamo noi stessi anche se ci amputano una gamba (la persona è più della somma delle sue membra) non è pur vero che nessuno di noi può essere se stesso fuori dal proprio corpo? Senza il corpo di Anna, Anna semplicemente non ci sarebbe e non potrebbe esistere, poiché l’unico modo che lei è concesso di vivere è il vivere incarnato. Essere il proprio corpo comporta la responsabilità di ciò che con il nostro corpo facciamo giacché esso afferisce all’identità profonda del soggetto.

A livello educativo abbiamo di fronte una grande sfida: quella di educare all’unità della persona, a quella complessità unitaria in cui corpo e cuore, mente e membra, ragione e carne non sono altro che dimensioni della medesima persona, manifestazioni dello stesso essere. È solo così che ci riapproprieremo della nostra umanità, come un’esperienza unitaria e sensata, pur nella pluralità delle sue manifestazioni.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese

Affetti e Legami

889 giorni…

dedicato a due persona straordinarie

Dopo 889 giorni trascorsi insieme alla loro famiglia affidataria, Luigi e Michele (nomi di fantasia) iniziano oggi una nuova fase della loro vita. Incontreranno i loro nuovi genitori, genitori che saranno papà e mamma per sempre e che li accompagneranno nei successivi passi della loro vita.

È così che dopo 889 giorni, Matteo ed Antonia (altri nomi di fantasia) terminano il loro lavoro da genitori “pro-tempore” ed i loro figli quello di fratelli “pro-tempore” di Luigi e Michele.  889 giorni.. una vita intera considerando la giovane età dei due piccoli.. 889 giorni pieni di affetti, legami creati a fatica, di tanta passione e molta stanchezza, tanti notti in bianco ed una tavola da pranzo che pareva quella di una caserma, sempre affollata e chiassosa.

Penso a Matteo ed Antonia che, dopo mesi e mesi di cura, stasera proveranno la sensazione del “nido vuoto”. Certo, ci saranno i loro figli biologici ad animare la cena ma sappiamo come vanno queste cose: puoi anche avere dieci figli ma ogni figlio è figlio unico, perché amato in modo unico, accudito in modo unico, perché ogni legame possiede i tratti dell’unicità e della singolarità. Posso solo lontanamente immaginare la nostalgia che sentiranno nel loro cuore quando vedranno i due lettini vuoti e nessuno da accompagnare a nanna. Ma anche quanto orgoglio li sta rendendo fieri di quello che hanno fatto: due bimbi avevano bisogno di una “tana” provvisoria in cui sperimentare la bellezza di essere figli e fratelli, in attesa che una “famiglia per sempre” fosse pronta per loro. Riuscite ad immaginare qualcosa di più bello e altruistico? Personalmente non mi viene in mente nulla…

Penso a Matteo ed Antonia e mi rendo conto che la loro cura accogliente e disinteressata ci insegna che amare significa lasciar andare. Si ama quando non si trattiene, quando non si ingabbia, quando non si imprigiona. Si ama quando si promuove l’autonomia, quando si lascia andare, quando si ha il coraggio di farsi da parte, di lasciare strada, di fare un passo indietro. Chi è genitore conosce tutta la fatica che sta dietro queste due paroline: lasciar andare. Ci viene facile trattenere, proteggere, legare a sé, quasi trasformando il nostro amore in un gabbia da cui è difficile scappare.

L’affido ha un tratto straordinario, talmente eccedente da renderlo qualcosa di divino: si ama “a tempo”, sapendo che non si è proprietari dei figli, che non si possono avanzare diritti o recriminazioni. Amare a tempo, credetemi, è solo per gente solida, coraggiosa e forte. Amare “a tempo” significa: ti voglio bene e voglio a tal punto il tuo bene che so amarti per quanto è necessario, senza attese, senza pretese, senza aspettative…roba da giganti…

Parola e parole

la primavera ed il seme

C’è una piccola ma preziosissima perla nel Vangelo di oggi, manco a farlo apposta primo giorno di primavera…vedi le coincidenze della vita..

È una piccola parabola, minuscola minuscola, 18 parole in tutto, 85 lettere totali. Eppure, nella sua brevità, custodisce una parola grande, enorme, smisurata. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” scrive Giovanni al capitolo 12 del suo vangelo.

Il maestro di Nazareth si trova di fronte alla concreta possibilità della propria morte, non solo preannunciata dalle scritture, ma resa plausibile da come si stanno mettendo gli eventi: l’ostilità crescente dei capi del popolo. l’astio di sinedrio, la crescente insofferenza del clero dell’epoca. Ecco allora che morire, più che un evento naturale ed inevitabile della vita, diviene una opzione tragica imminente.

In quel percorso così umano circa il pensiero e l’elaborazione della propria morte, il Maestro testimonia una consapevolezza che illumina la sua esistenza: il suo morire sarà come quello del seme che, messo solo nella terra, marcirà e, proprio grazie a questo, produrrà nuova vita. Non c’è altra alternativa alla solitudine sterile: solo una morte generativa può salvare il senso dell’esistenza.

Eppure in quel piccolo racconto, forse, non c’è solo la chiave interpretativa che il Figlio scopre per il proprio destino, ma il principio ermeneutico di ogni esistenza umana.

Mi domando se la logica del seme che muore non sia, in fondo, l’unico principio sensato di fronte alla logica del vivere e del morire. Quel chicco di grano ci insegna che la generatività della vita passa inevitabilmente e misteriosamente attraverso il marcire solitario nella terra. Non c’è nascita di nuova vita, non c’è parto di nuova esistenza, se il seme della nostra vita non ha il coraggio di lasciarsi seppellire nelle profondità della terra e di lasciarsi macerare dall’umidità del terreno, per far sì che, da questo dolore solitario, nasca un futuro vitale.

Chi è genitore, chi è padre e madre non necessariamente biologici, conosce bene questa logica, questa regola non scritta della vita: nella logica del seme, la sofferenza, il fallimento, persino la morte, non sono la fine di tutto ma il grembo da cui nuova vita si può generare. L’alternativa al maceramento nascosto della terra è la solitaria sterilità della vita, un rischio quanto mai attuale oggi.

Il grembo della terra sa custodire la morte del chicco per far crescere, grazie ad esso, una spiga capace di sfamare la fame di molti. Non c’è pane di vita senza il sacrificio muto del piccolo seme…

Buon inizio di primavera, amici miei!

Parole di carta

AstraZeneca e l’informazione

Di cosa ci sta “nutrendo” l’informazione, in questo tempo di pandemia? Che tipo di notizie sta diffondendo, quale “rumore di fondo” sta creando? Qual è il mood che carta stampata, TV ed internet stanno alimentando in questa nostra società così provata da mesi e mesi di pericolo, morti e restrizioni? Manuel Lozano Garrido, primo giornalista laico proclamato beato dalla Chiesa, invitava i suoi colleghi giornalisti a “pagare con la moneta della franchezza”, a “lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità” e a non servire “né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa”. Ricordava queste sue parole papa Francesco, nel suo ultimo incontro con l’Unione Cattolica Stampa Italiana (2019).

Alla luce delle recenti notizie legate al tema delle vaccinazioni, forse qualche domanda occorrerebbe tornare a porsela. A fronte di qualche apparente caso di reazione avversa alla vaccinazione, è partito un tam tam mediatico che ha creato allarme e preoccupazione nella popolazione e diffidenza verso l’utilità e la sicurezza del vaccino.

È evidente che nel momento in cui si inocula un farmaco ad una larghissima fetta di popolazione, ogni precauzione è necessaria e occorre valutare con estrema attenzione ogni caso sospetto, per evitare rischi incontrollati ed effetti indesiderati (talora gravi) inattesi. Eppure tale valutazione deve essere compiuta con perizia e competenza e non sull’onda di un movimento emotivo “di pancia”, incapace di valutare le cose nella loro verità. Qualche caso di presunta reazione avversa (ancora tutta da studiare) in relazione a diverse milioni di dosi somministrate in tutto il mondo deve essere qualcosa da considerare con cura e con atteggiamento razionale e scientifico da parte di chi è deputato a farlo. Urlare titoli ad effetto crea solo panico nella popolazione: se è vero che tutto questo forse aiuta a vendere qualche copia in più o a garantire più visite alla pagina internet, di certo non contribuisce a fare chiarezza sull’accaduto. Credo che se verificassimo i casi di reazione negativa riscontrati settimana scorsa rispetto a coloro che hanno preso una pastiglia di paracetamolo ne resteremmo impressionati.

L’assunzione di qualunque farmaco è frutto di un attento bilanciamento di effetti positivi ed effetti collaterali. Nessun farmaco è “innocuo”, nel senso di privo di possibili rischi: taluni sono molto limitati (motivo per cui prendiamo tranquillamente il paracetamolo se abbiamo il mal di testa) altri molto alti (infatti certe cure chemioterapiche vengono somministrate solo a pazienti in pericolo di vita). Questo rapporto costi/benefici è qualcosa che l’opinione pubblica fatica a capire e che occorre approcciare con grande attenzione da parte chi fa informazione. Se vaccinarsi è un rischio anche non farlo lo è: ogni giorno è come se un Boeing con 350 persone a bordo cadesse dai nostri cieli. Anche non fare nulla ha un costo!

Allora sarebbe bene che chiunque lavori nel campo dell’informazione fosse maggiormente consapevole del valore etico di quello che scrive. Dice il papa, sempre nell’incontro citato: “La comunicazione ha bisogno di parole vere in mezzo a tante parole vuote. E in questo avete una grande responsabilità: le vostre parole raccontano il mondo e lo modellano, i vostri racconti possono generare spazi di libertà o di schiavitù, di responsabilità o di dipendenza dal potere”. Le parole, soprattutto quelle di coloro che raggiungono tantissime persone, hanno il potere non solo di raccontare ma anche di modellare il mondo. Quanto ciascuno di noi dice, soprattutto se in modo professionale, incide sulla vita e sulla scelta degli altri. Il bene comune non può essere bandito dal vocabolario di coloro che fanno giornalismo: non si tratta di censure o asservimenti a questo o quel potere, bensì pensare le parole dette e scritte in relazione al bene di tutti e di ciascuno.

Questo mio articolo è stato pubblicato come editoriale de Il Cittadino del 17 Marzo 2021

Affetti e Legami

my grandmother’s woolen socks

It is very strange: sometime we remember those small details related to someone we love, just some marginal and minimal episodes, which in some way our mind has fixed in the memory, as indelible elements. In the movie of someone’s life just a frame, a small fragment, remains as a precious gift, imprinted on our heart.

For instance, an insignificant memory has just come to my mind about my grandmother: her passion for woolen socks. It is surprising how these small details emerge among the thousands of things I could say about her.

My grandmother  made socks on her own, knitting the wool left over from some sweaters. It had become a sort of mass production; the socks didn’t take shape, primarily, because someone needed them, but as a kind of stock for the future… an investment for tomorrow. Facing our protests that the drawers were already overflowing with socks, her answer was as simple as it was disorienting: the socks would be useful even when she was no longer with us, and, therefore, represented a kind of insurance for tomorrow.

Her concerns about the future was something singular: the socks were the way she chose to take care of us through time, anticipating today what she knew she couldn’t give tomorrow. I think that this strange ability to prepare a future that they will not be able to dwell in is typical of the elderly. This care for tomorrow was not driven by worry or anguish: it was a serene and confident way to prepare for the future, knowing that, most likely, she would not be part of it.

These woolen socks were born from her hands as unique pieces. First of all because there was no model to reproduce, but each piece was created on the spot, without a prior design; secondly, the uniqueness was dictated by the singularity of the color: having to reuse the wool left over from previous processes, it was not guaranteed that the socks were all of the same color. It frequently happened that the ankle was red, the sole blue and the toes green. So it was not so rare that you were wearing singular and extravagant “harlequin” socks. Moreover, it happened that a sock got punctured. So it was subjected to a precise, yet particular, form of mending: the entire damaged part was removed and replaced with a new one whose color was, of course, dependent on the wool available at that time. Then it was not so strange to have beautiful blue socks, with a fiery red heel, the result of a late intervention by her.

I still keep some pairs of her socks as a dear keepsake. When I observe them I think of two teachings that my grandmother, perhaps unwittingly, gave me…

What we take care of becomes, naturally and inevitably, a unique, particular and original piece. The things that pass through our hands are never pieces made in series, even if they are produced in many copies. Our hands have the ability to make things unique, to transform balls of wool into small masterpieces. The preciousness of those products does not consist only in the skill and art that have generated them, but perhaps in the fact that my grandmother put her heart into it, she made it as a gift. The socks were a way for my grandmother to express her affection, closeness and care. The extraordinary power of our hands applies to socks as well as it applies to those relationships that support our lives.

There is a second thing that my grandma’s socks taught me. These unique pieces, which we have created, require maintenance; that is, the expression of faithful care over time. It is not enough to have produced them a long time ago. It is necessary to take care of them with patience, to fix them over time, to mend them and to treat the damage caused by the use.

The socks, with toes and heels of different colors, remind me that each unique relationship requires a loyalty capable to overcome the limits of time and a will ready to repair what has unfortunately worn out.

Affetti e Legami

la gioia adesso!

Ascolto da lontano le risa dei miei figli, che giungono dalle loro camere, dall’altra parte della casa, ed un pensiero mi si palesa nella mente: basterebbe un nonnulla per perdere tutto questo. Sarebbe sufficiente una malattia, una disgrazia, una distrazione, un incidente per turbare la serenità che, nonostante i tempi difficili, abita la mia casa.

Non serve fare gesti scaramantici o esercitarsi nel pensiero positivo: “tempus fugit” dicevano gli antichi e credo che ci avessero azzeccato. Viviamo un senso di precarietà esistenziale che questa pandemia ha reso, se possibile, ancora più palese e “concreto”. Le cose passano, il tempo se le divora, come un gorgo nel cui vortice tutto precipita come inghiottito da un appetito famelico.

Ascolto le risa dei miei figli e questa loro gioia mi porta a pensare che, in fondo, la gioia è ora, la vita è ora, la serenità è ora, inutile continuare a proiettare sul domani le nostre attese frustrate.

Mi rendo conto che, spontaneamente ed inconsciamente, la mente ed il cuore gettano sul domani l’attesa di un compimento che, temo, non arriverà mai. Viviamo come se l’oggi non ci bastasse, come se ci fosse sempre un secondo tempo da giocare nel quale la partita prenderà tutt’altra piega. Investiamo nel futuro scordandoci di assaporare ogni attimo che il tempo presente ci sta regalando: un sorriso, una battuta, una passeggiata con chi amo, une telefonata ad un amico, un messaggio ad un conoscente, un film visto alla TV, una pagina letta in silenzio, una preghiera sospirata con poca convinzione.

Il Mistero della Vita abita questa piccolezze che, nell’attimo presente, punteggiano la nostra vita, come piccoli diamanti sepolti sotto la sabbia. “È tutto qui?” ogni tanto mi viene da chiedermi… Si!, è tutto qui, tutto ora, tutto adesso! La speranza che anima le nostre esistenze non può trasformarsi nella scusa per abituarci ad una presbiopia dello sguardo, divenuto incapace di riconoscere quello che ci accade sotto gli occhi.

La vita è adesso cantava qualcuno anni or sono.. quanti altri anni vogliamo perdere nell’attesa che il domani ci porti ciò che l’oggi ci sta già donando?

Affetti e Legami

il vostro amico…

ai miei amici

Se dovessi tatuarmi sulla pelle un frase sull’amicizia, senza dubbio sceglierei questa frase tratta da “Il Profeta” di Gibran: “Il vostro amico è il vostro bisogno saziato”. Poi la frase continua, meravigliosamente: “È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. È la vostra mensa e il vostro focolare, poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace”. Ma è quella primissima affermazione che è capace di irrompere nella mia anima come una deflagrazione.

L’amicizia ha a che fare con l’appagamento del bisogno, di quel moto radicale e profondamente umano che ci spinge a uscire da noi stessi per trovare pace nell’altro. La cosa straordinaria è che Gibran non indica un contenuto di questo bisogno, un oggetto a cui tendere, un fine da raggiungere. In fondo, il bisogno è sempre bisogno di qualcosa: di cibo, di contatto, di riconoscimento, di sesso, di conoscenza. Qui invece no! L’amicizia afferisce alla soddisfazione del bisogno in quanto tale, senza che esso debba specificarsi in qualcosa di definito e concreto.

Temo allora che questo “bisogno senza oggetto” assomigli molto al movimento del desiderare, di quello sbilanciamento radicale che ci spinge verso una alterità “altra” che non siamo noi. L’amico è colui che appaga il nostro desiderio, senza complemento di specificazione, senza uno scopo definito, senza un oggetto predeterminato.

Forse solo chi ha sperimentato l’estasi dell’amicizia è in grado di afferrare, anche se da molto lontano, quello che Gibran lascia intendere: l’amico è colui che, almeno per un attimo, dona pace a quello slancio vitale che ci spinge a muoverci, ad uscire, a desiderare la vita, a non sentirci appagato del qui e dell’ora e che ci incalza a cercare, a crescere, bramare, evolvere e diventare sempre più uomini.

L’amicizia è una di quelle pochissime cose della vita in cui questa ineffabile fame di vita trova un punto di ristoro, una consolazione, un temporaneo appagamento. Beato è colui che trova sazietà nei suoi amici, perché, quella fugace sosta e momentanea gratificazione sostengono il viaggio dell’esistenza e spingono ad andare sempre oltre, fin dentro il Mistero della Vita.

Parole d'autore

le cose che ho imparato nella vita

“Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:

Che non importa quanto buona sia una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
Che o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
Che a volte la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
Che, solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così, quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se sia stata la miglior conversazione mai avuta.
È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze: possono ingannare. Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.Cerca qualcuno che ti faccia sorridere, perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni x abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti va, vai dove vuoi, sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
L’amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te piange.”

Paulo Coelho

Affetti e Legami

amici a perdere?

Ciascuno di noi attraversa diverse forme di lutto nella vita.

Certo c’è il lutto per la perdita fisica di una persona che ci ha lasciato: la morte ci pone di fronte alla forma più drammatica e radicale di lutto. L’assenza dell’altro si mostra in tutta la sua dolorosissima paticità, il vuoto diviene fisico, tattile, talmente sensibile da essere urticante.

Vi è poi il lutto per coloro che, in un modo o nell’altro, sono usciti dalla nostra vita: una partenza, un trasferimento, ma anche un litigio o un caso fortuito della vita hanno elevato un muro nella relazione, come a segnarne simbolicamente la conclusione. Che sia una partenza benedetta o subita, resta comunque una lacerazione dell’anima ed una ferita che deve essere rimarginata e curata.

E poi ci sono lutti più segreti ed intimi, lutti per persone che non si sono mai spostate dalla nostra esistenza, ma che sono sempre lì, stabili, presenti, in un certo qual modo persino affidabili. Eppure nonostante l’apparente normalità, di queste persone ci troviamo a dover elaborare il lutto, perché,  sebbene non ci abbiano mai lasciato fisicamente, essi lo hanno fatto simbolicamente.

Badate: questa forma di separazione non è meno dolorosa o acuta. La sua natura nascosta ne acuisce il dolore e ne ritarda la guarigione. È il lutto che accompagna quello iato che si crea tra le attese e la realtà, tra ciò che ci aspettavamo e ciò che è, tra il nostro desiderio e la cruda fatticità delle cose.

Il lutto, ogni lutto, lavora sempre su quel terreno: sulla indisponibilità che viviamo verso le cose, le persone e le situazioni. Il lutto nasce quando iniziamo ad elaborare quella dolorosissima percezione che la realtà e le persone sono “altro”’, indisponibili alla nostra presa, insensibili ai nostri desideri, disattente verso le nostre volontà, pur nobili ed oneste.

Chiunque ci sia passato conosce la durezza di questi momenti e la fatica che ogni lutto, qualunque esso sia, comporta e richiede. Ogni lutto può trasformarsi, tuttavia, in un atto di nascita, di ripresa e di ripartenza. Il dolore dell’abbandono ci può guidare, se la vita ce lo concede, verso un’umanità più profonda e vera, perché in fondo, dalla morte di quel desiderio inappagato può nascere la verità dell’altro.

Parole di carta

fratelli e sorelle

Se c’è una cosa che abbiamo tutti imparato da quest’anno di COVID è stata il senso dell’essere comunità. Se la vita “prima del COVID” era fortemente improntata ad un narcisistico individualismo, questi dodici mesi di pandemia, benché passati in isolamento, hanno avuto il benefico risultato di farci riconoscere come “gente interconnessa”, come persone naturalmente destinate alla socialità e all’interdipendenza. Questa scoperta è avvenuta a veri livelli: sicuramente a livello familiare (personalmente non ho mai passato così tante giornate insieme a mia moglie e ai miei figli) ma anche a livello sociale, giacché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle non solo quanto le nostre vite siano connesse (la malattia di uno rischia di trasformarsi immediatamente nella malattia dell’altro) ma anche come la solidarietà sia un’enorme risorsa sociale e comunitaria.

Ma che cosa ci rende comunità? Dove sta il fondamento di questo nostro stare insieme? Da dove nasce la percezione di questo comune destino che ci lega?

Ho trovato suggestive e stimolanti alcune parole di Jean-Luc Nancy, veterano della filosofia contemporanea, erede della straordinaria tradizione filosofica francese del Novecento. Parlando del tema della fraternità (intesa in un senso estensivo) in un recente convegno, lo studioso francese ha sottolineato come “Figli e figlie non sono tanto quelli uniti dal sangue – pater incertus diceva il diritto romano –, quanto quelli uniti dalla comunità dell’allattamento – mater certissima: che sia effettivo o simbolico, l’allattamento non consiste nella trasmissione interna, continua e immediata di un principio vitale, ma nel dono esterno, discontinuo e mediato di una sostanza nutritiva.” Detto in parole semplici (e forse un po’ semplificatorie) Nancy sostiene che non è il sangue quello che ci rende fratelli (ossia il dato biologico, carnale, legato culturalmente alla figura del padre), quanto il fatto di esserci nutriti dallo stesso seno, di aver assorbito lo stesso latte e di aver condiviso il medesimo allattamento. Quanti tra noi fanno l’esperienza di legami familiari intensi e profondi anche se non legati necessariamente ad un legame di sangue o di parentela? Sono convinto che non occorra essere genitori adottivi per capire che si è papà e mamma, fratello e sorella non solo perché si condivide lo stesso DNA ma soprattutto perché si mangia alla stessa tavola, si condivide la stessa vita, si affrontano i problemi insieme, si partecipano le medesime gioie e dolori, fatiche e speranze.

Allargando un attimo lo sguardo, penso che qualcosa di simile si possa dire anche per la nostra comunità civile, locale e nazionale:  forse quello che ci rende fratelli (e quindi parte di una rete solida di legami) non è tanto un tratto genetico, etnico, raziale, dovuto a comuni origini o discendenze, quanto piuttosto all’essere stati “allattati” con lo stesso latte. Ciascuno di noi si è nutrito della stessa lingua, della stessa cultura, degli stessi valori umani e spirituali; ciascuno è cresciuto all’ombra della medesima storia, delle stessi radici etiche, filosofiche e religiose, del medesimo orizzonte di senso complessivo del vivere. È questa dimensione squisitamente “materna” che fa di noi una comunità (familiare o civile che sia) forte e resistente. Scrive ancora Nancy: “ È da lì che dobbiamo ripartire per riconsiderare la famiglia e la fraternità. I fratelli (…) sono prima di tutto soggetti autonomi la cui coesistenza non si fonda in nient’altro che in una compagnia di cibo (compagnia significa: chi condivide il pane) e in un’assenza di ragione nella loro comunità di esistenza.”

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese