Certe parole arrivano dritte alla testa e al cuore. Forse perché sono capaci di dare voce a qualcosa che senti dentro e che non sei capace di esprimere compiutamente. Tra queste parole “chiodo”, come le definirebbe Recalcati, ci sono queste di don Manuel Belli. Sarà che entrambi stiamo attraversando quella fase della vita i cui la realtà prende il sopravvento sui sogni, sarà che, come Manuel, anch’io mi sento in un momento di cambiamenti, sarà che ad una certa età senti con maggior intensità il senso della precarietà delle cose, resta il fatto che sono giorni che queste parole mi rimbalzano dentro come quei motivetti accattivanti che non smetti di cantare.

Vorrei condividere con voi alcune delle sue parole ma vi invito a leggere il post integrale sulla sua pagina FB “Scherzi da prete”.

Per chi non lo conoscesse don Manuel è un prete della diocesi di Bergamo, per anni insegnate precario di filosofia nei licei e da quest’anno insegnante di ruolo in un CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti). Mi pare che qui il suo essere prete abbia poco a che fare con il senso profondo di quello che racconta, ossia la consapevolezza “matura” della propria capacità di “fare la differenza”, come la chiama lui.

Vi confesso che a me ha fatto molto bene leggere le sue parole, forse perché, come vi dicevo, quelle parole le sentivo già mie, ma non ero in grado di pronunciarle con quella franchezza che a Manuel non manca. L’idea che la nostra vita possa essere una cometa per la gente che ci sta accanto l’ho trovata, se mi perdonate il gioco di parole, “illuminante”. Ma non voglio spoilerare il suo post… Buona lettura!

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È un periodo molto destabilizzante: da un liceo a un CPIA cambiano tante cose. Oltre alla distanza, la tipologia di lavoro, devo anche ridisegnare la mia presenza negli altri luoghi dove collaboro, le parrocchie in primis. E qualche guaio di salute mia e in famiglia all’inizio di questa esperienza, certamente non sta aiutando.

L’esperienza bella è che… Il mondo fa tranquillamente a meno di me! Non è un passaggio facile da digerire. Non si può tanto dire, perché da cattolici abbiamo imparato che bisogna essere umili. Però… io quando sono diventato prete, pensavo di fare la differenza.

Quando da Diacono sembrava che rimanessi nella parrocchia dove ero e poi mi hanno spostato, avevo fatto presente che tanti progetti iniziati si sarebbero interrotti! … E quando mi hanno spostato, un po’ mi dicevo “vedranno ora come faranno senza di me!”. Hanno fatto benissimo. Ma proprio senza il minimo problema! (…)

Anche a scuola, ho pensato di fare la differenza. Sono abbastanza teatrale, dai, un po’ di filosofia ne so, funziono! Da precario cambi classe tutti gli anni. Un po’ preso dagli influencer della scuola per cui devi essere il professore carismatico, un po’ preso da questo bisogno di lasciare il segno, inizi a crederci! Servono un paio di batoste per scoprire che come adulti funzioniamo come squadra, non come ci vorrebbero le serie televisive perché sei il carismatico. E poi basta un anno da precari per capire che se sei uno che funziona a scuola, sei semplicemente uno che funziona a scuola! Una meteora nella vita dei tuoi studenti, l’anno prossimo ne arriva un altro, e farà altrettanto bene quanto te. Spesso meglio. Anzi, se del bene puoi fare ai tuoi studenti, è proprio quello di essere una meteora. Tutti vogliono rimanere, tutti vogliono accalappiarsi il loro like, tutti gli promettono l’impossibile; regalargli quattro ore alla settimana di normalità, per cui non vuoi lasciare nessun segno, vuoi essere presenza cordiale ma discreta, appassionata ma non ossessiva, non ti interessa piacere ma provare ad educare, e poi un saluto veloce e te ne vai, perché la vita funziona così e incontrerai altre persone interessanti, mi sembra una grande boccata d’ossigeno! Forse l’unica possibilità per trasformarci da meteora a cometa, che lasci una breve traccia di luce. L’unica cosa dignitosa che possiamo fare a scuola.  (…)

Da prete, pensi di lasciare il segno. (…). Bastano due cambi di Parrocchia per accorgerti che siamo meteore, nella migliore delle ipotesi stelle comete, lasciamo una brevissima traccia di luce, ma non siamo noi la luce. La luce vera continua a venire nel mondo. E tu non sei indispensabile.

Ho circa un centinaio di pubblicazioni, all’inizio cercavo con ansia qualcuno che mi pubblicasse, perché pensavo di avere da dire, che avrei lasciato il segno con la mia ricerca. Mi sono sparato due dottorati di ricerca. Sono professore incaricato (per chi non se ne intende, la specie più precaria di docente universitario) da vent’anni, della mia ricerca la teologia non ha saputo cosa farsene! Semplicemente costerebbe troppo farne studiare un altro o assumere un professore vero, io mi diverto a fare i miei corsi come incaricato, ma il progetto “ricerca” mi sembra abbandonato. Continuo a pubblicare. Perlopiù oggi perché me lo chiedono altri. Ma so che la richiesta arriva… Perché ho 50.000 follower su Instagram, e se faccio un post su Instagram su una cosa che ho scritto io, è più probabile che vendi quelle 10 copie in più. Inizialmente mi infastidiva la cosa. Poi… A me piace scrivere, se ho questa possibilità, perché non farlo? Ma… non ho pubblicato nulla che abbia fatto la differenza.(…)

Ora sono a Pioltello a ricominciare da capo. Non so proprio da che parte si inizi a fare il lavoro che sto iniziando a fare. Devo imparare tutto. Sono l’ultima ruota del carro. Sono sempre quell’animaletto strano che abita abusivamente a scuola, perché fa il prete; e abita abusivamente in parrocchia, perché fa l’insegnante. Sto imparando a scoprire un’umanità lontanissima dei miei giri, la realtà dei migranti, che basta un mese di frequentazione perché ti saltino tutti gli stereotipi che avevi in testa. Devo imparare un nuovo mestiere, e sono fortunatissimo perché ho incontrato due maestre eccezionali, che non poteva andarmi meglio, per rubargli un po’ il mestiere! Questa volta neanche penso di fare la differenza! Spero solo di fare bene il mio lavoro.

(…). Per come sono fatto, è vero che non lascio tracce, ma la vita ne lascia tante su di me. Per natura, le cose in me hanno lunghissime risonanze, sono portato a smontare le idee, e a cercare tutti gli incastri possibili, a volte sono ossessivo nei miei pensieri, perché quando una cosa non mi convince continuo a tornarci e a provare a ricaprirla da capo. Forse sì. (…) Non lascio tracce, ma Dio mi ha messo negli angoli di mondo dove svolgo il mio ministero perché il mondo lasci tracce in me. (…)

In questo mese le parole “straniero“, “pellegrino“, “vagare”, portano con sé I volti degli studenti e delle studentesse migranti che sto incontrando nei colloqui. Quando celebro la messa, il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ha i volti dei colleghi, delle persone che incontro sul treno la mattina, delle persone in auto che fanno la coda per portare a casa il pane quotidiano, e io sono lì accanto a loro. E non posso non ricordare i precari, coloro che lottano per un lavoro, coloro che si preparano, coloro che fanno fatica negli ingranaggi istituzionali. Sono cose che sento nella mia carne, e porto nella messa.

Mi viene da pensare che la mia vocazione è essere un po’ stella cometa, che lascia brevi tracce di luce quando va bene, il più delle volte meteora, che semplicemente passa, potrebbe fare danni, e per fortuna se ne va senza aver fatto danni. Ma le cose lasciano traccia in me, e io posso diventare luogo dove le impronte e le tracce della vita hanno un terreno perché possa nascere del pane, il Cristo, l’unico che può nutrire l’umanità.

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