Ecco il mio editoriale per il Cittadino del 6 Ottobre 2026 sulla Marcia della Pace a Lodi. Buona Lettura!
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Sabato Lodi si è riempita di colori, di bandiere, di striscioni e, soprattutto, di persone, tantissime persone. E moltissimi giovani. Per la tradizionale marcia della pace, cittadini, associazioni, organizzazioni del terzo settore e istituzioni si sono ritrovati insieme per affermare, con la semplicità della presenza, il valore inestimabile della pace.
È stata una festa, una festa nel senso più autentico del termine: un momento di gioia, di incontro, di condivisione. La città è stata abitata, attraversata, vissuta. E forse non è un elemento secondario. In un tempo nel quale sempre più spesso ci rinchiudiamo nei nostri spazi privati, nelle nostre case, nei nostri schermi, ritrovarsi insieme nelle strade significa riscoprire qualcosa che appartiene alla natura stessa della città: essere comunità.
Sabato Lodi ha sperimentato anche un forte sentimento di appartenenza civica. Persone diverse per storia, sensibilità, età e convinzioni hanno trovato un terreno comune intorno a una parola che oggi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: pace.
Eppure viviamo in un tornante della storia particolarmente preoccupante. Le guerre si moltiplicano, le disuguaglianze sociali raggiungono livelli estremi, le tensioni politiche ed economiche attraversano i Paesi e i continenti. Le parole che sentiamo pronunciare sempre più spesso sono quelle della guerra, del riarmo, della minaccia, del nemico. Sembra quasi che la pace sia diventata una posizione ingenua, mentre la forza, la contrapposizione e la capacità di prevalere sugli altri vengono presentate come le uniche forme realistiche di politica.
Forse proprio per questo oggi abbiamo bisogno di una nuova parola d’ordine: resistere.
Resistere non significa soltanto opporsi a una guerra o manifestare contro una decisione politica. Significa, prima ancora, custodire piccoli spazi di umanità nella nostra vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie, nei rapporti tra le persone. Significa preservare ambiti nei quali continuare a riconoscere nell’altro una persona e non un ostacolo, un avversario, un nemico.
Una resistenza senza armi, senza barricate, senza eserciti. Una resistenza quotidiana, fatta di gesti apparentemente piccoli ma capaci di difendere ciò che ci rende umani. Ascoltare invece di aggredire, dialogare invece di insultare, accogliere invece di respingere, cercare ciò che unisce invece di costruire continuamente ciò che divide. E soprattutto continuare a guardare l’altro come un fratello.
Ma ogni resistenza, anche quella più quotidiana e silenziosa, ha bisogno di una cosa fondamentale: sapere di non essere soli.
Perché è facile sentirsi soli quando si prova, nel proprio piccolo, ad andare controcorrente. Il rischio è quello di sentirci impotenti, pensare che non serva a nulla e che, mentre nel mondo accadono guerre, si ridisegnano confini, si accumulano armi e si decidono equilibri geopolitici, il nostro piccolo modo di vivere non possa cambiare niente.
È qui che una marcia come quella di ieri assume un significato straordinario: per un giorno, chi resiste nel proprio piccolo ha potuto vedere che non è solo.
La persona che ogni giorno cerca di costruire pace nella propria famiglia ha camminato accanto a chi la costruisce a scuola, nel proprio quartiere, nel proprio lavoro, in un’associazione, in una comunità. Persone che magari non si conoscono, che hanno storie diverse e idee diverse, si sono ritrovate insieme a dire che quella scelta quotidiana non è una stranezza individuale, non è una battaglia solitaria: è una scelta condivisa.
La marcia non cambia gli equilibri geopolitici, non ferma una guerra, non modifica le decisioni dei governi. Ma può fare qualcosa che, in questo momento storico, è tutt’altro che poco: può dare forza a chi continua a resistere.
Può ricordarci che dietro ciascuno dei nostri piccoli gesti quotidiani esiste una comunità più grande. Che non siamo soli quando scegliamo di non rispondere alla violenza con altra violenza. Non siamo soli quando rifiutiamo di trasformare l’altro in un nemico. Non siamo soli quando continuiamo ostinatamente a credere che la convivenza sia possibile.
Forse il valore più profondo della marcia di ieri è stato proprio questo: aver dato un volto, un corpo e una voce a una resistenza che normalmente rimane invisibile.








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