Immaginate di prendere una buccia d’arancia e di provare a spalmarla su un tavolo, trasformandola in una superficie perfettamente piana. Non è soltanto un’operazione materialmente complicata. È impossibile per una ragione molto più profonda: una superficie curva non può essere trasformata in una superficie piana senza che qualcosa si deformi.
È esattamente quello che accade quando proviamo a disegnare il mondo su una carta geografica. La Terra è una superficie curva, mentre la carta è piana. E dunque ogni planisfero è, inevitabilmente, una rappresentazione imperfetta. Non esiste una mappa del mondo che riesca a conservare contemporaneamente e senza alterazioni forme, superfici, distanze e direzioni. Ogni rappresentazione deve scegliere che cosa preservare e che cosa sacrificare.
Questa semplice considerazione dovrebbe accompagnarci ogni volta che guardiamo una carta geografica. Perché una mappa non è mai semplicemente «il mondo»: è un modo di rappresentare il mondo.
Una delle rappresentazioni più utilizzate è stata per secoli la proiezione di Mercatore, elaborata dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator nel 1569. La sua grande intuizione rispondeva a un’esigenza molto concreta: aiutare i navigatori. La proiezione conserva infatti le direzioni, rendendo particolarmente utile tracciare le rotte sulla carta. Ma questa scelta ha un prezzo: quanto più ci si allontana dall’Equatore, tanto più le superfici vengono dilatate.
È sufficiente guardare una carta di Mercatore per accorgersene. La Groenlandia appare enorme, quasi paragonabile all’Africa, quando in realtà l’Africa ha una superficie circa quattordici volte maggiore. L’Alaska appare molto più grande di quanto sia realmente. Le terre dell’emisfero settentrionale vengono progressivamente ingrandite man mano che ci si avvicina al Polo Nord.
Non c’è, in questo, necessariamente un errore. Mercatore non aveva costruito una mappa per stabilire quale popolo fosse più importante di un altro. Aveva risolto un problema preciso: quello della navigazione. Il problema nasce quando una rappresentazione nata per uno scopo particolare diventa, attraverso l’uso quotidiano, la nostra immagine mentale del mondo.
Nel settembre di quest’anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che incoraggia l’utilizzo di proiezioni alternative. Tra queste c’è Equal Earth, una proiezione elaborata con l’obiettivo di rappresentare in modo più fedele le proporzioni delle terre emerse. E la differenza, guardando le due rappresentazioni, è impressionante.
Nella nuova proiezione l’Africa recupera visivamente la propria enorme estensione. L’India appare per quello che è. Il Sud America acquista una dimensione molto più vicina a quella reale. Al contrario, le terre vicine ai poli perdono quella dilatazione che siamo abituati a vedere nelle carte di Mercatore.
Ma è proprio a questo punto che una questione apparentemente tecnica diventa una questione politica.
Perché le mappe non sono soltanto strumenti per orientarci nello spazio. Sono anche strumenti attraverso i quali abbiamo imparato a immaginare il mondo. E per secoli abbiamo guardato un planisfero nel quale le terre del Nord apparivano enormemente più grandi di quelle vicine all’Equatore.
Se per generazioni abbiamo visto l’Europa e il Nord America occupare sulla carta uno spazio enorme e l’Africa, l’America Latina e gran parte dell’Asia apparire relativamente ridimensionate, quella rappresentazione finisce inevitabilmente per avere anche un significato culturale. Il Nord sembra grande, il Sud piccolo. E ciò che è grande tende facilmente a essere associato, anche inconsapevolmente, a ciò che conta di più. La nuova attenzione verso proiezioni come Equal Earth prova almeno a correggere questo squilibrio.
Una nuova mappa può essere qualcosa di più di una curiosità cartografica. Può diventare anche un piccolo esercizio di riequilibrio dello sguardo geopolitico.
Non si tratta di mettere il Sud al posto del Nord, né di rovesciare una gerarchia per crearne un’altra. Si tratta di ricordare che nessun continente è naturalmente destinato a stare sopra un altro e che nessuna civiltà possiede per diritto naturale il centro della storia. E forse la cosa più importante che una carta geografica può insegnarci è proprio questa: il modo in cui rappresentiamo il mondo non è mai del tutto estraneo al modo in cui abbiamo imparato a pensarlo.
pubblicato su il Cittadino del 29 settembre 2026








Lascia un commento