«Ringrazio il cielo,
Perché mi ha fatto nascere incompleto 
E le stelle non mi han dato ciò che cerco, ma almeno 
Mi evito la noia di esser pieno».

Hanno ragione i Pinguini Tattici Nucleari: non siamo fatti per coincidere del tutto con ciò che abbiamo, né per sentirci definitivamente colmati. Dentro di noi resta sempre uno spazio aperto, una distanza tra ciò che siamo e ciò che ancora desideriamo.

Peccato che sperimentiamo il senso di incompletezza che ci abita, come una mancanza da correggere, un vuoto da riempire, un gap da colmare.

Questa distanza è esattamente ciò che ci mette in movimento: ci fa cercare, immaginare, amare, creare. Ci spinge verso un “oltre” che non sempre sappiamo nominare e che forse non è una meta da raggiungere, ma una direzione da abitare.

Possiamo ottenere ciò che abbiamo desiderato, raggiungere un traguardo, vivere un momento di felicità. Eppure, quasi sempre, sperimentiamo che c’è un qualcosa che impedisce la piena soddisfazione. Non perché ciò che abbiamo non sia abbastanza, ma perché il desiderio umano non si lascia esaurire completamente dal suo oggetto. Ogni risposta apre una nuova domanda; ogni approdo lascia intravedere un’altra riva.

C’è un resto che non viene riempito. E forse è proprio lì che si conserva la nostra possibilità di andare oltre: oltre il già noto, il posseduto, il compiuto. Non si tratta di essere condannati all’insoddisfazione, né di disprezzare la gioia di ciò che si raggiunge. Si tratta di riconoscere che nessuna conquista può contenere tutta la nostra vita.

Essere umani significa anche questo: non essere mai del tutto pieni, perché in noi rimane posto per ciò che ancora non c’è. Un’apertura, una domanda, una promessa. Forse non dobbiamo affrettarci a colmarla. Forse è da quella fessura che entra il futuro.

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