Storia e Tempi

una bibbia tra le mani

Stamattina, fuori dalla messa, incontro come di consueto John, circondato da diverse persone, con cui ormai ha fatto conoscenza. Insieme a lui due nuovi visi africani, conterranei di John. Sono giunti un mese fa e da circa due settimane hanno preso partecipare alle celebrazioni nella nostra Chiesa. Sguardi un po’ persi, spaesati, vestiti un poco logori e l’aria di chi si trova catapultato su un altro pianeta, in una dimensione altra e straniera.

Dopo averli salutati, noto che uno di loro tiene tra le mani una Bibbia sgualcita, scritta in inglese: si tratta sicuramente di un ricordo della sua terra, un libro portato con sé durante quell’esodo dall’Africa fino a Lodi.

Mi sorprende questo particolare: immagino che il nuovo arrivato non abbia viaggiato con un bagaglio voluminoso; anzi, avrà dovuto selezionare attentamente quelle poche cose che avrebbe potuto portare con sé. Tra questi pochi beni ha messo anche la propria Bibbia.

Spontaneamente mi viene da pensare a quello che avrei portato io, dovendo partire per un viaggio così rischioso ed è imprevedibile. Cosa avrei messo nello zaino? Quali oggetti mi sarebbero apparsi così vitali da meritare un loro trasporto verso l’ignoto?

Ho come l’impressione che quella Bibbia tra le mani esprima di più di una semplice appartenenza religiosa, quasi fosse solo una carta d’identità della propria fede. Certo c’è anche tutto questo ma forse anche dell’altro.

Forse quel libro sgualcito, tenuto tra le mani, testimonia una fiducia reale e radicale nella Vita, nella sua prodiga cura ed una fiducia in nome della quale è possibile lasciare tutto e cercare un futuro altrove. Se penso al cinismo e al pessimismo che attraversano le nostre coscienze ricchi e grasse, la Bibbia in mano quel giovane africano racconta di un legame ancora aperto e fecondo con la Vita. Il futuro è per loro ancora un bene possibile, una felicità realizzabile, talmente affidabile e promettente che vale la pena mettersi in viaggio… A volte, per noi italiani, il domani è solo un carico triste di frustrazioni e delusioni; un’altra occasione per ripiegarsi su noi stessi e sprofondare nel nostro divano.

 

Parole di carta

il Dio di Trump

In God we trust”, ossia in “Dio riponiamo la nostra fiducia”: questa frase non è scritta su un libro di preghiere o di meditazioni, bensì sul più laico e mondano pezzo di carta al mondo, la banconota da un dollaro statunitense. È il motto degli Stati Uniti i quali, a mia conoscenza, sono l’unico paese al mondo che citano Dio sulla propria carta valuta. Pare un po’ singolare ma è certamente indicativo dello strettissimo rapporto che gli USA vivono con la propria religiosità, non solo in ambito personale ed intimo, ma come elemento di coesione sociale e di fondamento della propria identità nazionale. È un dato che appartiene alla nascita stessa della confederazione americana e che giunge sino ai nostri giorni attraverso le parole ed i gesti del neo presidente Trump. In fondo, i riferimenti religiosi nel nuovo “commander in chief” sono in linea con la lunga tradizione dei propri predecessori, pur introducendo variazioni e accenti che meritano una, pur veloce, riflessione.

Nel corso del Novecento, alla Casa Bianca, si sono viste diverse rappresentazioni della religiosità americana: c’è stato protestantesimo tradizionale, incarnato da Wilson e da Carter, ed un cattolicesimo “di importazione” rappresentato dalla lunga dinastia dei Kennedy. In entrambi i casi, il sentire religioso era animato da una vena di ottimismo e speranza verso il futuro: la presenza dell’America rivestiva quasi un ruolo messianico nella costruzione di un mondo migliore, guidato e riappacificato dalla sua presenza portatrice di prosperità e progresso.

Con la caduta del Muro e la fine delle ideologie contrapposte, il protestantesimo tradizionale è stato gradualmente soppiantato da quella religiosità legata alle sette, ai telepredicatori, alle mega-chiese che utilizzano le reti televisive ed internet per spargere il loro messaggio ed arruolare nuovi seguaci. Ne sono testimoni, pur da parti politiche opposte, il democratico Bill Clinton ed il repubblicano George W. Bush. È con quest’ultimo, reborn christian, cristiano rinato, che il lessico della politica americana inizia a colorarsi di toni da crociata religiosa. Basti pensare al presidente “vicario di Dio”, alla espressione “guerra giusta”, “l’asse del male”, gli “stati canaglia”. È chiara l’intenzione di “usare” Dio come garanzia e scudo del potere politico-militare statunitense, come fonte di autorità morale ed ispiratore di quei valori di democrazia, bene e progresso che possono, anzi devono, essere esportati in tutte quelle parti del mondo ancora imprigionate nell’oscurità e nell’ignoranza.

Tuttavia con Donald Trump assistiamo ad una ulteriore metamorfosi di questa idea di Dio, che diviene ancora più “tagliata su misura” sullo stile da showman del miliardario newyorkese. Il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca ben racconta chi è il Dio di Trump e, di riflesso, della maggioranza di popolazione che lo ha votato. Il Dio Cristiano diviene con Trump il dio dei cristiani bianchi e benestanti, devoti alla ideologia del benessere e difensori di una tradizione, sentita come elemento esclusivo ed escludente. Per il neo presidente l’idea di uomo coincide, come qualcuno ha fatto notare, con l’homo oeconomicus americanus, nel quale trovano una suggestiva sintesi il mito del successo finanziario, la difesa della cultura bianca, la tutela degli interessi della classe media, il sospetto verso lo straniero e un forte e radicale nazionalismo. Il Dio di Trump non è più il Dio dei poveri e degli oppressi, il Dio che ha cura del povero e della vedova, il Dio che elegge gli ultimi come i suoi figli prediletti; esso diviene il dio che benedice la propria terra e la propria ricchezza contro i clandestini ladri ed usurpatori; è il dio che premia i propri eletti con la prosperità ed il benessere: qualcuno lo ha definito un “Prosperity Gospel”, un Vangelo della ricchezza e della classe media.

Interessante ed emblematico, a questo riguardo, è stata la citazione che Trump ha fatto del salmo 133 durante il suo discorso di insediamento: “Ecco quant’è buono e quant’è piacevole che i fratelli vivano insieme!”. Alla tradizionale e fedele lettura che apre la predilezione di Dio per i suoi figli ad una fratellanza universale ed inclusiva, Trump oppone una “sua” interpretazione del testo: egli lo applica in modo esclusivo al popolo americano, nuovo popolo eletto, in virtù delle sue doti economiche, della sua intraprendenza e della sua ricchezza.

Il Dio di Trump è il Dio della propria classe sociale, della propria ristretta comunità, il Dio usato come sigillo e garanzia del proprio successo sfrenato, della propria espansione “civilizzatrice”, della propria ricchezza e della difesa dei propri interessi.

Eppure c’è stato un tempo nel quale, la terra americana guardava a se stessa e al proprio ruolo nella comunità internazionale con altri toni. Memore delle ragioni profonde che hanno portato alla sua nascita, la comunità statunitense si concepiva come terra delle libertà, terra della opportunità personali e sociali, luogo di accoglienza che faceva dell’integrazione della diversità la sua cifra costitutiva. Di questa identità aperta, plurale e complessa da voce il sonetto “The New Colossus”, scritto dalla poetessa statunitense Emma Lazarus e, non a caso, posto su una targa sul piedistallo della Statua della Libertà:

“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto,
gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.”

Era un’America inclusiva, poliedrica, che non temeva il diverso, che non aveva paura dello straniero ma si offriva come casa per coloro che cercavano un futuro migliore, nuove opportunità nella vita, un futuro di pace e di prosperità. Un’America assai diversa da quella raccontata con toni pomposi dal magnate newyorkese.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di LodiVecchioMese

Parole di carta

le erbacce del mio giardino mi danno speranza

Ad april taca anca el maneg del badil”, ossia “ad aprile attecchisce anche il manico del badile”. La saggezza popolare ci ricorda che in questo periodo dell’anno tutto è capace di germogliare, anche un manico del badile, che, per sua natura, certo non è la cosa più generativa al mondo. Ho chiara evidenza e testimonianza di questo fatto nelle erbacce che crescono abbondanti nel mio giardino. Devo ammettere che in questo periodo è davvero una battaglia persa quella che sei chiamato a combattere contro di loro. Sbucano in ogni dove, in ogni piccolo lembo di terra, in ogni angolo nascosto in cui esse trovano ospitalità. Sicché il mio piccolo giardino diventa una foresta incolta, una terra selvaggia dove fiorisce ogni specie di erba selvatica, ogni erba di campo che troveresti in aperta campagna.  Nei momenti di “massimo splendore” del mio giardino, quando anche il più solerte giardiniere si rifiuterebbe di mettere mano, tanta è la confusione, ripenso a Pierangelo, il mio caro vicino di casa, che tiene il suo pezzo di giardino come un piccolo salotto: non una foglia fuori posto, mai un filo d’erba troppo alto. Insomma una vera meraviglia per gli occhi e per il cuore. Il mio, al confronto, sembra, il cratere di una esplosione nucleare, un fazzoletto di terra dimenticato da Dio e dagli uomini. Penso a lui che scuote la testa con benigna disapprovazione, quando guarda al di là della sua recinzione…

È proprio in questo periodo che vivo una lotta impari e frustrante verso tutta questa zizzania: cerco in qualche modo di mondare il giardino ma mi accorgo presto che è del tutto inutile… la natura è più forte di me, più veloce ad attecchire, più solerte e generosa nel suo darsi….

Eppure v’è dell’altro in questa esplosione di natura che avviene nel giardino. Quelle erbe infestanti raccontano, certo a modo loro, di una Vita talmente potente ed eccedente che non sa trattenersi di fronte alla mia cura e al mio sforzo. A ben guardare quegli insidiosi fili d’erba sono lì a ricordarmi, quasi come una testimonianza sensibile agli occhi ed al tatto, che la Vita non dipende dalla mia cura, dalle attenzioni che rivolgo al mio giardino e dall’impegno che metto nel vegliarlo. La Vita è una dinamica talmente eccedente di Dono e di Mistero che scompagina le nostre aiuole linde e pulite, che disturba le nostre visioni chiare e distinte delle cose. La Vita va oltre, rompe il muro dei nostri sogni o delle nostre aspettative, travalica i confini della nostra immaginazione e dei nostri gusti, trabocca ogni limite, trascende ogni nostro pensiero.

Penso che in fondo questa sia davvero una bella notizia per la nostra povera esistenza: curiamo le nostre cose, ci occupiamo dei nostri rapporti, dei nostri cari, dei nostri amici, come fossero un pezzo di terra da accudire e da custodire… e lo sono… ma la Vita va oltre la nostra cura nei loro confronti, sa fa germogliare dove non abbiamo seminato, sa fecondare anche là dove non siamo arrivati, sa far nascere vita anche là dove noi vediamo solo dei sassi o della terra inutile…la Vita trascende la nostra capacità di occuparci degli altri, supera la nostre piccole possibilità e porta rinascita anche dove pensavamo che nulla più sarebbe germogliato o fiorito.  Essa sa andare oltre i nostri schemi mentali, oltre le nostre aspettative, oltre le nostre previsioni, i nostri pronostici ed i nostri calcoli.

È questa intrinseca libertà della Vita la bella Notizia della primavera, e che, a ben vedere, è la bella notizia della Pasqua. È la Vita che rinasce là dove non te la aspetti, dove pensi ci sia solo morte, dove hai perso fiducia e speranza, dove intravedi solo cadaveri e tombe. La Vitalità della Vita è quanto sorprende i nostri occhi, come quei cespugli di zizzania cresciuti in mezzo al prato del mio giardino…la Vitalità della Vita è quanto scalda i nostri cuori come la promessa di un avvenire fecondo, che grazie a Dio, non dipende dai nostri sforzi o dal nostro impegno.  La bella notizia della vita è che la Vita è di più, è oltre, è ancora…è lo stupore di un giardino che fiorisce, è la meraviglia di una tomba vuota.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di aprile di LodiVecchioMese

Parole d'autore

i fianchi delle montagne

«Le montagne si dovrebbero scalare col minor sforzo possibile e senza fretta. La velocità dovrebbe essere determinata dallo stato d’animo dello scalatore. Se sei inquieto, accelera. Se rimani senza fiato, rallenta. Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento. Poi, quando smetti di pensare alla meta, ogni passo non è soltanto un mezzo, ma un evento fine a se stesso. Questa foglia ha l’orlo frastagliato. Questa roccia è instabile. Da qui la neve è meno visibile, benché più vicina. Queste sono cose che dovresti notare comunque. Vivere soltanto in funzione di una meta futura è sciocco. È sui fianchi delle montagne, e non sulla cima, che si sviluppa la vita.”

Tratto da: Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.

Pensieri e Silenzi

corpo a corpo

Si intitola “Le Pardon de Dieu annoncé à Jérusalem”, ossia “il perdono di Dio annunciato a Gerusalemme” questo intrigante quadro di Marc Chagall. Rappresenta la Misericordia di Dio che è elargita ad Israele: come una luce densa e consistente, essa avvolge l’uomo, che si ritrova quasi imprigionato e avviluppato nel suo manto luminoso. C’è davvero l’intuizione e la sensibilità del grande artista e del mistico in questa rappresentazione!

La Misericordia di Dio che proviene dall’alto, da quel sole nel quale è inciso il tetragramma sacro, giunge all’essere umano come una nuvola spessa, come qualcosa di fisico, di tattile e di concreto.  Non ha nulla di etereo e di “spirituale” questa luce divina: non è impalpabile o rarefatta; anzi essa appare come un corpo denso, consistente, resistente al tatto e alla presa. Chissà se l’uomo se ne sta volutamente avvolgendo o se ne è stato fasciato suo malgrado…  La nube tuttavia oppone una resistenza tenace: pare quasi che l’uomo vi abbia iniziato un combattimento corpo a corpo, come contro un nemico imprendibile e inafferrabile. Bella la forza e la presa vigorosa delle gambe sul terreno: danno alla figura una dinamicità ed una intensità straordinaria.

Ma il dettaglio davvero suggestivo è l’abbraccio tra l’uomo e questo manto luminoso: c’è quasì un senso di pudore nel gesto dell’uomo che nasconde, con la nube divina, la propria nudità. La misericordia di Dio protegge l’uomo dalla sua naturale vulnerabilità e dalla sua creaturale fragilità, come una difesa da sguardi famelici e dalle intemperie della vita. È il gesto che Dio fece con Adamo ed Eva alla cacciata dell’Eden, quando donò loro tuniche di pelli perché si vestissero.

Ma in quell’abbraccio c’è di più, molto di più: c’è l’impeto di un amore fusionale, l’esperienza di un incontro sponsale tra il Creatore e la creatura. L’Amore di Dio incontra l’umanità in un abbraccio sponsale, come lo Sposo con la sposa, in un gesto di gioiosa intimità che sradica l’umano dalla sua silenziosa solitudine per aprirlo alla fecondità della Vita.

Parole d'autore

democrazia in rete

“A tale proposito, non sono affatto sicuro che le nuove forme di democrazia della rete facciano fare passi in avanti alla partecipazione reale, alla crescita della coscienza ed a una maggiore diffusione di una “sovranità” dal basso. Non solo per l’esiguità delle platee investite, per l’incertezza delle regole e delle garanzie. Piuttosto per il perpetrare e persino l’accentuare la solitudine di chi le pratica e ne è protagonista.

La persona, se non è considerata solo numero o “maschera” sociale, è innanzitutto relazione; relazione con l’altro. Relazione vissuta, reale, incarnata; che comporta un’esposizione faticosa ma straordinariamente gratificante e arricchente nel confronto con il tuo interlocutore; che ti porta doni, e anche prezzi da pagare in conseguenza delle opinioni che esprimi. La rete, fantastica innovazione per l’informazione, non realizza questa esperienza e vicinanza. Nella rapidità del confronto, in realtà, marca una lontananza.

È la ragione per la quale il confronto politico attraverso di essa, appare ripetitivo, assertivo, apodittico, non di rado offensivo e violento. Non c’è stile dialogico, fiducia nelle argomentazioni che possono modificare il tuo pensiero o quello della persona con la quale ti stai intrattenendo.

In realtà si accetta l’atomizzazione in monadi un po’ disperate tipica della nostra difficile modernità; senza, purtroppo, determinare una crescita della coscienza dei cittadini e un miglioramento della democrazia.” (Goffredo Bettini)

 

Pensieri e Silenzi

riconoscersi

Come è commuovente questo video: il padrone resta ricoverato in ospedale per alcune settimane e quando torna a casa il suo fedele amico a quattro zampe non lo riconosce e gli abbaia come ad un qualunque estraneo. Serve del tempo perché lo riconosca e solo allora scattano le feste di benvenuto. La gioia dell’animale diviene allora incontenibile e si lancia in una danza di salti, coccole, corse a abbai…

È l’odore a propiziare questo incontro e questo riconoscimento: ci si ritrova a pelle, annusando quell’odore abituale, familiare, ricco di ricordi e di precedenti contatti.

Ci ritroviamo quando la pelle riattiva la memoria di un legame, di un passato condiviso; quando l’altro ha un odore che sa di casa, di affetto, di intimità. È intenso e “primitivo” questa ricognizione sensibile, questa identificazione epidermica: ci riavviciniamo all’altro “sentendolo” domestico, ossia come colui che condivide i nostri spazi vitali.

Tutto questo richiede tempo, pazienza, attesa: la stessa che l’uomo nel video mostra verso il suo animale. Non affretta l’incontro, non forza il contatto: lascia che l’altro superi la propria diffidenza, si prenda il “proprio tempo ed il proprio spazio”. Vi è un tratto delicato e rispettoso nel comportamento dell’uomo, un non so che di premuroso: concede all’altro (all’animale in questo caso) la possibilità di sperimentare, di annusare, di tastare il terreno. Resta fermo, fiducioso, in attesa che il miracolo dell’incontro si compia sotto i suoi occhi, come un dono insperato.

Storia e Tempi

non tutte le sconfitte sono vere sconfitte

Non tutte le sconfitte sono vere sconfitte….certo, il risultato resta lì, stampato sul tabellone, ma talvolta le sconfitte possono tradursi in occasioni di crescita più di tante vittorie. Ho pensato così ieri sera alla fine della partita con gli esordienti del minibasket: al termine del campionato “regolamentare” li abbiamo sfidati in un torneo fuori dalla nostra zona abituale, sapendo che forse avremmo incontrato squadre di ben altro spessore e consistenza.

Nel nostro piccolo “orticello” l’avevamo fatta un po’ da padroni: tranne rare (ma significative) eccezioni le partite ce le siamo giocate facili, con ampi margini di vittoria…spesso una passeggiata. È così che piano piano si insinua nella teste dei miei la convinzione di essere dei “prodigi” del basket, piccole promesse nel firmamento dell’NBA: lo vedi dalla tensione (ahimè ridotta) durante gli allenamenti, dal tono scanzonato con cui entrano in campo, dalla scarsa concentrazione e dall’impegno non sempre al massimo.

Ecco che ieri sera abbiamo incontrato una squadra “seria”: corretta, gioco tranquillo ma un livello di gioco di una spanna superiore al nostro. Non erano fenomeni, non c’era dentro piccole promesse del basket: solo ragazzi abituati a giocare insieme, a cercarsi, a collaborare, a fare squadra. E questo ha fatto la differenza: al nostro gioco solitario ed individualista, hanno opposto un bel movimento di squadra, coordinato, preciso, bello insomma… e lì, come vuole tradizione, ci siamo inchiodati. E alla fine le abbiamo prese, e alla grande…

È giusto così; anzi, fa bene ai miei ragazzi così… imparano che nella vita si è “fenomeni” solo quando si da il massimo, quando non si usa sufficienza per affrontare le situazioni. Imparano che anche se tu non ti impegni, incontri nella vita gente che si spende, che da l’anima ed è giusto che raggiungano loro i primi posti. Imparano che l’impegno ripaga e quando manca o è insufficiente si vede; che la vita non è sempre una passeggiata facile facile ma talvolta è difficile, persino aspra e che occorre determinazione, sacrificio e tanto tanto impegno.

Certe sconfitte ti lascaino le cinque dita sulla faccia, ma ti danno uno scossone e ti scuotono dal sonno.

Pensieri e Silenzi

cielo azzurro

Stamattina vado in macchina in stazione a prendere il treno… sono più pensieroso e preoccupato del solito… un po’ di pensieri mi girano per la testa in questi giorni e mi appesantiscono lo spirito…

Ad un tratto alzo lo sguardo e osservo il cielo azzurro che mi si spalanca davanti agli occhi: un cielo terso, intenso, reso vivido dall’aria fresca e dal vento intenso, che lo ha ripulito e reso nitido e lucente. È da qualche minuto che stava sotto i miei occhi ma un conto è vedere ed un conto guardare…devi spostare la tua attenzione verso ciò che osservi, ci devi mettere la testa e po’ di cuore…

Anche stamattina, indipendentemente dal mio stato d’animo, dai miei pensieri e dalle mie preoccupazioni, il cielo mi ha regalato questo azzurro intenso, l’aria fresca che mi accarezza il viso ed un sole tiepido che mi scalda dolcemente. Un’altra giornata è iniziata, un altro pezzo di vita da vivere, un nuovo pezzo di strada, un nuovo miglio da percorrere.

La Vita, con affidabile precisione, ha ripreso il suo corso, con ritmo sicuro e lento, sereno e pacifico. Non si lascia turbare dalle nostre apprensioni e dai nostri crucci, non si spaventa dei nostri affanni, non indietreggia di fronte ai nostri dubbi o timori.

La Vita scandisce il suo tempo con un fluire morbido e sicuro, come quelle mamme dolci ed affettuose che non si lasciano turbare dai capricci dei figli, che le strattonano per ogni cosa; camminano serene e quiete, come chiocce che hanno cura della propria prole, anche quando strepitano e piangono. Fortunatamente la Vita non si cura dei nostri alti e bassi, delle nostre ansie ed inquietudini: non per distanza o disinteresse ma per fedeltà a se stessa e cura verso di noi.

Il Suo cuore batte al ritmo regolare del Tempo, con profondità e leggerezza; la Vita scorre con affidabile lentezza e con promettente intensità.

Pensieri e Silenzi

in cantiere

La crescita e la maturazione dei nostri figli non è mai un processo lineare e continuo ma subisce repentini cambi di direzione: talvolta noti una chiara progressione, un miglioramento ed un incremento; altre volte una regressione ed una involuzione. Il tutto, talvolta, anche nel giro di poche ore.

Sicché tu, come genitore, sei continuamente esposto ad una girandola di sentimenti ed emozioni contrastanti: provi la gioia e la soddisfazione per quanto tuo figlio ha raggiunto, il sano orgoglio per i suoi successi ed i traguardi tagliati; poco dopo ti trovi a dover convivere con frustrazioni e rabbie per quei comportamenti ancora infantili ed irresponsabili, a cui sei costretto ad assistere. Ti capita pure di provare sensi di colpa per non aver saputo condurre verso nuovi livelli di maturità e consapevolezza.

Vivi davvero, come ho già raccontato, come sui carrelli delle montagne russe, in una corsa rapida che alterna repentinamente momenti di euforia ed altri di delusione e rammarico, gioia e frustrazione, soddisfazione e scontentezza.

È davvero un ruolo “scomodo” quello di noi genitori: sei chiamato a lavorare con una “materia prima” fluida e sfuggevole, talvolta inconsistente come l’aria, altre volte dura come il granito, altre volte ancora manipolabile come la creta.

Non c’è una borsa degli attrezzi che puoi portare con te ed utilizzare in modo continuativo e stabile: in alcuni momenti ti occorre un bisturi ad altra precisione, per un intervento mirato e chirurgico; altre volte è meglio una bella “mazzetta” da muratore per una presenza più solida e robusta; in altri momenti ti serve un buon cacciavite per operare in modo più mirata e definito. Dovresti girare non con una borsa degli attrezzi ma con una intera ferramenta, cosa evidentemente impossibile per un essere umano.

È questo senso di continua provvisorietà che ti lacera e ti logora: nulla è mai acquisito per sempre, nulla maturato in modo definitivo; ma il cantiere è sempre aperto, sempre in azione. Ogni traguardo raggiunto è sempre momentaneo, provvisorio, pronto per essere abbandonato da lì a poco… Ti è chiesta quella sana pazienza di chi sa fare e rifare, di chi sa costruire e ristrutturare, demolire e riprogettare, tinteggiare e riadattare. Sei chiamato a vivere una flessibilità interiore che, in certi giorni, è davvero dolorosa.