Pensieri e Silenzi

profumo di fieno

Certe sere pare che il mondo si sia coalizzato per obbligarti stare in silenzio. Come ora. È sera e sono a letto con il mio blocco tra le mani e fuori non sento nulla: mi avvolge un’atmosfera surreale, strana ed ovattata. Generalmente le auto e le voci dei passanti creano un rumorio di fondo che ti ronza nella testa come una colonna sonora. Stasera no: il silenzio è intenso, piacevole ed intrigante, tant’è che abbasso il volume del televisore e depongo il libro che stavo leggendo… meglio godersi questo momento, ascoltando semplicemente il silenzio che rimbomba nella stanza.

C’è di più: dalla finestra aperta, insieme ad una gradevole frescura, entra un profumo intenso di fieno, di erba tagliata dei campi, che, nelle sere di maggio, diffonde il suo aroma nella campagna. Quell’odore denso ha un non so che di primitivo, di rudemente terrestre. Evoca, nella mia mente ipertecnologica, un legame con il mondo fatto di sensi e di sangue, di olfatto e tatto; mi ricorda un rapporto carnale con la terra, capace di donarmi cibo, riparo e sostentamento.

Questo vivace profumo mi ricorda che nonostante, tutto e tutti, sperimentiamo un debito originario verso la terra che ci alimenta; e che la tecnologia non sa ancora competere con il fascino di una notte di maggio in cui la Madre Terra bussa così irresistibilmente alla nostra stanza.

Storia e Tempi

liberi di curarsi?

La morte del piccolo Francesco di sette anni lascia sgomenti: come è possibile morire di una banale otite nel 2017? Una morte davvero incomprensibile, quando sarebbe bastato un banalissimo antibiotico per prevenire una fine così drammatica e terribile.

È chiaro che serve un profondo chiarimento: se è lecito a chiunque decidere la strategia medica che meglio si adatta alle proprie convinzioni e ai propri convincimenti, la musica cambia quando questa scelta riguarda un minore che si affida alle cure di un adulto. Una cosa è rifiutare le cure per sé, altra cosa è farlo per tuo figlio, anche se la legge ti riconosce la patria potestà ed il diritto/dovere di prendercisi cura di lui.

Non voglio però qui entrare in una discussione su responsabilità e colpe, che la magistratura dovrà necessariamente accertare ma fare una semplice considerazione sulla supposta “libertà professionale” da parte del medico di prescrivere cure e medicinali a proprio piacimento.

So che è forse una cosa un po’ “dura” da comprendere, ma ad ogni membro di una comunità scientifica (un medico, un fisico, un chimico, un ingegnere, un agronomo, etc.) va riconosciuta una “autorità” a parlare e a decidere, nella misura in cui questo professionista non parla a titolo personale ma impegna la comunità scientifica di cui è espressione. Mi spiego: non è che dato che possiedo una laurea in fisica posso tranquillamente andare nelle scuole ed insegnare che, in base ad un mio particolare convincimento, la terra è piatta; oppure un ingegnere, appellandosi alla sua qualifica, costruire ponti in carta pesta. È la comunità scientifica che garantisce che quanto detto e fatto da ogni singolo suo membro sia valido, opportuno e corretto. E la mia parola di fisico è autorevole solo se con essa impegno tutta la comunità di fisici a cui appartengo.

Tornando a noi: l’affidabilità di un medico si fonda sulla sua capacità di adottare quei protocolli sanitari che sono stati sperimentati, valutati ed accettati dalla sua comunità di riferimento.
Capisco che la cosa può creare qualche perplessità ma questa è l’unica assicurazione che abbiamo che la ricetta del nostro medico, il progetto del nostro ingegnere o il diserbante che gettiamo in giardino non siano dannosi alla nostra vita. È la comunità scientifica la nostra maggiore garanzia contro improvvisazioni, capricci, impreparazioni o personali quanto dubbie opinioni.

Storia e Tempi

ho messo tra le cose da salvare…

Pareva ieri che eravamo “pronti ad iniziare” un nuovo anno di basket insieme ed ecco che ci ritroviamo a fine stagione tutto d’un soffio. Lunghi mesi passati in un colpo d’ali, manco il tempo per gustare ogni singolo istante.

È già tempo di raccogliere, nella scatola dei ricordi, le istantanee di quest’anno, di deporre in soffitta, a perenne memoria, quei momenti che ci sono rimasti negli occhi e che ci hanno scaldato il cuore. Eccomi quindi a sfogliare le immagini di questo anno trascorso insieme e a provare un po’ di malinconia, come sempre mi succede, per le cose che appartengono a ieri.

Ho messo tra le cose da salvare anzitutto la gioia che abbiamo provato quando la palla, facendo “ciuff”, è entrata nel canestro, con soddisfazione e esaltazione da parte di tutti noi.

Ma ci ho messo anche la delusione di quando non voleva entrare, di quando abbiamo giocato male, di quando non ci siamo impegnati o di quando non ce l’abbiamo fatta.

Poi ho riposto le istantanee degli sguardi orgogliosi che scorgevo sugli spalti nel vedere i propri figli giocare con tanta passione ed entusiasmo: erano sguardi fieri e baldanzosi, sguardi che solo un genitore può capire.

Non possono poi mancare, in questo box dei ricordi, i tanti volti sudati, esausti, paonazzi, dopo una lunga corsa, una bella azione o al termine della partita.

E come dimenticare le battute negli spogliatoi, i volti impauriti prima di un match importante, quelli scanzonati ed allegri dopo una vittoria ed i musi lunghi dopo una lacerante sconfitta? E le maglie sudate, i calzoncini gettati a terra, la contesa inziale, i cambi o il cinque dato alla fine ai nostri avversati?

Ricordo poi con particolare affetto gli occhi, gonfi di lacrime di gioia o di rabbia, di alcuni ragazzi, le parole di incoraggiamento a non mollare, i complimenti fatti dopo una bella prestazione, i rimproveri per quando si poteva fare di più e meglio.

C’è un piccolo spazio anche per quelle foto che ci ritraggono nei momenti in cui non avevamo voglia, in cui ci siamo dovuti sforzare per raggiungere la palestra, in cui il tempo non passava più, in cui avresti preferito restare a casa comodo sul divano.

Direte: sono immagini comuni, ordinarie, nulla di straordinario, cose abituali e feriali… è vero…sono foto che troveresti in qualunque album di ricordi di qualunque squadra… e tuttavia sono foto uniche e preziosissime. Sono immagini della nostra vita, di un tempo che appartiene in modo unico ed irripetibile alle nostre esistenze. Giorni che non torneranno, incontri che non rifaremo più, vittorie e sconfitte che ormai ci appartengono e fanno parte di noi.  Soni i nostri volti che rendono uniche quelle istantanee: sono gli occhi, le labbra, le smorfie, gli sguardi, le guance arrossite, i bronci, i musi ed i sorrisi, i capelli spettinati e l’aria irriverente dei nostri anni… tutti questi dettagli fanno delle nostre fotografie un tesoro prezioso, uno scrigno da conservare e custodire con cura.

Parole di carta

uno vale uno?

È diventato un slogan questo “uno vale uno”: si ha l’impressione che finalmente si possa celebrare una democrazia veramente ugualitaria e compiuta, il tripudio di quel sogno che Rousseau aveva coltivato a lungo. La polis amministrata in modo realmente democratico, in cui a tutti è riconosciuta pari dignità, pari peso e responsabilità. È l’utopia di sempre, che nasce nella antica città greca e si traduce in mille e diverse esperienze nel corso dei secoli. La moderna tecnologia informatica offre poi straordinarie opportunità a questa nuova “democrazia diretta”: la possibilità che tutti partecipino con un semplice click, che tutti abbiano la facoltà di esprimersi su ogni singola questione grazie alla potenza della rete: dalla gestione dei rifiuti alle politiche sociali, dalla viabilità al bilancio, dalle politiche energetiche alle politiche internazionali. È il sogno a portata di mano, e tutto questo grazie alle inesauribili risorse della tecnologia…

Ma siamo davvero sicuri che questo straordinario avvenire sia davvero tale? Siamo certi che “uno vale uno” sia la regola su cui fondare una convivenza giusta e realmente democratica, in cui ciascun cittadino possa trovare l’ “humus” per una piena espressione di sé? O non è che dietro questo slogan intrigante e suadente si nasconde una democrazia di facciata che, anziché ampliare, limita di fatto lo spazio per l’esercizio della partecipazione?

Penso che il principio che intende istituire un egualitarismo radicale e diffuso, ponga una opzione chiara e, nello stesso tempo, sovversiva: la negazione del principio di autorità. Intendiamoci: nulla di nuovo sotto il sole. Chi è guarito da qualche anno dall’acne giovanile ricorda che questo era una delle parole d’ordine dei movimenti sessantottini.  Ricordate ad esempio, solo per accennare all’ambito scolastico, l’enfasi sul “sei politico”, sulle autogestioni, sulla scuola che non aveva bisogno di maestri ma in cui a ciascuno, rompendo ogni asimmetria, era riconosciuto il dovere ed il compito di parlare, di insegnare e di educare? Non voglio qui entrare in una valutazione di quel periodo (che è stato un tempo complesso e che ha portato certamente anche notevoli progressi per i diritti personali e collettivi), dico solo che quanto si spaccia come il “nuovo verbo” della rete altro non è che la riproposizione (culturalmente meno solida, mi si permetta) di vecchi valori e slogan. Il tentativo di introdurre un esercizio del potere maggiormente distribuito ed orizzontale non è qualcosa nato negli ultimi dieci anni…

“Uno vale uno” è la formula convincente e ammaliante con cui si mina alla radice ogni principio di autorità, quello scientifico, quello istituzionale e quello culturale. Si introduce l’idea che le decisioni si possano maturare attraverso una libera deliberazione del soggetto ed una composizione puramente numerica del volere dei singoli, che si traduce, ipso facto, nel volere di una comunità. Non servono quei luoghi di dibattito, di confronto, di elaborazione e di sintesi, che una volata si chiamavano “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni, corporazioni, etc.). In questi il volere del singolo era, per così dire, “costretto” ad un confronto diretto con gli altri e con coloro che erano portatori di una competenza e di una conoscenza specifiche.  Ora basta una semplice registrazione “matematica” di un “si” o di un “no” ed ecco che la volontà collettiva prende miracolosamente forma.

Sotto il paravento del richiamo alla priorità del libero volere del cittadino, si celebra un inno alla “autodeterminazione” di ogni singolo, senza accorgersi, ahimè, che quando il cittadino è lasciato solo davanti al suo pc è sempre più debole.

È proprio in nome di questa “stravagante” autodeterminazione, elevata a moderno totem, che si arriva alla critica ai vaccini, faticosamente approvati e sperimentati dalla comunità scientifica, alla inutilità del Parlamento, che è ormai morto, così come sono considerati morti partiti, sindacati e associazioni varie. Ogni principio di intermediazione, che si richiama poi anche ai principii di rappresentatività e responsabilità, ha fatto il suo tempo. Non esiste più, in teoria e nei fatti. Si passa ad una democrazia diretta totale e continua, che, con il richiamo costante ai referendum e alla consultazione popolare, deresponsabilizza chi governa e amministra da ogni possibile conseguenza, e lo esonera dalla necessaria competenza e dall’altrettanta necessaria ricerca di soluzioni mediate.

Sì, perché, in questa nuova logica, il “mio” parere vale quanto il “tuo”, in quanto “uno vale uno”… non importa quale competenza o conoscenza hai maturato, di quale sapere sei portatore. Sulle politiche sanitarie, quelle energetiche, fiscali tutti hanno il diritto ed il dovere di esprimersi con uguale titolo…

In questo scenario post-democratico vi è poi un ulteriore assunto che rappresenta l’architrave del sistema: il valore sommo ed indiscutibile dell’onestà. Intendiamoci: non si parla qui del dovuto ed indispensabile valore di integrità che deve necessariamente accompagnare ogni agire privato e pubblico. No, qui si dice una cosa diversa: si osanna l’onestà come il valore in presenza del quale tutti gli altri passano in secondo piano. L’onestà è capace di legittimare qualunque ruolo e responsabilità, qualunque decisione ed opzione. Ci servono persone oneste, si dice; non importa se preparate o competenti. L’onestà è capace di supplire ogni cosa, pure l’inesperienza e l’improvvisazione.

Ma mi chiedo: fareste gestire i vostri quattro soldi (per la quantità parlo a titolo personale) dalla famosissima “casalinga di Voghera”? Lasciare a lei gli investimenti dei vostri soldi, decidere se comperare BOT o BTP, affidarsi al suo giudizio per la scelta del piano pensionistico, della polizza sanitaria o del mutuo della casa… Ma se non lascereste, giustamente, a lei queste decisioni (non per snobismo ma perché riconoscete che occorrono capacità e competenze per certe scelte) perché ci si accontenta di lasciare a chiunque le determinazioni che riguardano le finanze pubbliche? L’uguaglianza non è fare tutti le stesse cose, ma dare a tutti le stesse possibilità, riconoscendo le competenze e capacità che altri hanno maturato. Funzionano così i sistemi complessi, come lo è la nostra società: c’è un principio di specializzazione, grazie al quale ciascuno acquista competenza in un certo ambito e si affida ad altri per gli ambiti di cui non ha conoscenze. Vale per la medicina, per l’edilizia, per l’insegnamento, per l’ingegneria, per la finanza; ma così vale anche per l’impianto idraulico di casa nostra, quello elettrico e, talvolta, per la cura del giardino di casa. Vale per queste cose e vale per la politica: in questo senso non ci si improvvisa amministratori, sindaci, presidenti di provincia e regione, parlamentari e presidenti del consiglio. Come per tutte le cose della vita, serve preparazione, tirocinio ed esperienza.

Mi è passato tra le mani un bel testo di Benedetto Croce, datato 1931. Il filosofo già allora ironizzava su questa presunta enfasi della onestà. Scrive nel saggio “Etica e Politica”: «Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica». E continua, con un guizzo di sarcasmo: « È strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura». E così conclude « ”Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica?” si domanderà. – L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze».

Temo che il buon Croce abbia ragione: l’onestà altro non è che fare con integrità e competenza il proprio dovere. Un medico che agisse con buone intenzioni ma mancanza di capacità non è un medico onesto… è un ciarlatano…

Questo mio articolo è stata pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese

Affetti e Legami

pazienti

Una delle parole chiave di questa fase della mia vita è la parola “pazienza” (leggi anche la pazienza è divina, la prima e l’ultima pioggia, ogni cosa a suo tempo). Credo sia un guadagno dell’età, un regalo del tempo ed un piccolo traguardo raggiunto con la maturità.

Essere pazienti è un’arte difficile di questi tempi, che chiedono, anzi pretendono l’immediata fruizione di tutto: nessuna soddisfazione può essere differita o posticipata; tutto deve essere sperimentato con compulsiva rapidità. La pazienza invece è l’arte dei tempi lunghi, è la capacità di investire sul domani, accettare che le fasi di sviluppo di ogni cosa e di ogni persona richiedono tempi che non sono né definibili a priori né disponibili al nostro controllo.

La pazienza è dire: “capisco che stai camminando e rispetto il tuo passo, attendo i tuoi tempi, onoro la tua lentezza”. Questo vale per le persone ma anche per le situazioni, i progetti ed i problemi. Significa sopire quella fame bramosa che ci fa divorare tutto con famelico appetito e saper spostare la gratificazione e la realizzazione dei nostri desideri ad un domani che riteniamo affidabile e promettente.

Ieri ho scoperto che la pazienza richiede un grande sforzo di ascesi su di sé ed esige la tua disponibilità a “lasciar andare”. L’uomo paziente è l’uomo che sa accettare l’abbandono, la solitudine, non trattiene a sé ma sa gestire il passaggio amaro della separazione. Saper lasciare andare le persone, saper accettare che le esperienze terminano, che i progetti falliscono o si interrompono sono passaggi dolorosi, talvolta laceranti, ma viverli a testa alta ci rende uomini liberi, riconciliati, riappacificati. Questo “lasciar andare” non è mosso da pessimismo o rassegnazione, rabbia o rancore. Credo nasca dalla consapevolezza che la lontananza e la separazione appartengono come elementi vitali e rigeneranti dei nostri rapporti, come opportunità per riattivare situazioni e cammini. È liberante avere la capacità di non aggrapparsi in modo ossessivo alle cose e alle persone, non restare imbrigliati in legami che ci imprigionano e verso i quali proviamo un insano attaccamento.

Resta per me una vetta inarrivabile il racconto di quel Padre, raccontato da Luca al capitolo 15 del suo vangelo, che “sopporta” non solo la partenza inattesa del figlio minore ma anche che il legame con lui si debba dolorosamente interrompere. Tuttavia il Padre non cessa di essere padre ma sa vivere la propria paternità ferita nella pazienza del ritorno del figlio.  È questa pazienza, questa disponibilità a tenere il cuore aperto che consente al figlio, di ritorno sulla via di casa, di risperimentare la gioia di un abbraccio ricco di tenerezza.

Storia e Tempi

mattanza

Quando ho letto la notizia dell’attentato a Manchester ho pensato che tra quei giovani poteva esserci anche mia figlia… un semplice ed innocuo concerto, un ritrovo come tanti, un appuntamento ordinario nella vita di un giovane… e su questo banale incontro crolla addosso una mattanza inaudita, un odio indicibile, un terrore insopportabile…

Come è possibile “dire a parole” quello che è successo? Parlare richiede che quell’evento, quel fatto, siano narrabili, esprimibili con la ragione, traducibili in un linguaggio, che implica la comunicabilità e la condivisione tra uomini.  Ma come è possibile esprimere ciò che strazia i nostri cuori con una veemenza spaventosa, dire che ciò che impressiona le nostre menti con una agganciante crudeltà? Se solo potessimo parlarne, se solo riuscissimo a raccontarlo, ecco che in qualche modo tutto questo sarebbe diventato almeno un po’ umano…

Come abitare un luogo di dolore così estremo? Come vivere in un posto dove non esiste un perché, un come e un quando? È uno spazio dove tutto è follia, violenza irrazionale e cieca, slancio suicida e autodistruttivo, dove la vita ha perso la via e ha smarrito il senso.

Di fronti a questi drammi di infermale memoria siamo tutti costretti a pensare l’impensabile, ad abitare l’inabitabile, a dire parole ineffabili e a contemplare con i nostri occhi cose che mai avremmo voluto vedere.

C’è un dolore muto nel mondo che nessun cuore può contenere e nessuna logica giustificare. C’è un male che attraversa i nostri giorni e di cui non sappiamo darci ragione. C’è una vita ferita, annientata, calpestata che anela un riscatto possibile, come pegno di una umanità ritrovata.

Affetti e Legami

una tavolozza di colori

Quando parli con Stefano hai come la sensazione di avvicinarti ad una tela ricca di colori: ci trovi macchie di ogni intensità e gradazione; scorgi i colori intensi e vivi della passione, dell’entusiasmo, del coraggio e della determinazione. Altre zone hanno una gradazione più sfumata, quasi colori pastello, quelli della dolcezza, della pacatezza, della curiosità e del rispetto. Se sposti il tuo sguardo sulla tela, non mancano anche i colori neutri del dubbio, dell’incertezza, del tentennamento, dell’indecisione e della paura. Ci sono molti colori su quella tela, così come c’è molta Vita nella sua esistenza: vita giovane ed estroversa, vita che scorre spesso in modo audace e gagliardo, come solo chi ha vent’anni può sperimentare.

Ma è quando fai tre passi indietro ed inizi ad osservare il dipinto con un poco di prospettiva che emerge la vera meraviglia: intravedi, nonostante i contorni ancora indefiniti, l’ombra di un capolavoro che lentamente prende forma; indovini i tratti principali, le figure maggiori, i primi movimenti della scena… certo il tutto è ancora molto embrionale, ma all’occhio esperto non sfugge che quella tavola di colori è gravida di identità e di progettualità.

Non sono colori gettati a caso sulla tela: lentamente intuisci come essi seguono un disegno preciso, come guidati dalla mano di Qualcuno che su quella tela sta dipingendo qualcosa di unico. Il capolavoro prende forma, vede la luce, viene al mondo. È difficile per lui accorgersi di questo spettacolo: è questione di prospettiva, giusta distanza e di esperienza. Ma a chi, come me, lo ammira da una certa lontananza, la cosa non può che emergere con palese chiarezza.

Devo però confessare che il mio sguardo, ormai da tempo, ha perso la neutralità del critico d’arte, che guarda all’opera con distacco ed obiettività; il mio è, ahimè, uno sguardo coinvolto, sentimentale, forse quasi “innamorato”, tipico di quegli appassionati d’arte che vibrano e si accendono di fronte al miracolo del capolavoro e del genio.

Non so… mi chiedo se, forse, è proprio grazie a questa “visione empatica” dell’altro che sono in grado di scorgere in lui, dentro quel puzzle di colori, l’affiorare di un’identità ricca di senso e di futuro.

Pensieri e Silenzi

sul confine

Oggi ho compreso che la differenza che passa tra la speranza e la rassegnazione è davvero tenue, un labile confine che attraversa territori in cui puoi scivolare in una mesta disillusione assai facilmente, basta mettere un piede su una roccia scivolosa e ritrovarti così a precipitare in un convulso pessimismo. Questo confine interseca il modo in cui guardiamo alle situazioni e agli eventi.

Talvolta infatti la vita ti mette di fronte a situazioni che hanno perduto il loro vecchio splendore, lo smalto di un tempo, il fascino che avevano esercitato nel passato; esse appaiono ora come realtà povere, o forse meglio impoverite, dimesse, un po’ tristi e malinconiche. Dell’abbondanza di un tempo sono solo rimaste poche briciole, lontani ricordi, echi flebili e quasi inudibili. È così che lentamente e furtivamente inizi ad avvicinarti a quel confine in cui sei costretto a scegliere quale sguardo intendi adottare, quale atteggiamento e quale umore… Quel poco che è rimasto possono essere le ceneri di passati gloriosi o i semi di un futuro possibile. Quegli avanzi non dicono molto, non danno indizi o indicazioni… sta a te scegliere da quale parte del confine abitare, se nel paese della speranza o in quello del disincanto.

Un frutto caduto a terra dalla pianta dopo la fioritura e la maturazione è destinato a marcire, come atto terminale della sua percorso vitale, o è portatore di semi dai quali può nascere una nuova pianta? … è solo questione di prospettiva… È di fronte a quel frutto precipitato, ormai stagionato, a terra che fai la tua scelta, che prendi posizione, che eserciti la tua opzione: rimpiangere ciò che era o propiziare ciò che sarà. Rammaricarti per la perdita del frutto, per la dolcezza che offriva al palato quando era sodo e appetibile oppure investire su quei semi affinché, nei cicli della natura, tornino nuovamente a fiorire per regalare, alle nuove generazioni, rinnovati raccolti.

In fondo, forse, è tutto qui… decidere di ritirarsi o di investire, di capitolare o riprendere posizione, rimpiangere quello che fu o aprirsi a quello che sarà

Parole d'autore

lo porto nel mio

Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l’anima spera,
e la mente nasconde.
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.
Edward Estlin Cummings

Parole d'autore

le galline di Freud

Da bambino restavo per ore a guardare nelle lunghe settimane d’estate il pollaio di mio nonno. Le galline beccavano senza sosta il loro mangime sparso a terra. Erano i tempi immortalati da Paolo Conte in Azzurro dove anche all’oratorio non restava «nemmeno un prete per chiacchierar ». Ma erano anche quelli di Cochi e Renato che spiegavano in una loro celebre canzone che «la gallina non è un animale intelligente». Il mio sguardo di bambino perlustrava il comportamento delle galline per scoprire le ragioni di questa diagnosi impietosa. Improvvisamente l’illuminazione: sono stupide perché non smettono di mangiare, perché dipendono dalla presenza costante dell’oggetto che deve essere sempre a portata di bocca. Era forse questo il segreto della loro intelligenza ridotta? Le galline non sono animali intelligenti perché non sanno fare esperienza dell’assenza dell’oggetto, del suo ritrarsi altrove, non sanno guardare oltre la semplice presenza? Non a caso per Freud è proprio questo passaggio dalla presenza all’assenza all’origine dell’attività del pensiero; solo se il bambino fa esperienza dell’assenza dell’oggetto (il seno è il suo prototipo) può accedere all’astrazione simbolica del pensiero.

Ma non è forse questa la condizione imposta dall’esistenza del linguaggio? Non è forse l’evento della parola che ci insegna che qualcosa può essere evocato grazie ad un segno senza che sia necessaria la sua presenza? Non nasce da qui — da questa sostituzione della presenza con l’assenza — , la straordinaria magia della scrittura e della lettura: fare esistere mondi, renderli presenti nella loro evocazione simbolica, sullo sfondo della loro assenza?

(Massimo Recalcati su Repubblica del 31/07/2016 – leggi QUI l’articolo integrale)