Zhanna

Zhanna è come una montagna da scalare. Forse, data la corporatura minuscola e lo sguardo dolce e delicato, è più una piccola collina. Ma ridurre l’altezza e l’imponenza del monte, non attenua la difficoltà della scalata.

Zhanna è giunta in casa nostra da qualche giorno, provenendo da un lontano e sperduto villaggio della Bielorussia, uno di quelli in cui i comfort della civiltà sono giunti a fatica, tanto che in casa sua manca l’acqua corrente ed il bagno. È una bimba piccola di nove anni, minuscola e silenziosa, che si è trovata catapultata su un altro pianeta, per un soggiorno sanitario di cui, credo, stenti a comprendere il senso ed il valore.  D’altra parte come pretendere tutto questo da una bambina così piccola? Ha due occhi tenerissimi e dolci che ti osservano un po’ dal basso all’alto, sempre nel timore che qualcosa di spiacevole le possa accadere. È gentile ma timorosa, educata e smarrita, sempre un poco spaurita di quello che le accade attorno.

Appena giunta in casa abbiamo compreso che quest’anno la “musica” dell’accoglienza sarebbe stata diversa: dopo diverse bimbe, che pur con caratteri e temperamenti molto diversi, erano estroverse e comunicative, con Zhanna era evidente che le cose sarebbero andate diversamente. I primi momenti credo siano stati davvero difficili per lei: chiedeva spesso quando sarebbe tornata a casa e ogni telefonata con la mamma in Bielorussia, provocava pianti e singhiozzi difficili da consolare. Il tempo e le attenzioni amorevoli di Miriam e Simona l’hanno resa più aperta e serena: ora accenna qualche sorriso e gli occhi appaiono meno spaesati e preoccupati.

Con me poi le difficoltà sono ancora maggiori, non so se perché maschio o perché con il suo papà in Bielorussia il rapporto segue regole e stili differenti. Mostra un certo sospetto, una timida indifferenza che non mi consente di avvicinarmi troppo. I primissimi giorni non rispondeva ai miei sorrisi né alle mie domande: obbediva, con solerzia, agli inviti che le facevo, ma senza mostrare alcun sentimento né emozione. Devo confessare, con una certa soddisfazione, che le cose, lentamente, stanno cambiando: ha iniziato a ricambiare, timidamente, il sorriso e a sussurrare un gentile “charashò” quando le chiedo come va. Tuttavia la mano ancora non me la dà: guarda l’offerta della mia mano tesa ma preferisce camminare da sola, rifiutando il mio gesto.

Certo, emotivamente, la relazione con Zhanna è meno gratificate di quella avuta con Daryna e le bimbe ospitate precedentementei. D’altra parte è vero che non è la soddisfazione personale il primo criterio per valutare una esperienza del genere.

Eppure credo che, anche in questa faticosa relazione, Zhanna, a modo suo, mi stia insegnando una cosa importante: la fatica e la gioia dei piccoli successi. Quando l’obiettivo è difficile e sfidante non ti puoi attendere grandi vittorie o clamorosi risultati. Ti devi accontentare dei piccoli ma faticosi progressi, che fai giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Vieni educato alla pazienza di celebrare quelle piccole ed impercettibili conquiste che la situazione ti consente di ottenere. Si tratta di cose piccole, quasi invisibili: due labbra che accennano una smorfia di sorriso, una parola sussurrata sotto voce, due occhioni che ti scrutano senza paura, un bacio ricevuto, con molto riserbo, ma comunque accettato….

Sono questi i piccoli traguardi su cui devi lavorare e concentrare le tue energie, sapendo che alla vetta talvolta ci si arriva trionfante e con le braccia alzate, altre volte occorre accontentarsi di un rifugio a mezza costa. Quel che conta, tuttavia, è averci messo cuore e impegno per raggiungere quel piccolo ma significativo traguardo.

 

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