post-elezioni

Dopo le elezioni siciliane è iniziato, come accade sempre, il carosello dei commenti e delle valutazioni: chi ha vinto, chi ha perso, chi ha “sfondato” e chi è “rimasto al palo”. La speranza ovviamente è quella di proiettare l’esito delle elezioni amministrative sul più ampio scenario nazionale. L’impressione che maturo da queste discussioni è, frequentemente, quella dell’eccesso, dell’esagerazione, della mancanza di prospettiva e di obiettività: tendenzialmente chi ha vinto racconta una storia talmente eccessiva da risultare stucchevole e retorica; dalla parte dei perdenti inizia sempre una “caccia all’uomo” che non fa bene a nessuno, con l’intenzione di compiere un resa di conti che spesso poco ha a che vedere con il vero esito elettorale. Sicché da una parte ci sono celebrazioni e festeggiamenti che spesso, a ben vedere i numeri, sono immotivati, e dall’altra un “redde rationem” astioso e belligerante.

In questo clima da “bar sport” c’è un dato che a mio parere è rimasto un po’ sottotraccia nelle ultime competizioni elettorali: il dato dell’affluenza. Nelle elezioni siciliane ha votato meno del 50% degli aventi diritto, fino ad arrivare al caso di Ostia dove addirittura due elettori su tre sono rimasti a casa. È un dato preoccupante, se non fosse che viene ormai colto come una “normalità” della politica matura, quasi l’indice del fatto che il nostro Paese si sta allineando alle percentuali di votanti delle maggiori democrazie europee e mondiali.  Il classico esempio portato a sostegno della tesi sono le elezioni americane, dove, ai seggi, si presenta, quando ve bene un elettore su due. Ormai è un trend consolidato che metà della popolazione statunitense non partecipa al gioco democratico, non ha di fatto alcuna rappresentanza politica né la possibilità di esprimere, attraverso i propri eletti, la propria voce e le propria visione delle cose.

Non erano queste però le basi sui cui è sorta la nostra democrazia, non era questo lo stile di partecipazione che i padri costituenti avevano in mente quando avevano “sognato” la Repubblica Italiana. Lo stato nazionale era stato concepito come un organismo stratificato e complesso, nel quale una serie di corpi sociali intermedi (partiti in primis, ma anche sindacati, organizzazioni di categoria, associazioni, corporazioni, etc) mediavano la partecipazione del singolo alla res publica. Oggi è purtroppo saltata questa cinghia di trasmissione, questo strumento attraverso il quale, grazie alla partecipazione nelle sedi di partito, nei circoli e nelle adunanze locali, il cittadino era coinvolto e protagonista della vita civile. Oggi non resta che un flebile quanto “vaporoso” rapporto tra la massa ed il leader, tra capo e corpo sociale di riferimento. L’esito di questo meccanismo è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

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