Hands, face, space

Non so se anche in voi sia sorto l’interrogativo su dove ci stia portando questo tempo di pandemia e su come stia trasformando la nostra vita. Chissà come usciremo cambiati da questi lunghi mesi di deserto, da questo tempo sospeso che sta plasmando, goccia dopo goccia, le nostre esistenze quotidiane. “Nulla sarà più come prima” è lo slogan che ricorre frequentemente, così come si sta facendo largo la convinzione che questo tempo non sarà una parentesi momentanea della vita che si dissolverà magicamente quando saremo tutti vaccinati. Il covid è stato un potente acceleratore di processi sociali e culturali in atto da tempo, una sorta di catalizzatore di dinamiche e reazioni che si muovevano sottotraccia nella nostra cultura. È quindi probabile che le nostre esistenze usciranno trasformate da questo periodo e che la fine della pandemia rappresenti non tanto la conclusione di un percorso ma il suo momento iniziale. Ora è prematuro cercare di definire i tratti ed i contorni di questa trasformazione: la storia ci insegna che serve una certa distanza cronologica per valutare processi profondi e complessi. Difficile raccontare un naufragio mentre si sta ancora cercando di aggrapparsi alla scialuppa di salvataggio.

Eppure, benché serva tempo per comprendere chi stiamo diventando, è possibile iniziare a preparare l’uscita da questo tempo buio, propiziando quel percorso di guarigione che richiederà, a ciascuno di noi, impegno, pazienza e determinazione.

“Face, hands, space” sono i tre slogan che il governo inglese ha utilizzato nella campagna di prevenzione del virus: il volto da coprire accuratamente con la mascherina, le mani da igienizzare costantemente e la distanza da mantenere con i vicini. Volto, mani e spazio sono diventati i nuovi confini della nostra vita, le trincee dentro le quali ci siamo difesi dall’avanzare del nemico invisibile. Mi chiedo però se volto, mani e spazio non indichino, allo stesso tempo, una possibile strategia di guarigione, il cammino non per tornare come prima, ma per abitare da donne e uomini il nostro tempo.

La mascherina, che tutti indossiamo, non solo ci protegge dal contagio della malattia ma, allo stesso tempo, nasconde i nostri volti dietro un triste anonimato. La mascherina ci rende tutti più sicuri e più inespressivi ed insensibili. Quel lembo di stoffa ha certo impedito la trasmissione dei “droplets” ma, contemporaneamente, ci ha privato dell’emozioni che affiorano sul volto dell’altro e di quel pezzo di interiorità di cui lo sguardo si fa interprete. Levinas ci ricorda che il volto dell’altro ci interpella e che in esso scorgiamo l’incontro con un’alterità non riducibile. La faccia può trasformarsi in una indicazione terapeutica, una strategia per sanare i nostri sensi ammorbati dagli effetti relazionali del virus. Imparare a scorgere il volto dell’altro, le sue preoccupazioni e le sue gioie, i suoi pesi ed i suoi affanni, forse questo può rappresentare un primo passo per recuperare quella “normalità” che la pandemia ci ha fatto perdere.

Ognuno di noi vive di contatti, di abbracci, di sfioramenti della pelle degli altri, capaci di restituirci il senso ed il valore della nostra persona. Anche questo ci è mancato! Le mani, abituate in passato a continui scambi di saluto, sono rimaste silenziose ed inermi, costrette ad una lontananza innaturale e faticosa. Toccare ed essere toccati è ciò che testimonia la nostra radicale apertura al mondo, il nostro essere con gli altri. Heidegger direbbe che esso esprime il nostro “esser-ci”, il nostro essere-al-mondo, come radicale apertura del soggetto a quanto è attorno. Anche le mani ci si offrono come un possibile cammino di rinascita: reimparare a toccarci, a sfiorarci, a riconoscere quel legame originario che ci costituisce uomini. Rieducare le nostre mani ed il nostro tatto alla presenza dell’altro, a quella consanguineità fraterna che ci rende sensibili alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono.

E poi lo spazio, la distanza di almeno un metro, quel “burrone” che ci divide dal corpo dell’altro. Il covid ci ha forzati ad una lontananza insolita, ad una assenza che mai prima avevamo sperimentato: dell’altro non sentiamo più l’odore né il calore; dall’altro ci siamo immunizzati, tutelati, difesi. L’incontro viene sterilizzato da ogni possibilità di contagio emotivo ed esistenziale. C’è il rischio di una asetticità, di una neutralità che dimora ogni nostro contatto. È forse tempo allora di rieducarci alla compagnia, alla vicinanza non solo fisica ma esistenziale. È tempo di reimparare l’arte dell’addomesticamento, come ci insegna il Piccolo Principe: quello stare ogni giorno un metro più vicino all’altro, come esperienza di un processo di avvicinamento e di reciproca cura. Educarci alla compagnia dell’altro, alla sua presenza silenziosa ma densa di senso. Ecco l’appello che lo spazio rappresenta per i nostri giorni: costruire ponti oltre il burrone, connessioni oltre l’isolamento.

Non sappiamo ancora chi diventeremo domani ma possiamo scegliere oggi di intraprendere un percorso di guarigione interiore che ci porti a diventare sempre più uomini: uomini capaci di sguardi profondi, di contatti liberanti e di vicinanze fraterne.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 12 Maggio 2021

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