Storia e Tempi

il verbo amare

Verrebbe da chiedersi: ma chi te lo ha fatto fare? Parlo di Enzo Gallo, giovane papà adottivo, morto dopo aver contratto il COVID mentre era in India ad incontrare sua figlia.

Chi te lo ha fatto fare di partire in un periodo di pandemia e, per di più, verso uno stato che non brilla per avere un sistema sanitario efficiente.. Non si poteva aspettare? Non si potevano attendere tempi migliori? Non c’è stata un po’ di imprudenza nel fare quel viaggio così pericoloso?

Domande più che lecite e risposte scontare se non ci fosse di mezzo quella dannata cosa che si chiama amore. Perché vedete, quando sai che tuo figlio ti aspetta dall’altra parte del mondo e sai che ti aspetta da una vita, così come tu attendi lui da una vita, ebbene, quando un pezzo di te vive a qualche migliaio di chilometri di distanza è difficile essere cauti e prudenti.

Ne sanno qualcosa i genitori, tutti i genitori: quando tuo figlio sta male, non conti le ore di sonno che perdi al suo capezzale, pensando che domani sarà una giornata lavorativa; o quando è fuori a cena non lesini le volte che pensi a lui, preoccupandoti se starà bene oppure no, anche se alla tv danno la tua serie preferita; o quando ha un esame scolastico l’ansia scorre abbondante anche se sai benissimo che non serve a nulla angustiarsi.

L’amore è così: teneramente illogico, radicalmente irragionevole, spaventosamente dissennato. L’amore non conta, non valuta la conseguenze, non considera i rischi, non calcola le probabilità di successo. L’amore, quando è vero, parte, afferra, si butta, vola, si getta a capo fitto, senza pensarci due volte, senza ponderare pro e contro, senza stimare i benefici o le perdite.

C’è molta pazzia nell’amore? Si molta, tantissima, forse troppa… Eppure l’unica misura dell’amore sta nel non avere misura; ogni suo possibile limite si dispiega nella sua sconfinata gratuità ed eccedenza. Non c’è logica, non c’è calcolo, non c’è misura: si ama, punto. Senza se e senza ma, senza condizioni o limiti, senza vincoli o confini.

Il verbo amare non possiede rafforzativi o forme intensive, non conosce il condizionale o l’esortativo. Il verbo amare è un verbo strano, che si coniuga all’infinito come sua condizione minima di esistenza.

Affetti e Legami

gli amici

Dicono che l’amicizia (così come l’amore) fortifichi l’esistenza. È vero. Con un amico a fianco ti senti più forte, coraggioso, protetto e sicuro.

L’amicizia talvolta è come la rete di protezione per il trapezista: la sua sola presenza ti permette di spiccare il volo con coraggio e baldanza, spesso buttando il cuore oltre l’ostacolo e senza essere bloccato dalla paura di cadere. La “rete di sicurezza” di una persona cara rappresenta una specie di trampolino, da cui lanciarti nel viaggio della vita, affrontando quelle sfide che difficilmente avresti affrontato da solo.

Eppure se è vero che l’amicizia fortifica, essa, allo stesso tempo ti rende fragile, vulnerabile, debole. Forse chi non ha mai conosciuto questa radicale vulnerabilità dell’amicizia, non hai mai abitato la profondità del suo sentire.

L’amico è colui a cui concedi il potere di ferirti, di arrivare in quella parte dell’anima in cui ti senti particolarmente fragile ed esposto. L’amico vero è colui che ti può pugnalare con uno sguardo o infilzare con una parola. È colui che possiede la chiave del tuo mondo e a cui permetti di girare liberamente nella casa dei tuoi affetti.

È singolare questa cosa: la forza dell’amicizia coincide con la fragilità che sperimenti verso essa; la sua verità e vigore sono direttamente proporzionali alla sua capacità di rattristare. Il suo valore si esprime nella debolezza cui espone gli amici.

Affetti e Legami

essere l’altro dell’altro

La cruda verità delle cose è che la realtà non risponde sempre alle nostre aspettative, sicché spesso si crea una frattura tra ciò che è e ciò che vorremmo che fosse.

Ho imparato che questa è una caratteristica singolare dei rapport interpersonali, ben consapevole che la validità di tale legge si estenda oltre il campo dei legami. È questo forse il tratto più vero ed urticante dell’incontro con l’altro: esso non è mai come te lo aspetti, anzi, ancora più radicalmente, l’altro è un soggetto libero, spesso insensibile alla nostra volontà e al nostro controllo.

Sostiene Marcel Henaff che il rapporto con l’altro è sempre caratterizzato da due consapevolezze: l’altro è sempre avvertito come radicalmente altro (ossia come colui che possiede una sua storia, propri valori, un punto di vista sulle cose potenzialmente diverso e alternativo) e come radicalmente lo stesso (in quanto l’altro condivide la medesima umanità, gli stessi problemi e preoccupazioni, stessi bisogni ed aspirazioni). L’uomo sperimenta questa dialettica interna mai realmente risolta: da una parte l’altro affascina ed intriga, e dall’altra esso è portatore di un quid minaccioso e inquietante. Dell’altro subiamo la seduzione della vicinanza e dell’affinità, di quella sintonia che ci fa sentire “insieme” e meno soli; eppure l’altro possiede sempre questa dimensione di disorientamento, di imprevisto e di rischio.

Chiunque si imbatta in questa dinamica conosce la frustrazione che nasce dalla sperimentazione di questo gap: per quanto ci si sforzi e ci si impegni, resiste una inconciliabile distanza tra noi e gli altri, tra il loro ed il nostro punto di vista sulle cose e nello stile con cui ciascuno abita il mondo.

Ci sono diverse reazioni possibili a questo fastidioso sentimento di “incontrollabilità”. L’aggressione è forse la più facile e primordiale: la seccatura rappresentata dall’altro genera un senso di rappresaglia o di conflitto. Oppure può nascere quel sentimento di risentimento che ammorba le relazioni più belle: il disconoscimento del nostro desiderio fa crescere dentro il pericoloso tarlo del risentimento a motivo del quale proviamo un senso di imperitura insoddisfazione. Vi è poi il sentimento della fuga, della rinuncia e dell’abbandono: ciò che non posso cambiare è meglio che lo lasci andare e smetta di prendermene cura.

E poi vi è la virtù della pazienza, la reazione più difficile ed impegnativa, che esige disciplina e rigore interiore. È paziente non chi si rassegna ma chi sa attendere il tempo propizio, sa lasciare il tempo alle cose e sa far germogliare quanto richiede tempo e spazio.

Inutile dire quanto sia faticoso questo atteggiamento paziente: esso è la scelta di lavorare su se stessi e non sull’altro, di assumere questa frustrazione come occasione di crescita personale e di educarsi all’accoglienza disorientante di ciò che non possiamo controllare.

Parole d'autore

attenzione

“L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
La capacità di prestare attenzione è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo.
Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano.
Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra : “Qual è il tuo tormento?”.
La pienezza dell’amore del prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”.
Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo…”

Simone Weil

Storia e Tempi

La sindaca Ni-Vax

Quando si dice la forza della diplomazia e dell’equilibrio politico… La sindaca di Roma Raggi, parlando della campagna vaccinale, ha da poco dichiarato: “Non mi sento di dire se sono favorevole o contraria”. Che dire? Un esempio di equilibrismo politico-istituzionale. Per non scontentare i duri e irriducibili No-Vax del MS5 e per non impallidire di fronte alla realtà dei fatti, sceglie questa posizione “pilatesca”, di “terzietà vaccinale”, in nome della quale ciascuno faccia quello che vuole, tanto entrambe le posizioni sono ragionevoli ed accettabili.

Ora: comprendo la difficoltà della sindaca che, a pochi mesi dalle elezioni, non vuole disperdere quel piccolo patrimonio di voti che le è rimasto (decisamente lontana dal boom elettorale dell’ultima tornata) ma ogni tanto occorrerebbe anche guardarsi allo specchio e fare un’opera di serietà personale e politica. Che significa “non sono né favorevole né contraria?” Non è che ci si può sempre tirare fuori dalle questioni scegliendo la comoda posizione di neutralità. Ci sono momenti (e questo è uno di quello) in cui, come direbbero gli antichi “terzium non datur”: o si sta da una parte o dall’altra. Posizioni intermedie non sono previste. Non schierarsi convintamente a favore della vaccinazione significa, di fatto, alimentare quell’ambiguità tutta italica che strizza l’occhiolino a chi vede scie chimiche, complotti pluto-sio-massonici e che confonde, con imperdonabile ignoranza, la stella di Davide cucita sui vestiti degli Ebrei con il green pass.

Qualche anno, riferendomi ad un altro politico nostrano, prendevo a prestito le parole del Manzoni che, parlando di don Abbondio, chiosava  “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Ahimè è davvero così: non ci si inventa leader politici né si diviene punti di riferimento per una comunità grazie ad una semplice ovazione popolare. La vita prima o poi presenta il conto e puoi anche aver ricevuto molti like ma il “physique du rôle” non te lo inventi dalla sera alla mattina.

Parole di carta

nuovi italiani

Una delle immagini che resteranno nella storia di queste olimpiadi di Tokyo – tra le moltissime che hanno segnato indelebilmente la testa ed il cuore – è l’istantanea dei quattro corridori italiani della 4X100 maschile al termine della gara (Lorenzo Patta, Lamont Marcell Jacobs, Eseosa Fostine Desalu e Filippo Tortu). Lo stupore e l’incredulità stampata sui loro volti esprimono la freschezza di una gioia inattesa, anche se molto desiderata e sudata. Osservi gli occhi di quei quattro giovani italiani e provi un orgoglio indicibile per il traguardo che hanno saputo raggiungere in maniera così sbalorditiva. Ti accorgi che sono l’espressione migliore del nostro Paese e la testimonianza visibile della nuova “italianità” che sta prendendo forma nella nostra comunità nazionale. A dispetto di tante visioni miope o settarie, i quattro giovani raccontano un’Italia assai lontana da quella dipinta da certi stereotipi identitari e populisti: due di loro hanno cognomi che difficilmente avresti trovato in una guida telefonica di qualche decennio fa ed il colore della pelle di Eseosa tradisce le sue origini non proprio nostrane.

Qualora ce ne fosse ancora bisogno, i volti dei campioni olimpici indicano che la parola “italiano” oggi possiede un campo semantico ben più vasto e ricco, ampio ed includente. Non sono più i soli tratti somatici, il cognome ricevuto dal padre o l’appartenenza ad una linea genealogica a fare di una persona un italiano. Non più.

Oggi è italiano chi parla una determinata lingua, sapendo che essa non è una un sistema freddo di segni, ma veicolo ed incarnazione di una cultura, di una sensibilità, di un orizzonte complessivo di senso, di un modo per abitare il mondo. Dentro la lingua c’è il senso dell’umano e la ricchezza inesauribile delle sue esperienze.

Oggi è italiano chi accoglie e si riconosce in quei valori che la prima parte della nostra Costituzione espone in modo straordinario:  la dignità della persona, il valore del lavoro e della solidarietà, le libertà individuali e sociali, politiche e di impresa, la responsabilità e doveri comunitari.  È italiano colui per il quale la nostra Carta diviene la bussola che orienta il comportamento individuale e sociale.

Oggi è italiano chi sente un vincolo di riconoscenza e di responsabilità verso il suo popolo, che onora il debito di vivere in questo straordinario Paese e di appartenere ad una storia che affonda le sue radici negli albori della civiltà umana. Oggi è italiano chi sente il senso di un “noi” che unisce, al di là delle differenze e delle contrapposizioni e che avverte la responsabilità di un destino condiviso e di un progetto da costruire insieme, con impegno, sacrificio e solidarietà. Nel nostro mondo globalizzato e pluricentrico, essere italiano ha sempre meno a che fare con un rigido riferimento territoriale. Esso afferisce – in maniera più radicale e simbolica – alla coscienza del proprio passato e alla responsabilità per il proprio futuro. La parola “italiano” non descrive tanto “di dove sono” quanto “chi sono”, riconoscendo quel luogo simbolico che ci radica e che ci fa sentire a casa assai più di semplici riferimenti geografici.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 10 Agosto 2021

Parole di carta

il senso della comunità

Ci voleva la mitezza e la moderazione del presidente Mattarella per confermare quello che è ovvio. Talvolta stupisce come le ovvietà facciano così tanto rumore e appaiano così “rivoluzionarie”.

Durante la tradizionale cerimonia del ventaglio il presidente della repubblica si è così espresso: “Auspico fortemente che prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva. La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo. Se la legge non dispone diversamente si può dire e pensare: ” In casa mia il vaccino non entra”. Ma questo non si può dire per ambienti comuni, non si può dire per gli spazi condivisi, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno vi porti un alto pericolo di contagio; perché preferiscono dire:” in casa mia non entra il virus”. Non fa una grinza.

Non esiste un senso di libertà assoluto, ossia sciolto (ab-solutus) dai legami e dalle relazioni in cui siamo immersi. Vivere in una comunità significa non solo accettare alcune limitazioni alla propria libertà personale (cosa che facciamo tutti i giorni ogni qual volta ci fermiamo davanti alla luce rossa del semaforo) ma anche sentire il senso di responsabilità che la presenza dell’altro invoca. L’irriducibilità del volto dell’altro, come ci ricorda Levinas, appella la mia responsabilità. Di fronte all’altro non mi è concesso di voltare lo sguardo con supponenza o indifferenza.

Se c’è una cosa che questa maledetta pandemia ci ha insegnato è proprio il “senso della comunità”, per usare le parole di Mattarella. Il virus ci ha mostrato, con drammatica evidenza, che nessuno di noi si può chiamare fuori, che non esistono salvezze solitarie, che le speranze di redenzioni individuali si scontrano contro la durezza incontrovertibile del reale. Esiste un senso radicale e vitale di co-appartenenza che innerva la nostra vita e che sostiene le nostre esistenze. Un certo individualismo libertario e anarchico credo abbia ormai il fiato corto: la religione dell’io che sa coniugare i verbi solo alla prima persona singolare mostra ormai tutta la sua fallacia ed inconsistenza.

Nessuno di noi può dire “io” se non grazie ad un “noi” che lo precede e che rende possibile l’individualizzazione del soggetto. Ogni uomo è frutto del dono di una comunità, di un gesto originante che proviene non solo dal ventre di una madre biologica, ma, ancor di più, dal grembo di una cultura che dona le parole per esprimersi, che traccia un orizzonte complessivo di senso all’esistenza, che istituisce legami e vincoli che sostengono le vite. Affermare questa originaria alterità – che non solo ci ha messo al mondo, ma che ogni giorno ci sostiene nell’esistenza – non è frutto di uno sguardo dogmatico o integralista sul mondo, né di una prospettiva moralista o dottrinale. Esso origina dalla disponibilità ad accogliere l’umano nella sua multiforme ricchezza  e nella sua irriducibile trascendenza. L’appello del presidente della repubblica non è un bonario accenno ad un vago solidarismo, né un pio riferimento ad un caritatevole atteggiamento verso il prossimo. Esso traduce ed esprime una visione alta ed integrale dell’uomo, capace di riconoscere ed onorare quelle dimensioni di fondo che strutturano la nostra umanità.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 4 Agosto 2021

Parole d'autore

la verità sta ancora lì

La questione della verità ha attanagliato la ricerca filosofica lungo migliaia di anni. E nel corso della storia del pensiero accanto all’amore per la sapienza si è spesso palesato un pensiero che indeboliva il pensare, uno scetticismo (gli scettici antichi furono tra i primi a sostenerlo) che poneva in dubbio le capacità umane di arrivare alla verità, tratto saliente dell’esperienza religiosa.

Un personaggio di Non è un paese per vecchi (Einaudi), opera dell’americano Cormac McCarthy, radiografa così il nostro mondo: «Secondo me, dopo tutte le bugie che sono state dette e dimenticate, la verità sta ancora lì. Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all’altro. Non si può corrompere, così come non si può salare il sale. Non si può corrompere perché è quella che è. È la cosa di cui stai parlando. L’ho sentita paragonare a una roccia – forse nella Bibbia – e sarei anche d’accordo. Ma la verità resterà qui anche quando la roccia non ci sarà più. Sono sicuro che qualcuno non sarebbe d’accordo con questa idea. Parecchia gente, anzi. Ma questa gente non sono mai riuscito a capire in cosa creda».

Il lettore perdonerà la lunga citazione, che però ben si attaglia al tempo che stiamo vivendo. Non possiamo “salare il sale”. La verità è lì. Ci aspetta per incontrarla.

Lorenzo Fazzini, su Avvenire di sabato 17 luglio 2021

Affetti e Legami

sotto mentite spoglie

La sofferenza ci passa accanto senza che ce ne accorgiamo, sfiora le nostre vita, incrocia i nostri sguardi in maniera talmente silenziosa da non apparire e non turbare.

La sofferenza ci passa accanto insieme a volti sereni dei nostri amici, che, dietro un’apparente normalità, celano grandi dolori e profonde pene.

La sofferenza ci passa accanto insieme alla voce rotta di qualche collega d’ufficio, che tradisce, in un singhiozzo, un peso che sta portando da anni, in mesto silenzio.

Essa interseca le nostre giornate grazie alla presenza muta di quel compagno di viaggio in treno, o al tizio che ci precede in panetteria, o al vecchio che incrociamo dal medico.

La sofferenza abita le nostre esistenze anche se spesso i nostri occhi sono poco disponibili a riconoscerla ed a onorarla; essa crea voragini nelle nostre vite, scava abissi di silenzio nello ore di coloro che incontriamo.

Talvolta possiede l’evidenza di un corpo segnato e provato, di un passo lento e faticoso, di un volto affaticato e dolente. Molte altre volte la sofferenza sa mimetizzarsi dietro una ordinarietà tranquilla e pacata, dietro a gesti consueti che non attirano la nostra attenzione. Ci sono volte in cui essa persino si fa beffe di noi, celandosi dietro sorrisi radiosi o allegre spensieratezze.  

È stolto pensare che non ci sia o che la sofferenza viva lontano dalle nostre città. Essa ci passa accanto tutti i giorni, sotto impensate forme o inattesi modi.

Essa siede, mite, alla porta della nostra casa invocando ascolto, accoglienza e, soprattutto, riconoscimento.