Ci sono incontri che la vita non ti lascia semplicemente vivere: ti attraversano. Ti mettono dentro qualcosa che è più grande di te, che supera le tue misure abituali e ti lascia addosso un senso di sproporzione, quasi di smarrimento. È ciò che provo ogni volta che mi ritrovo su un palcoscenico insieme al mio amico Aeham Ahmad.
Negli ultimi mesi abbiamo portato musica e parole in alcuni incontri tra Bergamo e Piacenza. Eventi semplici, raccolti, fatti di racconti, pianoforte, silenzi e ascolto. Eppure, ogni volta, mi accade qualcosa di difficile da spiegare: provo una strana sensazione di distanza dalla storia che sto raccontando insieme a lui. Come se quella vicenda appartenesse ad un’altra dimensione dell’esistenza rispetto alla mia vita ordinaria.
Perché la storia di Aeham è davvero mille miglia lontana dalla mia. Lui è cresciuto a Yarmouk, il quartiere palestinese di Damasco diventato simbolo della devastazione della guerra siriana. Ha conosciuto la violenza, l’assedio, la fuga, l’esilio. Ha attraversato il Mediterraneo inseguendo una possibilità di futuro. Ha visto la morte da vicino, la disperazione, la perdita, la solitudine. E dentro tutto questo è riuscito a custodire la musica.
Anzi, ha trasformato quel dolore in musica. È questo che continua a sorprendermi profondamente. Aeham non utilizza la sua arte per alimentare odio o rivendicazione, ma per parlare di pace, convivenza, incontro, umanità condivisa. Le sue note sembrano nascere dalle macerie e, proprio per questo, possiedono una forza particolare. Non sono semplicemente belle: sono vere.
Stare accanto a lui durante questi eventi è un’esperienza disorientante. È come trovarsi contemporaneamente dentro e fuori da una storia. Da una parte sei lì, sul palco, condividi parole e sguardi; dall’altra ti senti spettatore incredulo di qualcosa che sembra appartenere ai libri di storia o ai reportage televisivi.
La guerra in Siria, la tragedia palestinese, i migranti nel Mediterraneo: siamo abituati a consumare queste immagini a distanza, attraverso uno schermo, dentro il flusso veloce delle notizie. Poi improvvisamente quelle vicende prendono il volto concreto di un ragazzo poco più che trentenne, sorridente, pieno di energia, che suona il pianoforte a pochi metri da te. E allora tutto cambia. La storia smette di essere astratta. Diventa carne, voce, presenza.
Confesso che spesso mi domando per quale misteriosa ragione la vita abbia fatto incrociare il mio cammino con quello di Aeham. Non credo esistano spiegazioni razionali per certi incontri. Appartengono a quella trama invisibile con cui la vita intreccia le esistenze, creando legami inattesi che finiscono per cambiarti dentro.
Forse alcune persone arrivano nella nostra vita proprio per questo: per allargare il nostro sguardo, per strapparci dall’abitudine, per ricordarci che il mondo è immensamente più vasto della piccola porzione di realtà che quotidianamente abitiamo. E che, a volte, la speranza può davvero nascere perfino dalle macerie.








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