Come un grande luna Park…

Per secoli l’umanità ha vissuto nella scarsità. La fame, la malattia, la mortalità infantile, la precarietà economica e l’incertezza del futuro hanno accompagnato l’esistenza quotidiana di intere generazioni. Oggi, almeno nelle società occidentali, il quadro appare radicalmente diverso. Nel suo ultimo libro, “La fortuna di essere irrilevanti”, don Armando Matteo, teologo e segretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, sintetizza questa trasformazione con un’immagine tanto efficace quanto provocatoria: il nostro mondo è passato dall’essere una “valle di lacrime” a diventare un immenso “parco giochi”.

Al di là delle implicazioni ecclesiali che costituiscono il cuore del volume, la lettura sociologica proposta dall’autore merita attenzione. Essa infatti aiuta a comprendere non soltanto le difficoltà della Chiesa nel dialogare con il presente, ma anche alcune delle dinamiche più profonde che attraversano la nostra cultura.

Secondo Matteo, il grande passaggio d’epoca che stiamo vivendo coincide con il passaggio dalla penuria all’abbondanza. Per la prima volta nella storia, una parte significativa dell’umanità vive in condizioni di benessere che sarebbero apparse impensabili ai nostri antenati. Questo cambiamento ha generato straordinarie opportunità di libertà, di sviluppo personale e di realizzazione individuale. Ma ha anche modificato radicalmente il modo in cui percepiamo noi stessi, il tempo, il corpo e persino il significato dell’esistenza.

Il primo elemento che caratterizza questo nuovo scenario è la longevità. Nell’arco di poco più di un secolo l’aspettativa di vita è aumentata di circa trent’anni. Non si tratta soltanto di un dato statistico. Vivere più a lungo significa ripensare completamente il rapporto con il tempo. La vecchiaia si sposta sempre più avanti, mentre la morte tende a uscire dall’orizzonte quotidiano. Per molte persone essa non rappresenta più una presenza costante con cui confrontarsi, ma un evento remoto, quasi astratto.

A questa rivoluzione si aggiunge un secondo fattore: l’enorme quantità di tempo libero resa disponibile dall’innovazione tecnologica. Le macchine hanno progressivamente ridotto il peso del lavoro fisico e aumentato gli spazi dedicati al tempo personale. Questo tempo, però, deve essere riempito. Nasce così una gigantesca industria dell’intrattenimento che offre infinite possibilità di consumo, svago ed esperienza. Il divertimento non è più una parentesi della vita: rischia di diventarne il principio organizzatore.

Un terzo elemento riguarda il rapporto con il dolore. Per gran parte della storia umana la sofferenza è stata una compagna inevitabile dell’esistenza. Oggi la medicina e la farmacologia consentono di controllare e spesso eliminare molte forme di dolore fisico. Si tratta di una conquista straordinaria, che nessuno vorrebbe mettere in discussione. Tuttavia essa ha prodotto anche una minore familiarità con la rinuncia, con il limite e con la capacità di attraversare la sofferenza senza esserne immediatamente liberati.

Infine vi è l’abbondanza alimentare. Per millenni gli esseri umani hanno lavorato principalmente per procurarsi il cibo necessario alla sopravvivenza. Oggi, almeno nelle società sviluppate, il problema non è più mangiare abbastanza, ma spesso mangiare troppo o mangiare bene. Non è un caso che proliferino diete, regimi nutrizionali, digiuni intermittenti e persino nuove forme di disagio psicologico legate al rapporto con il cibo. Anche qui il passaggio dalla scarsità all’abbondanza ha modificato radicalmente le nostre preoccupazioni.

La tesi di don Armando Matteo è che l’essere umano non sia culturalmente e forse nemmeno antropologicamente preparato a gestire una simile quantità di benessere, libertà e possibilità di scelta. Per migliaia di anni la nostra specie ha sviluppato strumenti culturali, morali e religiosi per affrontare la mancanza, il dolore e la fragilità. Oggi ci troviamo invece a confrontarci con problemi nuovi: l’eccesso di opportunità, la moltiplicazione dei desideri, la continua ricerca di gratificazione.

In altre parole, siamo diventati improvvisamente ricchi senza aver ancora imparato davvero a gestire la ricchezza. Abbiamo conquistato spazi enormi di libertà, ma non sempre sappiamo cosa farne. Possiamo scegliere quasi tutto, ma proprio questa abbondanza di possibilità genera spesso smarrimento, ansia e insoddisfazione.

Forse la vera sfida del nostro tempo non consiste nel produrre ulteriore benessere materiale, ma nel trovare criteri che permettano di orientarlo. Perché un parco giochi può essere un luogo meraviglioso, ma nessuno vorrebbe abitarlo per sempre. Prima o poi emerge il bisogno di qualcosa che dia direzione ai desideri, che distingua ciò che vale da ciò che semplicemente piace, che aiuti a trasformare l’abbondanza in significato.

Ed è forse proprio qui che si colloca la domanda più urgente della nostra epoca: non come sopravvivere, ma per che cosa vivere.

Pubblicato su il Cittadino del 5 giugno 2026

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