Chi ha visto “Quattro matrimoni e un funerale” ricorda probabilmente una delle scene più intense del film. Durante il funerale di Gareth, il suo compagno Matthew prende la parola e legge una poesia di W.H. Auden. Non è un’omelia, non è una riflessione religiosa. È semplicemente il tentativo di dare voce a un dolore che sembra troppo grande per essere contenuto nelle parole. La poesia è “Funeral Blues” e si apre con un’invocazione tanto drammatica quanto impossibile: «Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane con un osso succulento».
È il grido di chi ha appena perduto la persona amata e non riesce ad accettare che il mondo continui a esistere come se nulla fosse accaduto. «Lui era il mio nord, il mio sud, il mio est e ovest», scrive Auden. E poi la richiesta estrema: spegnere le stelle, smontare il sole, svuotare l’oceano. Perché quando viene meno ciò che dava orientamento e significato alla nostra vita, ogni cosa sembra perdere consistenza.
La forza di questi versi sta nel dare voce a un’esperienza universale. Davanti a una perdita profonda, a una tragedia, a una ferita che ci attraversa, nasce spontanea una domanda: come è possibile che il sole sorga ancora? Come può il traffico continuare a scorrere, la gente lavorare, le città vivere normalmente, quando il nostro mondo si è fermato?
Eppure accade. Il giorno successivo arriva comunque. Il tempo continua il suo cammino. Forse la prima esperienza che l’uomo fa del tempo è proprio questa: la sua inarrestabilità.
Il tempo non si lascia trattenere. Non si arresta davanti alla nostra gioia né davanti al nostro dolore. Scorre indipendentemente dalla nostra volontà. I filosofi antichi avevano colto bene questa caratteristica quando ricorrevano all’immagine del fiume. La vita è flusso. Tutto passa. Tutto si muove. Nulla rimane identico a se stesso.
In questo senso il tempo possiede qualcosa di profondamente estraneo alla nostra sensibilità. Talvolta vorremmo fermarlo. Ci sono istanti che desidereremmo trattenere per sempre: un amore appena sbocciato, la nascita di un figlio, un incontro inatteso, una felicità improvvisa. Altre volte, al contrario, vorremmo arrestare il tempo perché non accettiamo ciò che è accaduto. Una morte, una malattia, una separazione. Vorremmo che il mondo si fermasse insieme a noi, che condividesse il nostro lutto. E invece il tempo continua a scorrere con una sorta di impassibile indifferenza.
C’è qualcosa di quasi violento in questa esperienza. Il tempo ci accade. Non lo controlliamo. Non possiamo decidere di rallentarlo o accelerarlo. Ne siamo attraversati. Possiamo organizzare le nostre giornate, pianificare il futuro, riempire le ore di attività, ma non possiamo impedire al tempo di passare.
Eppure proprio qui emerge una differenza decisiva tra il tempo della natura e il tempo dell’uomo.
Il tempo fisico procede con continuità uniforme. Il tempo umano, invece, non assomiglia a una linea retta. È fatto di interruzioni e ripartenze, di soste e accelerazioni, di regressioni improvvise e di slanci in avanti. È abitato dalla memoria e dalla speranza.
Mentre il calendario avanza inesorabile, la nostra coscienza è capace di tornare a un ricordo lontano di decenni come se fosse accaduto ieri. Possiamo rivivere una gioia, una ferita, una parola ascoltata molto tempo fa. Allo stesso modo possiamo abitare il futuro prima ancora che arrivi, immaginarlo, temerlo, desiderarlo.
L’essere umano non vive semplicemente nel presente cronologico. Vive dentro una trama di significati nella quale il passato continua ad agire e il futuro continua ad attirare.
Per questo il nostro rapporto con il tempo è così complesso. Da una parte ne subiamo il fluire incessante; dall’altra cerchiamo continuamente di interpretarlo e di attribuirgli senso. La memoria rappresenta forse la nostra prima forma di resistenza all’inarrestabilità del tempo. Ricordare significa sottrarre qualcosa all’oblio. Significa affermare che ciò che è stato continua ad avere valore anche se non esiste più. Allo stesso modo la speranza è il modo con cui resistiamo alla semplice successione degli eventi. Non ci limitiamo ad attendere il futuro: lo anticipiamo interiormente, lo prepariamo, lo sogniamo.
Forse è proprio qui che si nasconde il paradosso dell’esistenza umana. Siamo creature immerse nel tempo e tuttavia continuamente proiettate oltre il tempo. Non possiamo arrestarne il corso, ma possiamo sottrarre qualcosa alla sua voracità attraverso la memoria, l’amore e il significato. Il tempo scorre come un fiume, ma la vita umana non consiste semplicemente nel lasciarsi trasportare dalla corrente. Consiste nel riconoscere, lungo il cammino, ciò che merita di essere custodito e salvato dall’oblio.
pubblicato su il Cittadino del 29 maggio 2026








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