Ecco il mio articolo per il Cittadino del 24 giugno 2026:
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Di una visita papale rimangono certamente le immagini, gli incontri, l’emozione di una giornata destinata a entrare nella memoria di una comunità. Ma se vogliamo che la presenza di Papa Leone a Pavia e a Sant’Angelo Lodigiano sia qualcosa di più di un evento da ricordare, occorre prestare attenzione anche alle parole che quella visita ha generato.
Tra le tante pronunciate in quei giorni, alcune meritano un ascolto particolare. Curiosamente non appartengono al Papa, ma al sindaco di Pavia, Michele Lissia. Non perché siano più importanti, ma perché rappresentano una risposta civile e politica alle sollecitazioni che il Pontefice ha portato nel nostro territorio. Sono parole che mostrano come l’arrivo del Papa non abbia interpellato soltanto la Chiesa, ma anche le istituzioni e la società nel suo insieme.
Nel discorso del sindaco emergono due grandi questioni che attraversano il nostro tempo: la custodia della dimensione umana nell’epoca della tecnica e la costruzione della pace come compito quotidiano delle comunità.
La prima riguarda probabilmente la sfida più decisiva che abbiamo davanti. Viviamo immersi in una stagione di cambiamenti straordinari. Eppure, proprio mentre crescono le nostre capacità tecniche, torna ad affacciarsi una domanda fondamentale: che posto occupa l’essere umano dentro questi processi?
Così si è espresso il sindaco di Pavia: “Il progresso, la tecnica, l’intelligenza artificiale, gli avanzamenti nelle scienze e l’elaborazione di modelli sociali e politici non possono prescindere dalla definizione del ruolo e della sorte di noi esseri umani nell’ambito di questi processi.”
Possiamo costruire macchine sempre più potenti, sviluppare algoritmi sempre più sofisticati, elaborare modelli economici sempre più efficienti. Ma tutto questo perde significato se smettiamo di domandarci quale idea di uomo stiamo servendo.
Da qui nasce una seconda riflessione, ancora più concreta. Una comunità non può valutare il proprio successo soltanto attraverso la crescita economica, la qualità delle infrastrutture o il numero delle innovazioni prodotte. Esiste un parametro più profondo, che riguarda il modo in cui una società si prende cura delle persone.
Lo ha espresso efficacemente ancora Michele Lissia: “Una città che produce conoscenza deve chiedersi per chi la produce. Una città che forma giovani deve chiedersi quale futuro consegna loro. Una città che cura deve ricordare che ogni fragilità è anche una responsabilità collettiva. La dignità della persona, la giustizia, il lavoro, il diritto all’educazione, la verità, la solidarietà, l’accoglienza delle diversità, tutte le diversità, devono diventare i criteri con i quali una comunità misura il proprio grado di civiltà.”
È difficile immaginare una definizione migliore di ciò che rende davvero civile una società. Non la ricchezza che accumula, ma la dignità che sa garantire. Non la forza che esibisce, ma la cura che riserva ai più fragili.
L’altro grande tema che emerge da questo dialogo ideale tra il Papa e la città è quello della pace. Una parola che rischia di apparire retorica proprio mentre il mondo sembra ripiombare nella logica dei conflitti permanenti. Eppure la pace non nasce nei trattati internazionali. O, almeno, non nasce soltanto lì.
Colpiscono le parole con cui il sindaco ha descritto l’impegno della sua comunità: “Pavia vuole essere città della pace col suo impegno quotidiano. Lo vuole essere nelle scuole, dove si educa al rispetto; nei luoghi di cura, dove ogni persona viene prima della sua condizione; nelle Università, dove il sapere deve diventare responsabilità; nei quartieri, dove la convivenza si costruisce ascoltando le differenze; nelle istituzioni e in chi le rappresenta, che hanno il dovere di tenere unite le persone, di abbassare i toni, di lavorare per il bene comune e di non lasciare nessuno solo.”
Sono parole che suonano quasi controcorrente in un’epoca dominata dalla polarizzazione, dall’aggressività verbale e dalla tentazione di ridurre ogni confronto a uno scontro. Ci ricordano che la pace è anzitutto uno stile. È la scelta quotidiana di costruire legami invece di alimentare divisioni.
Forse è proprio questa l’eredità più preziosa lasciata dalla visita di Papa Leone. Non una giornata straordinaria da conservare negli album dei ricordi, ma alcune domande da portare dentro la vita ordinaria delle nostre comunità. Perché i papi passano, gli eventi finiscono e gli applausi si spengono. Restano però le domande che sanno accendere. E sono proprio quelle domande, oggi, a indicarci la direzione del cammino.








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