il ragazzo con il libro

Ci sono molti modi di resistere ai tempi difficili che stiamo attraversando. Molti modi per non lasciarsi travolgere dalle correnti impetuose che attraversano la nostra epoca.

C’è chi lotta a viso aperto, chi manifesta il proprio dissenso, chi contesta il pensiero dominante, chi scrive, denuncia, protesta, si mobilita. Esistono resistenze rumorose, visibili, collettive. E poi ce ne sono altre, più silenziose.

Ho pensato a una di queste questa mattina, osservando un ragazzo in metropolitana.

Era sulla banchina, immerso nella lettura. Gli occhi fissi sulle pagine. È salito sul treno senza mai interrompere il filo del racconto. Ha continuato a leggere durante tutto il viaggio, incurante del brusio dei passeggeri, degli annunci dagli altoparlanti, dei telefoni che vibravano nelle mani di chi gli stava intorno. Aveva il volto pulito di tanti giovani che si incontrano ogni giorno sui mezzi pubblici. Un orecchino, un abbigliamento semplice, nulla che attirasse particolarmente l’attenzione. Eppure c’era qualcosa che lo rendeva diverso: tra le mani stringeva un vecchio libro di carta.

Non era un volume nuovo, appena acquistato in libreria. Era un libro vissuto. Le pagine erano ingiallite dal tempo, gli angoli consumati, la copertina leggermente rovinata. Forse era passato tra molte mani prima di arrivare nelle sue. Forse era stato letto decine di volte. Eppure quella sua apparente povertà non diminuiva minimamente il valore di ciò che stava accadendo. Anzi.

Guardandolo, la prima parola che mi è venuta in mente è stata: resistenza.

Non so spiegare esattamente il perché, ma quel ragazzo mi è apparso come un resistente dei nostri giorni, un combattente silenzioso, quasi un soldato in trincea in questa guerra non dichiarata fatta di superficialità, aggressività, semplificazioni, volgarità e distrazione permanente.

Perché leggere, oggi, è un gesto profondamente controcorrente.

Leggere significa accettare che qualcun altro possa avere qualcosa di importante da dirci. Significa riconoscere che il nostro sguardo sul mondo non è sufficiente e che abbiamo bisogno delle parole, delle idee e dell’esperienza di altri per comprenderlo meglio. Chi legge compie un atto di umiltà: ammette di non sapere tutto. Ma compie anche un atto di libertà: perché la lettura allarga gli orizzonti, introduce punti di vista differenti, costringe a confrontarsi con ciò che è diverso da noi. Chi legge si pone domande, coltiva dubbi, impara a distinguere le sfumature. Si abitua alla complessità.

In un tempo che premia le reazioni immediate e le opinioni istantanee, leggere significa rallentare. Significa sottrarsi, almeno per qualche istante, al flusso continuo degli stimoli e recuperare uno spazio di riflessione. Forse è per questo che quel ragazzo mi ha colpito così tanto. Non stava semplicemente leggendo un libro durante il tragitto verso la sua destinazione. Stava esercitando una forma di resistenza. Discreta, silenziosa, quasi invisibile. Ma proprio per questo preziosa.

Perché le società non si impoveriscono soltanto quando mancano le risorse economiche. Si impoveriscono soprattutto quando smettono di pensare. E ogni persona che continua a leggere, a interrogarsi, a cercare nelle pagine di un libro qualcosa che la aiuti a comprendere meglio il mondo, contribuisce a tenere accesa una piccola luce contro l’avanzare dell’oscurità.

Forse la resistenza, oggi, passa anche da qui: da un ragazzo in metropolitana e da un vecchio libro consumato dal tempo.

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