Ecco il mio editoriale in ricordo di fratel Enzo pubblicato su il Cittadino del 24 settembre 2026. Buona lettura!
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“Vorrei che la mia morte non fosse improvvisa. Vorrei essere pronto, vigilante, vorrei poter vivere la mia morte. Sono convinto che la morte non può essere privata del morire. Spero che chi mi assisterà mi avverta dell’approssimarsi del l’ora finale perché voglio essere consapevole dell’incontro con il mio Signore Gesù che ho tanto amato e desidero poter dire addio a quelli che restano.”
Sono parole di Enzo Bianchi, tratte da uno dei suoi scritti sulla morte, che fratel Goffredo Boselli ha voluto leggere durante la veglia funebre in memoria di fratel Enzo, morto il primo settembre scorso a 83 anni.
È difficile immaginare un ultimo insegnamento più coerente con la sua vita. Enzo Bianchi, che per decenni ha accompagnato generazioni di credenti e non credenti nella ricerca del senso, sembra aver voluto consegnare, anche attraverso la propria morte, una delle lezioni più importanti della sua vita: imparare a morire. Non semplicemente accettare che la morte prima o poi arriverà, ma imparare a viverla, a farne un’esperienza umana, consapevole, persino spirituale.
C’è una distinzione apparentemente sottile, ma decisiva, nelle parole di Bianchi: la morte non può essere privata del morire. La morte è un evento, il morire è un’esperienza. La prima accade, il secondo può essere vissuto. Ed è proprio qui che si apre una delle domande più profonde sulla nostra umanità.
Tutti gli esseri viventi, in qualche modo, periscono. Ogni essere vivente è destinato a cessare di vivere. Ma l’uomo è l’unico essere che muore, perché è l’unico, per quanto ne sappiamo, capace di fare esperienza della propria morte. L’animale attraversa il morire quando la vita viene meno; l’uomo, invece, può fare esperienza della propria morte ancora prima che essa accada.
Noi sappiamo di dover morire. Non soltanto lo sappiamo in astratto: possiamo anticipare interiormente la nostra fine. La morte entra nella nostra coscienza molto prima di entrare nella nostra biologia. Possiamo immaginarla, temerla, rimuoverla, desiderare di non pensarci, oppure possiamo provare ad assumerla come parte della nostra esistenza.
È questo che rende così singolare la condizione umana. Noi non siamo semplicemente esseri destinati a perire: siamo esseri capaci di vivere la propria morte.
La nostra cultura fa tanta fatica con la morte. Abbiamo imparato a spostarla lontano dagli occhi, a delegarla agli ospedali, alle strutture sanitarie, alle pompe funebri. Abbiamo trasformato la morte in qualcosa che deve accadere altrove, possibilmente senza disturbare troppo la nostra quotidianità. Ma, così facendo, rischiamo di perdere anche l’esperienza del morire.
Bianchi ci ricorda invece che il morire appartiene alla vita. Non è semplicemente il suo contrario. È una delle esperienze attraverso cui l’uomo può comprendere fino in fondo che cosa significa essere vivo.
“Vorrei poter vivere la mia morte”, scrive. Non c’è in questa espressione alcun desiderio della morte, né una ricerca della sofferenza. C’è piuttosto il desiderio di non essere espropriato della propria umanità proprio nel momento estremo dell’esistenza. Essere avvertito, essere consapevole, poter salutare, poter dire grazie, poter dire addio. Poter riconoscere che sta arrivando l’ora dell’incontro con il Signore Gesù amato per tutta una vita.
È una richiesta profondamente umana. E anche profondamente cristiana. Perché, nella prospettiva di Bianchi, morire non significa semplicemente spegnersi, ma consegnarsi. La morte diventa allora l’ultimo atto di una vita nella quale abbiamo imparato, giorno dopo giorno, a ricevere e a donare, a lasciare andare, a riconoscere che nulla ci appartiene completamente.
Forse è questo il senso più profondo dell’ultimo insegnamento di fratel Enzo. Non ci ha insegnato soltanto a parlare della morte. Ci ha invitato a vivere anche la nostra morte. A non arrivare a quell’ultimo confine come se fosse un incidente estraneo alla nostra esistenza, ma come a una soglia che appartiene alla storia di ciascuno.
Morire la propria morte significa allora abitare fino in fondo la propria umanità. Significa non fuggire la consapevolezza del limite, perché è proprio il limite a ricordarci che ogni giorno è unico, ogni incontro è prezioso, ogni parola può essere l’ultima e, proprio per questo, merita di essere pronunciata con verità.
In fondo, forse, imparare a morire è ancora una volta imparare a vivere. Bianchi lo aveva scritto con parole semplici e radicali: il cammino dell’imparare a morire è anche il cammino dell’imparare a vivere.








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