Che cosa sta accadendo in Spagna, in Francia e ora anche in Italia? Le proteste che attraversano diversi Paesi europei sembrano parlare lingue differenti. In Francia gli studenti scendono in piazza per denunciare le condizioni delle scuole, la mancanza di insegnanti e le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione. In Spagna migliaia di persone protestano contro il costo degli affitti e l’impossibilità, per tanti giovani e famiglie, di trovare una casa a prezzi sostenibili. In Italia, alle mobilitazioni studentesche si affiancano le tensioni intorno alla sanità pubblica, alle sue risorse e alla possibilità concreta di garantire a tutti le cure necessarie.
Naturalmente, sarebbe sbagliato mettere tutto sullo stesso piano. Ogni Paese ha la propria storia, le proprie responsabilità politiche, le proprie specificità economiche. E non si possono confondere le manifestazioni pacifiche, espressione legittima del dissenso democratico, con gli episodi di violenza e distruzione che talvolta le accompagnano. Ma proprio al di là delle differenze, vale la pena chiedersi se queste proteste non siano il segnale di qualcosa che le precede e le attraversa. Se, dietro le singole rivendicazioni, non stia emergendo una crisi più profonda: quella del patto sociale che ha sostenuto per decenni la convivenza nelle nostre società occidentali.
Alla base della costruzione dello Stato democratico e delle economie europee del secondo dopoguerra vi era una promessa: la società non avrebbe lasciato soli i propri cittadini. Attraverso il lavoro, la scuola pubblica, la sanità, le politiche abitative e le forme di protezione sociale, si cercava di garantire a ciascuno condizioni minime di dignità e la possibilità di costruire il proprio futuro. È quanto è scritto all’articolo 3 della nostra costituzione “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quel patto non era soltanto un insieme di servizi e prestazioni. Era una promessa di appartenenza: qualunque fosse la tua origine, qualunque fosse la tua condizione di partenza, esisteva uno spazio comune nel quale potevi sperare di crescere, studiare, curarti, trovare una casa, progettare la tua vita. La società non ti garantiva tutto, ma si impegnava a non abbandonarti.
È proprio questa promessa che oggi sembra vacillare. Che cosa significa essere liberi se il costo della casa assorbe una parte insostenibile del reddito? Quale futuro può immaginare uno studente che vede restringersi le opportunità formative? Che cosa significa avere diritto alla salute se le difficoltà di accesso alle cure rischiano di trasformare un diritto universale in una possibilità condizionata dalle risorse economiche? Sono domande diverse, ma rimandano a una stessa inquietudine: la sensazione che le istituzioni non riescano più a offrire quella protezione che per lungo tempo abbiamo considerato parte integrante della cittadinanza.
Forse è qui che dobbiamo interrogare il modello di società costruito intorno a un capitalismo sempre più pervasivo, ad una globalizzazione che considera le persone come merci, ad una concentrazione della ricchezza che dona troppo a pochi e nulla a molti.
Quando la casa diventa soprattutto un investimento, la salute un costo da contenere e l’istruzione una competizione nella quale ciascuno deve conquistarsi da solo il proprio posto, il rischio è che beni essenziali alla vita comune vengano trattati come opportunità disponibili soltanto per chi può permettersele. La crescita economica, da sola, non basta allora a garantire coesione: occorre domandarsi chi ne beneficia e quali possibilità restano a chi ne rimane ai margini.
La protesta nasce spesso proprio da questa distanza tra le promesse e l’esperienza quotidiana. Non sempre chi scende in piazza sa formulare una visione alternativa complessiva; non sempre le rivendicazioni sono coerenti o le risposte proposte risultano adeguate. Ma sarebbe un errore liquidare tutto come un problema di ordine pubblico, un eccesso giovanile o una momentanea esasperazione. Quando gruppi diversi di cittadini denunciano di non riuscire ad abitare, studiare o curarsi in condizioni dignitose, forse ci stanno dicendo che non si sentono più pienamente parte di una comunità che pure continua a chiedere loro responsabilità e sacrifici. Non è la protesta, in sé, a minacciare la convivenza democratica. Può minacciarla, piuttosto, l’incapacità di ascoltare ciò che la protesta porta alla luce.
Occorre allora tentare di ricostruire un patto sociale rinnovato, capace di tenere insieme libertà personale e responsabilità collettiva, iniziativa economica e tutela dei diritti, crescita e giustizia. Non per restaurare nostalgicamente un passato che non può tornare, ma per restituire concretezza alla promessa di una società nella quale nessuno sia considerato sacrificabile
pubblicato su il Cittadino del 19 ottobre 2026.








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