Devo ringraziare Fabio Carminati, che nell’edizione di Avvenire di domenica 19 ha pubblicato un articolo non solo interessante, ma anche capace di rincuorare un po’ in questo tempo così buio e problematico.
Carminati fa riferimento a una rubrica dell’edizione australiana del Guardian, che dà spazio ai racconti dei lettori: storie belle e toccanti, vissute in prima persona insieme a persone che non conoscevano.
Leggere articoli come questo fa bene non solo al cuore, ma anche alla mente: ci aiuta a non lasciarci sopraffare dalla negatività che circola nei media e nella nostra società e ci invita a recuperare uno sguardo più aperto e disponibile verso le persone che ci vivono accanto.
Vi riporto qui una di queste storie pubblicate dal Guardian e rilanciate da Avvenire (potete leggere l’articolo completo qui).
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I LACCI DELLE SCARPE
Era la mia prima gravidanza e per oltre sette mesi avevo sofferto di iperemesi gravidica, una forma grave ed estrema di nausea e vomito che si può manifestare durante la gestazione. In quelle ultime fasi, dopo che l’iperemesi era finalmente passata, ero esausta e sopraffatta. Provavo un misto di eccitazione e apprensione. Ero pronta ad avere un bambino quando mi ero appena abituata a camminare goffamente?
Un giorno ero a fare shopping e non mi sentivo molto bene. Mentre percorrevo una stretta corsia di un grande magazzino, una donna mi si è avvicinata da dietro. Pensavo che mi avrebbe chiesto di spostarmi o che mi avrebbe fatto un commento poco amichevole. Invece mi ha detto: “Sai che hai le stringe delle scarpe slacciate?”. Non lo sapevo, perché la pancia mi impediva di vedere i miei piedi! L’ho ringraziata per avermelo fatto notare.
Poi mi ha chiesto: “Ti dispiacerebbe se te li sistemassi io?” Le ho detto subito sì, senza pensarci un attimo. Lei così mi ha allacciato le scarpe, mi ha fatto un gran sorriso e se n’è andata.
È stato un piccolo gesto, ma mi ha dato molta sicurezza. Doveva essere una mamma, sapeva che inciampare in quella fase della gravidanza sarebbe stato grave e quanto fosse difficile persino toccarmi le punte dei piedi.
Da futura mamma in procinto di dare alla luce una piccola creatura, si desidera ardentemente essere circondati da brave persone. In quel momento mi sono sentita rassicurata dalla consapevolezza ne esistono tante e ovunque.
Mi ha toccato anche in un altro modo. Quando sei incinta, le difese che di solito mantieni con gli estranei crollano. Un’esperienza privata diventa molto pubblica, soprattutto verso la fine, quando è evidente quanto sia imminente il parto. Sei molto più vulnerabile. E devi fare affidamento sugli altri in modi che possono metterti a disagio. Devi semplicemente arrenderti e dire: “Sì, ho bisogno di aiuto”.
D’altro canto, gli estranei spesso si sentono in dovere di esprimere a parole i loro sentimenti riguardo alla tua gravidanza in modi che non sono sempre graditi. Tutto ciò ha reso il modo semplice e privo di giudizio in cui quella donna si è presa cura di me ancora più significativo.
Non voleva nulla da me, solo dirmi che avevo le scarpe slacciate e che voleva aiutarmi. Per qualcuno forse umiliante, ma per me è stato meraviglioso








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