Storia e Tempi

piccolo cabotaggio

Mi pare che la politica italiana stia vivendo il tempo delle “piccole cose”: terminato (ahimè ingloriosamente) il tempo delle grandi rivoluzioni, dei cambiamenti radicali della forma dello Stato (principalmente a seguito della mancata riforma costituzionale) non resta che spostare l’attenzione sulle cose più modeste e feriali.

Dopo le grandi attraversate oceaniche, è giunto il tempo del piccolo cabotaggio, della navigazione a fil di costa, senza troppe ambizioni o pretese. Non che questo sia meno importante del primo, intendiamoci: chiunque possieda una casa sa che, accanto ai lavori straordinari (il rifacimento del tetto, dei pavimenti, la sostituzione degli infissi e gli interventi di miglioramento energetico), ci sono tante piccole manutenzioni che, alla fine, risultano altrettanto importanti: il cambio di una guarnizione, il rubinetto che perde, la zanzariera rotta, la porta che cigola e la lista, almeno in casa mia, potrebbe continuare per giorni…

È un po’ un cambio di paradigma: dal grande al piccolo, dalla prospettiva al dettaglio, dal meccanismo alla singola rotella; un lavoro di “fine tuning”, come dicono gli inglesi, fondamentale per ogni organizzazione.

Da dove partire, per questa navigazione di medio raggio?

Ci si potrebbe occupare, forse, di quella piccola burocrazia, che ognuno di noi sperimenta tutti i giorni. Basta entrare in una scuola, in un ospedale o in un qualunque ufficio pubblico per rendersi conto che i grandi progetti, per poter far “presa” sulla realtà, devono confrontarsi con un’organizzazione ed un apparato che sono sempre molto refrattari ai cambiamenti, che digeriscono sempre a fatica le innovazioni, gli efficientamenti e le migliorie.

È un pezzo del nostro stato (quello più “basso” e, in quanto tale, più vicino alla vita dei cittadini) che fatica ad essere gestito, poichè, nel tempo, ha subito sedimentazioni progressive di inefficienze, corporativismi, lassismi professionali ed incapacità organizzative che lo rendono un corpo magmatico e difficilmente aggredibile. Perché non partire da lì? Da cose semplici, dalle procedure amministrative, dall’organizzazione degli uffici, dallo snellimento dei processi decisionali, dalla riduzione delle spese inutili, dalla semplificazione degli apparati elefantiaci ecc. ecc.?

Anche perché quando il vento del cambiamento tornerà a soffiare, se non avremo nel frattempo, rappezzato le vele e sistemato la chiglia, difficilmente la nave riprenderà la sua rotta. Senza questa verifica dei “penumatici”, la macchina delle istituzioni, benché dotata di un motore e di accessori nuovi di zecca, difficilmente farà presa sul terreno.

Parola e parole

Chi è Salomone?

Uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te

Chi non amerebbe ricevere un tale complimento? Sentirsi dire: tu sei unico al mondo! come te non c’è nessuno! È il sogno di ogni amato e di ogni amante, il desiderio di chi è legato da vincolo indissolubile con qualcuno: sentirsi riconoscere nella propria unicità, nella propria irrepetibilità e nel proprio valore…

È il privilegio che Dio concede al re Salomone, che di fronte alla disponibilità dell’Onnipotente a soddisfare ogni sua richiesta, chiede per sé solo il dono della sapienza. Di fronte a tanta saggezza e umiltà di cuore a Dio scappa questo complimento per il Suo Re: egli è unico e dopo di lui nessuno lo uguaglierà… privilegio regale… o forse no?

Non è che dietro quel complimento tanto speciale Dio semplicemente riconosce ed attesta una evidenza talmente lapalissiana da risultare ovvia? Ossia il nostro essere persone uniche ed irripetibili. Vuoi mai che in quel complimento, a prima vista selettivo ed elettivo verso il re di Israele non si nasconda una verità buona per ogni uomo? Ognuno d noi è come Salomone, unico, impareggiabile ed ineguagliabile. Ad ognuno di noi la Vita regala questo complimento, disvela questa verità iscritta nella nostra carne: ogni uomo è una perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto per acquistarla in esclusiva.

In fondo la Scrittura ce lo ricorda continuamente: ogni elezione ha un potere inclusivo e mai esclusivo. Quanto riconosciuto a Salomone è allo stesso tempo regalato a tutto il popolo…. È vero… anche noi siamo Salomone…

nella foto: copia di Re Salomone da Piero della Francesca – affresco su tavella di cotto (particolare)

Pensieri e Silenzi

questione di saggezza

Ti accorgi di essere un po’ maturato (o invecchiato…vedete voi…) quando smetti di tentare di cambiare tutte le cose che non vanno.

La giovinezza ti dona l’illusione e la pretesa, un po’ ingenua, di poter sistemare tutte le cose sbagliate che trovi sulla strada, quelle mille e minuscole ingiustizie che infastidiscono il tuo procedere. Credi così di poter sanare ogni ferita, supplire ogni mancanza, raddrizzare ciò che è storto.

Con il tempo e l’età inizi gradualmente ad accettare che queste “cose storte” non scompariranno troppo facilmente e che, nonostante i tuoi sforzi, essere saranno sempre lì a disturbarti e ad inquietarti…. Anzi esse appartengono alla vita, con lo stesso diritto di residenza di cui godono tutte le cose belle che vivi.

Ma la bella notizia (ed è questo il vero dono della vecchiaia!) è che impari a non disperare, a nutrire fiducia anche in presenza del male che non scompare. Impari che non è necessario eliminare tutte le cose negative per vivere in un mondo bello e rappacificato. Accogli la presenza di ciò che non va come un fatto ineluttabile e inevitabile: al mondo ci saranno sempre ingiustizie, povertà, ignoranza, stupidità e maldicenza ma questo non mina la tua determinazione a lavorare perché il mondo, o meglio il “tuo mondo” (ossia quella parte di mondo su cui hai una qualche influenza) diventi migliore, più giusto, più rispettoso e più umano. È proprio nell’età adulta che apprezzi la nota Preghiera della Serenità:

«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza»

La saggezza sta tutta in quella sottile differenza, in quel labile confine tra ciò che si può cambiare e quello che non si può.

Ed il segreto della tua felicità sta tutto in quei due verbi: combattere ed accettare. Lottare per quanto può essere fatto. Accogliere, con pazienza e fortezza, quanto appartiene al lato oscuro della vita. In pace con sé stessi.

Parole d'autore

Cinquecento!

Oggi festeggio il 500° post di questo blog regalandomi e regalandovi questa bella frase:

«Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai».

Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”.

Storia e Tempi

Trystan e Byff

Leggevo in questi giorni sulla stampa la vicenda di Trystan e Byff, trentenni di Portland (Stati Uniti) che sono finiti sulle prime pagine dei giornali per la loro singolare vicenda. Trystan è nato donna e da qualche anno ha iniziato un percorso di trasformazione del proprio corpo da femminile a maschile; tuttavia, non avendo rimosso l’apparato sessuale femminile, Trystan è potuto rimanere “incinto” del suo compagno, sicché i due uomini sono finiti sotto i riflettori della stampa in quanto coppia omogenitoriale, ossia due genitori dello stesso sesso. Se la cosa è abbastanza comune in una coppia di donne, lo è assai meno in una coppia formata da due uomini, per ovvie ragioni. Trystan è stato così battezzato nuovo “mammo” dai giornalisti che si sono occupati di lui. La notizia ha ripreso peso ultimamente in quanto Trystan e Byff hanno dato alla luce il loro primogenito.

Mi ha fatto pensare questa vicenda, soprattutto vedendo le foto di Trystan che mostra orgogliosamente il suo pancione, cresciuto su un corpo dagli evidenti tratti maschili.

Non mi permetto di giudicare: conosco molto poco la loro vicenda (leggere due articoli su internet è un po’ poco per articolare un giudizio) e conosco assai meno cosa voglia dire nascere uomini in un corpo di donna, quali fatiche e sofferenze si è costretti a patire, quali muri occorre abbattere, e, non sapendo, preferisco tacere.

Voglio invece condividere un pensiero che questa storia mi ha suscitato, anche se non è direttamente collegato alla vicenda dei due ragazzi statunitensi.

La nostra cultura e la nostra sensibilità oggi paiono meno competenti a riconoscere il senso che abita il nostro corpo sessualmente determinato, sia esso maschio o femmina. L’essere nati uomini e donne pare essere infatti, come dire, quasi un dato accessorio che possiamo cambiare a nostro piacimento. Se fino a qualche decennio fa l’identità sessuale era percepita alla luce di un dato naturale assunto come immutabile ed imprescindibile (tant’è che, ad esempio, l’omosessualità era cosa censurate e bandita) oggi questa identità è vissuta come un dato semplicemente culturale, frutto di convenzioni sociali, di ruoli ed esito solo di un’educazione e di un processo di omologazione sociale.

Proprio in nome di questa identità sessualmente fluida, si avanza il diritto di definire da sé il proprio genere, come se essere nati maschio o femmina fosse un fatto accidentale e, di per sé stesso, insignificante. Credo che la questione sia proprio qui: il senso e significato che diamo al nostro essere maschi e femmine. Oggi stentiamo a riconoscere il significato contenuto nel nostro essere sessuati, come se questo fosse un dato labile e quindi, fondamentalmente, ininfluente. Se i nostri nonni pativano il dato naturale come un macigno inamovibile della loro vita, qualcosa da cui non si poteva fuggire né da cui ci si poteva allontanare, oggi, forse, corriamo il rischio esattamente opposto: la natura è divenuta pura convenzione, sicché siamo diventati sordi e ciechi alla sua manifestazione.

Cosa significa nascere uomini e donne? Che senso attribuiamo al nostro corpo, il quale, dal momento che viene alla luce, è sessualmente segnato, ossia non è un corpo neutro ma è già determinato nel suo genere? Cosa significa vivere da maschio e da femmina in una cultura che considera questi tratti come attributi manipolabili e modificabili?

Forse il mutismo in cui è precipitato il nostro corpo, il suo non essere più portatore di un senso che evidentemente ci precede (dal momento che nessuno di noi ha scelto di nascere maschio o femmina) è qualcosa che abbiamo poco esplorato e che mina l’immagine, un po’ autosufficiente, che abbiamo di noi stessi.

Parole d'autore

Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

“Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

Una storia è un labirinto infinito di parole, immagini ed energie riunite per svelarci la verità invisibile su noi stessi. Una storia è, in definitiva, una  conversazione fra chi la racconta e chi l’ascolta: un narratore può raccontare solo fin dove lo sorregge il mestiere, mentre un lettore può leggere solo fino a ciò che porta scritto nell’anima. Questa è la regola d’oro che sostiene ogni artificio di carta e inchiostro, perché quando le luci si spengono, la musica tace e la platea si svuota, l’unica cosa che importa è l’illusione rimasta impressa nel teatro dell’immaginazione che ogni lettore alberga nella propria mente.

E poi la speranza che ogni creatore di racconti si porta dentro: che il lettore abbia aperto il cuore a qualcuna delle sue creature di carta e le abbia dato qualcosa di se stesso per renderla immortale, sia pure per pochi minuti. E detto questo con più solennità di quella che probabilmente l’occasione merita, meglio atterrare a livello di pagina e chiedere all’amico lettore di accompagnarci verso la chiusura di questa storia e di aiutarci a trovare la cosa più difficile per un povero narratore intrappolato nel proprio labirinto: la porta d’uscita.”

Tratto da: Carlos Ruiz Zafòn, Il labirinto degli spiriti.

Storia e Tempi

mano nella mano

Il bagnasciuga, alla mattina, è sempre affollato di gente che cammina, passeggia, corre, conversa e si gode il sole, il mare e quella temperatura ancora fresca di inizio giornata.

È lì che incrocio, in mezzo alla folla di bagnanti, una coppia di anziani, statura modesta e corporatura robusta, con dei capelli bianchi che tradiscono le primavere passate. Avanzano mano nella mano con passo lento, una camminata talmente flemmatica che risulta quasi fastidiosa per la colonna dei vacanzieri. Il loro movimento è pacato e delicato ma costante: un piccolo passo dopo l’altro, un procedere meditato e misurato.

Il volto rivela serenità e tranquillità; l’uomo ha occhi profondi e sereni, tipici di chi sta bene dove sta. Corpi più giovani ed aitanti li superano senza sforzo, con falcate che doppiano i loro timidi passi. Ogni tanto l’uomo alza lo sguardo e getta una furtiva occhiata attorno, osservando con tono un po’ distaccato quel movimento di vita che gli passa attorno. Quando i suoi occhi silenziosi incrociano i miei ho come la sensazione che quello sguardo sereno mi stia sussurrando: “non c’è bisogno di correre quando sei già arrivato, non devi bramare quando possiedi già ciò che desideri.”

Quando ripenso a quell’incontro capisco una cosa: quella coppia di anziani non procedeva a passo lento per via dell’età, degli acciacchi o dei problemi di salute; il loro era il passo lento di chi sa già di essere arrivato, di chi vede chiaramente la meta, di chi ha la gioia di stringere tra le mani il tesoro prezioso della vita. Hanno lì, in quell’attimo, tutto quello che serve loro per essere felici.

Parole d'autore

Caro papà…

19 luglio 1992 – 19 luglio 2017

 

“Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia.

Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima.

Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni.

Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo.

In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.
Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava.
Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti.

Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna.

Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra.

E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ovverosia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, ovverosia una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. (…)

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.”

 

Lettera di Manfredi Borsellino, figlio di Paolo Borsellino.

 

Il testo di Manfredi Borsellino è tratto dal volume “Era d’estate” a cura di Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi edito da Pietro Vittorietti

Pensieri e Silenzi

ciliegina sulla torta

Ogni tanto basta poco per fare la differenza, è sufficiente una piccola attenzione per rendere un gesto sgraziato un atto di attenzione, di delicatezza e di garbo.

Ci capita, perlomeno a me capita, di essere così concentrato su “cosa” devo fare che rischio di perdere di vista il “come” lo faccio, dimenticando, ahimè, che quel “come” è parte essenziale del contenuto delle nostre azioni. Non c’è alcun “cosa” senza un “come”, nessuna scissione tra contenuto e forma, tra obiettivo e stile, tra il movimento e la sua grazia.

Sicché quelle piccole attenzioni, quei piccoli accorgimenti non sono inutili e vezzosi dettagli; non sono finezze eccessive, dei ricami o decorazioni per perfezionisti. Anzi essi dicono, in maniera sincera e trasparente, il nostro stile, tradiscono la verità della nostra sensibilità, la profondità del nostro sentire e la delicatezza delle nostre movenze.

Un “grazie” detto con un sorriso, dopo aver ricevuto qualcosa di dovuto o di gratuito; uno “scusa” quando pensiamo di aver arrecato disturbo; un “permesso” prima di prendere l’iniziativa o di intralciare il cammino di qualcuno; un “dopo di lei” per cedere il passo e dare la precedenza… insomma cose da poco, cose da niente, ma, credetemi, che fanno davvero la differenza.

Talvolta pensiamo che tutta questa ridondante ritualità sia un po’ come una ciliegina messa sulla torta: un semplice dettaglio decorativo, perché quello che è importante è la bontà della torta, la freschezza della panna e la delicatezza del cioccolato.

Non so… non ne sono molto convinto…Secondo me, queste piccole attenzioni assomigliano di più ad un pizzico di sale messo nella pasta del pane:  sono solo piccoli granelli cristallini che si disperdono e si nascondono nell’impasto, ma che, in modo silenzioso e nascosto, sanno fare la differenza tra una pagnotta insipida ed una eccessivamente salata.

Questione di misura e di stile. Questione di grazia.

Parola e parole

uscì a seminare

Pensavo alla faccia del mio amico Antonio, agricoltore di lungo corso, mentre ascoltavo stamattina il racconto narrato al capitolo 13 di Matteo: “Ecco, il seminatore uscì a seminare”.

Immaginavo il suo sguardo allibito, lui che la campagna la conosce bene, così come è un maestro nell’arte di seminare. Chissà cosa avrà pensato di quel seminatore che, uscito per la semina, getta seme ovunque, senza badare a dove la semente cade… come si può gettare il buon seme in modo così sconsiderato: o è un inesperto, un contadino alle prime armi, oppure conosce poco l’arte della coltivazione. Nessuno che abbia un po’ di riguardo per la propria semente e qualche nozione di agricoltura avrebbe mai seminato in questo modo… c’è un dispendio eccessivo in quella semina, il rischio di aver gettato più di quanto si potrà raccogliere…

Oppure…oppure… quell’uomo ha molta semente ed una grande fiducia nel cuore….

Forse quel seminatore non deve far tornare i conti a fine mese, come deve fare il mio amico Antonio; forse non è assillato dalla logica resa, non è preoccupato del rendimento, del guadagno e del vantaggio. Quell’uomo pare essere talmente ricco e generoso che può permettersi il lusso di gettare seme ovunque, nella speranza e nella fiducia, che ovunque qualcosa possa germogliare.

Quel seminatore forse è testimone di una competenza e di una ricchezza della Vita che eccede le nostre misere convenienze, che supera la logica del profitto e del buon senso. Una Vita talmente ricca da poter essere sprecata, gettata, investita là dove non è ragionevole attendersi risultati…

Forse quell’uomo che esce a seminare sa bene che la sua sacca è straripante di semente, e soprattutto, sa bene che il suo cuore è talmente generoso e magnanimo che lo tradirebbe se ponesse vincoli, limitazioni o restrizioni. Forse davvero la Vita è talmente eccessiva che semina ovunque, senza riguardo, senza condizioni, senza esitazioni…

La Vita è di più, è ancora, è sempre oltre.