gioco di squadra

Quest’anno il mese di settembre è stato un periodo follemente denso di cose: una serie di impegni professionali, personali e di studio si sono condensati, inaspettatamente, in queste settimane, occupandomi quasi completamente la testa e di cuore e prosciugando ogni goccia di energia.

Sicché quest’anno l’esperienza dell’accoglienza di Zhanna (la bimba bielorussa che sta con noi) l’ho vissuta un po’ a traino, un po’ nelle seconde file. Negli anni passati mi ero esposto di più, ci avevo investito più tempo ed energie, non tanto nelle faccende pratiche (in quelle sono un disastro e senza Simona sarei finito) quanto nell’esperienza di relazione, di comunicazione e di cura. In tutto questo poi è stato complice il carattere un po’ chiuso ed introverso di Zhanna, di cui ho già accennato.

Sarà per questo mio necessario “passo indietro”, sarà perché lei era pronta a fare un “passo in avanti”, ma è stata Miriam quest’anno la vera regista dell’esperienza. A parte una serie di faccende pratiche (farle fare il bagno, asciugare i capelli, farla giocare, eccetera) che fa con la sua consueta solerzia, è lei che ha saputo creare un legame speciale e privilegiato con Zhanna. È diventata la sua persona di riferimento, colei che sola abbraccia, con cui ride, da cui si fa consolare e con la quale trascorrere momenti di gioia e di spensieratezza.

Devo confessare che inizialmente non ero pronto a questo cambiamento: ognuno di noi tende a replicare schemi di comportamento ormai collaudati ed è restio a modificarli di sua iniziativa. Tuttavia, dopo questo primo spaesamento, ho iniziato ad osservare orgoglioso l’accaduto: che meraviglia vedere Miriam muoversi con piglio e delicatezza, con le determinazioni e tatto, con senso di responsabilità e con straordinaria affidabilità!

Pensavo tra me e me: non è forse questo il senso di vivere un’esperienza di accoglienza familiare? Non è tutta qui la differenza che intercorre tra una un’accoglienza declinata al singolare ed una al plurale?

Il bello del “noi che accoglie” è che ciascuno mette in gioco una parte di sé, in base alle proprie capacità, maturità e possibilità. E questo noi è talmente accogliente che è capace di non soffocare il singolo, ma di promuovere la sua iniziativa, il suo contributo e la sua libertà.

Non è solo questione di una necessaria divisione di compiti…certo… anche quello… Secondo me ha più a che fare con il senso di essere comunità familiare, luogo in cui il dare e il ricevere, lo scambiare e condividere, l’accogliere e l’ospitare, il promuovere e il sostenere sanno diventare, timidamente e gradualmente, il vocabolario della grammatica degli affetti.

Ci sono esperienze che vivi a pieni polmoni anche giocando in seconda fila, perché comprendi che chi gioca in prima linea lo fa con un senso di squadra che anche tu, col tempo, hai contribuito ad alimentare.

 

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