moderni Narcisi

È diventato un gesto abituale oggi prendere tra le mani il proprio smartphone e passare lunghi minuti a contemplare il suo video. Fa parte di quei comportamenti della contemporaneità che abbiamo assimilato un po’ tutti, come gesti irriflessi e normali: vedi gente che ammira il proprio cellulare mentre aspetta il treno, mentre è in fila, quando è in metrò, spesso per strada mentre cammina e ahimè anche nei ristoranti durante una cena con amici e conoscenti. Questo movimento che, afferrando in una mano il proprio telefono, lo porta di fronte agli occhi come un libro, è diventato frequente ed ordinario quanto alzare il braccio per salutare o tenere le mani in tasca quando si aspetta. Diciamo che appartiene al nostro panorama urbano, è un tratto caratterizzante i nostri giorni.

La vulgata sostiene che questi nuovi strumenti sono la nostra finestra aperta sul mondo: ci permettono un accesso alla rete che ci spalanca orizzonti infiniti, infinite connessioni virtuali, contatti e relazioni che mai avremmo immaginato in precedenza. È il brivido della perenne connessione: trovarci straordinariamente immersi in un mondo che è tutto qui, tutto disponibile, tutto a portata di mano. Attraverso il nostro piccolo smartphone possiamo superare i limiti dello spazio e del tempo: possiamo comunicare con chi si trova dall’altra parte del pianeta e possiamo accedere ad un bagaglio di informazioni incredibili, il tutto con un semplice tocco. Seduti sul nostro treno alla mattina o in piedi in attesa del nostro turno alla posta, sperimentiamo l’ebrezza di sentirci cittadini globali, senza confini, senza limiti e senza barriere.

Il dubbio che talvolta mi assale è se quel piccolo monitor sia davvero una finestra aperta sul mondo o sia divenuto un piccolo specchio nel quale riflettiamo il nostro piccolo io, solitario e triste. Lo smartphone è uno strumento per aprirci al mondo o solo un modo per vederci restituita la nostra immagine, certo virtuale, aggraziata e “cool” ma pur sempre la nostra immagine, in un ripiegamento un po’ solitario e mesto su noi stessi? Siamo sicuri che quello sia davvero uno “strumento di comunicazione” , ossia un mezzo che amplia i nostri sensi ed i nostri legami e che ci pone in un diretto contatto con la realtà che ci sta attorno ? O che non rischi di diventare una “stanza degli specchi” in cui, da qualunque parte guardiamo, vediamo sempre restituita la nostra immagine, magari un po’ deformata e stravagante?  E che la realtà virtuale che osserviamo attraverso lo smartphone non manchi di consistenza e di verità e si trasformi in una banale proiezione dei nostri pensieri e desideri? Siamo certi che sia davvero “il mondo” quello che scorre sui nostri monitor? Quel mondo duro, complesso, imprevedibile, talvolta crudele, altre volte stupendo, e non una sua triste rappresentazione?

A volte penso che il confine che separa l’essere nuovo Ulisse o moderno Narciso sia davvero molto labile.

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