a Natale ripartiamo dalle periferie

Riprendo quanto scrivevo in un precedente post (ma quale crisi!) per questo articolo pubblicato sul numero di Dicembre di LodiVecchioMese:

Leggendo il Global Wealth Report che la banca elvetica Credit Suisse periodicamente pubblica verrebbe da dire che la crisi economica è tutta una nostra invenzione. Infatti, secondo l’austero istituto finanziario la ricchezza mondiale è cresciuta del 27% dallo scoppio della grande crisi finanziaria ad oggi. Secondo il report, negli ultimi dodici mesi ben 2,3 milioni di persone hanno tagliato il traguardo, tutt’altro che simbolico, di un possesso di beni superiore al miliardo di dollari (!), portando il numero complessivo dei paperoni che vivono sul nostro pianete alla quota di 36 milioni. Praticamente è come se ci fosse uno stato delle dimensioni della Polonia che possiede nelle proprie casse qualcosa come 130mila miliardi di dollari. Una cifra niente male! E non crediate che sia solo un fenomeno che riguarda le altre nazioni: anche l’Italia si è ben collocata in questa singolare classifica. Infatti il Bel Paese è entrato nella “top ten” dei Paesi in cui la ricchezza è cresciuta maggiormente: nel 2017 da noi sono nati 138 mila milionari sicché nel nostro paese vivono circa 1 milione e 288 mila concittadini i cui averi superano la cifra del miliardo di dollari. Alla fin dei conti è italiano il 4% dei milionari del mondo.

Quindi viene da chiedersi dove nascono le continue lamentele sulla difficoltà legate alla crisi economica. La risposta arriva se si legge tra le pieghe del rapporto. Infatti, sempre secondo questo studio, se nel 2008 l’1 per cento più ricco del pianeta aveva il 42,5% del patrimonio globale, oggi questa percentuale è salita al 50,1%, con un valore assoluto di ricchezza pari a 140mila miliardi di dollari. In soldoni, una persona su cento possiede più della metà della ricchezza globale. E gli altri? Non è che se la passino molto bene: esiste un altro 30% della popolazione che sfrutta la restante metà delle ricchezze e…rullo di tamburi…un restante 70% della popolazione che si accontenta di un misero 3%.

Magari vi siete persi in tutti questi numeri ma si possono riassumere in due semplici righe: la ricchezza mondiale è esplosa in questo decennio (che tutti credevamo di crisi) e si è accumulata nelle mani di pochissime persone, in una misura tale che mentre una persona su 100 possiede metà della ricchezza, settanta uomini su cento vivono con solo il 3% dei beni del pianeta.

Succede così, stranamente, che se nell’ultimo anno il patrimonio medio pro capite tra la popolazione adulta è cresciuto del 4,9 per cento (raggiungendo un nuovo massimo storico di 56mila dollari) la distribuzione della ricchezza è ulteriormente peggiorata a sfavore dei più poveri.

La cosa poi interessante è che questa disomogeneità della ricchezza non riguarda solo il nord ed il sud del mondo, ma, paradossalmente, anche le nostre stesse società industrializzate. Infatti lo studio dedica particolare attenzione ai Millenials, come si è soliti chiamare coloro che sono nati dopo il 2000. Ebbene il report li definisce la “generazione sfortunata“: “Oltre a essere stata colpita dalle perdite di capitale dovute alla crisi finanziaria globale, questa generazione è stata infatti esposta direttamente alle sue conseguenze: disoccupazione, maggiori disparità di reddito, aumento dei prezzi degli immobili, inasprimento delle norme sulle ipoteche e, in alcuni paesi, aumento significativo del debito studentesco. Rispetto alle generazioni precedenti, avrà inoltre un accesso meno agevole alla pensione“.

Forse stride una po’ questa asciutta analisi numerica in questo periodo natalizio, in cui siamo tutti presi dalla magia del Natale, dalle luci, delle musiche suadenti e dagli acquisti pazzi. Eppure, credo che a ben vedere la celebrazione del Natale non è così distante né altra rispetto alle questioni di cui stiamo discorrendo.

Gerusalemme, nel primo secolo, era una città ricca e prosperosa, certo nulla a che vedere con le grandi capitali dell’impero, centri nevralgici dei commerci e degli scambi economici. E tuttavia, quale piccola capitale regionale di una provincia dell’impero godeva di un certo benessere. Ebbene, quando il Figlio di Dio decide di nascere, non sceglie un luogo ricco e lussuoso: niente Roma, né Alessandria; nemmeno la ricca Gerusalemme faceva al caso suo, bensì la periferica Betlemme, luogo quanto mai minimo ed irrilevante. Potremmo dire che nel Natale celebriamo un Dio che sceglie di abitare le periferie del mondo: non solo quelle fisiche e geografiche (Betlemme anziché Gerusalemme) ma anche esistenziali, umane e spirituali (il Bambino Gesù cresciuto e maturo non disdegnerà di abitare la povertà, l’emarginazione, la malattia, la sofferenza, l’esclusione e la morte). In altre parole la presenza di Dio con l’uomo parte delle periferie della vita, da quanto è considerato marginale, scartato, residuale, inutile e banale. È questo lo stile di Dio che celebriamo nel giorno di Natale, al di là dell’atmosfera, delle nenie, della musica e dei colori. Facciamo memoria di Colui che è nato al confine, che ha trovato dimora tra gli ultimi, nelle banlieue, nei sobborghi, negli hinterland della storia e dell’umanità. Forse possiamo dire che quell’uomo nato nella mangiatoia di Betlemme appartiene a quel 70% della popolazione che si nutre delle briciole che cadono dalla mensa dei moderni epuloni.

Allora forse il Natale non è poi così estraneo a quanto il Global Wealth Report racconta e denuncia. Forse anche per noi la salvezza dell’umanità parte dalla possibilità di abitare le periferie, tutte le periferie, quelle economiche, sociali, esistenziali, psicologiche, relazionali, spirituali ed umane: è da lì che occorre partire se vogliamo fare una degna memoria di quel Bambino che in Betlemme di Giudea ha posto la sua tenda.

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