prego si accomodi

Che la tecnologia sia divenuta una sorta di surrogato della vita reale credo sia una percezione che, bene o male, abbiamo in molti. I rapporti “virtuali”, quelli scambiati sui social, sulle chat e sui mille blog, stanno scalzando i contatti diretti e personali. Questa nuova realtà delle cose sta diventando una evidenza delle nostre giornate, tanto che talvolta si dicono più parole nel “mondo irreale della rete” di quelle che ci si scambia faccia a faccia. E tuttavia non è detto che siamo giunti al culmine di questo fenomeno, se è vero quello che racconta Laura nel suo seguitissimo blog sul Giappone.

L’azienda giapponese di messaggistica istantanea LINE si è inventata un’applicazione per permettere a chi è incinta e desidera sedersi, e a chi siede ed è disponibile a cedere il posto ma vorrebbe farlo con discrezione, senza sbracciarsi, di comunicare a bordo dei treni. Si inserisce la propria posizione nella carrozza, il sedile occupato, per dire il secondo dal fondo. Spiega tutto in dettaglio un servizio alla tv. «Mi vergogno a rivolgere la parola sul treno» confessa un giovane salaryman. «Vorrei cedere il posto, ma a volte è complicato».  «Non mi piace dover attirare l’attenzione mostrando la pancia o il simbolino attaccato alla borsa» lamenta una donna con un bimbo piccolo in braccio.”

Si, avete capito bene: il classico “prego si accomodi” detto mille volte per cedere il posto ad un anziano, una donna incinta o a chiunque ne abbia bisogno, è stato sostituito da una app che si preoccupa di effettuare questa gentilezza senza che le persone coinvolte abbiano l’imbarazzo dell’incontro o dello scambio di qualche parola.  Curioso no? La tecnologia diviene capace di mediare i legami e di “sterilizzare” i contati percepiti come fastidiosi ed imbarazzanti. Il tutto viene così trasformato in un incontro in “punta di dita” in cui il beneficiante ed il beneficiato fuggono ogni irrituale scambio o molesta vicinanza.

Peccato perché in quel “prego si accodi” e “grazie mille” c’era molto di più di un posto lasciato libero: c’era lo sguardo capace di riconoscere l’altro, anche nel suo bisogno e particolarità, c’era l’interesse verso chi vive accanto a noi, c’era una dimensione di cura e attenzione che faceva bene al donante prima di tutto; in quel “grazie”, “prego” c’era l’attestazione di uno scambio gratuito, di un debito di riconoscenza che ci fa sentire meno estranei e più compagni di viaggio nel cammino della vita.

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