quello che c’è in gioco

Mi spaventa il male ma mi spavento molto di più quando le coscienze non lo sanno riconoscere, né additare, né condannare. Il male esiste su questa terra come un drammatico destino, come un evenienza che accade nella nostra vita con tragica fatalità. Ma il male va riconosciuto, va ravvisato tra le cose della vita, senza titubanze, senza compromessi, senza reticenze o tentennamenti. Quando il male è dichiarato e pubblico allora lo si può combattere, si possono prendere le contromisure, si può tentare di contenerlo ed isolarlo. Ma quando esso si infiltra tra le pieghe della coscienza e vi si annida come una morbosa presenza, allora non sai più dove ti può portare, quali limiti puoi oltrepassare, quali drammatiche conseguenze si potranno generare.

La storia l’ha già ampiamente dimostrato: quando le coscienze si sono assopite, per ignavia o per indifferenza, per comodità o quieto vivere, allora ne sono scaturite le cose più orribili… badate… non tutte insieme, non come una frana repentina…no: un poco alla vota, un pietruzza dopo l’altra, sicché il lento ma inesorabile declino non viene percepito nella sua gravità, ma come un piccola concessione, una deroga tutto sommato accettabile al diritto e alla coscienza.

Così quando osservo preoccupato quei 177 uomini fermi su una nave da giorni nel porto di Catania, con una ventina di minori a bordo (per i quali scatta in automatico la protezione internazionale) mi chiedo a che punto del declino siamo arrivati. Mi chiedo perché le coscienze non abbiano un sussulto di rivolta di fronte a uomini usati come merce per un negoziato internazionale. Perché se è pur vero che il disinteresse dell’Europa è vomitevole, questo non giustifica in alcun modo il trattare degli esseri umani come “strumento di persuasione”. L’uomo non è mai “mezzo” ma è sempre “fine”, ce lo insegna da qualche secolo Kant, senza voler disturbare sapienze ed insegnamenti più antichi.

Se la protesta verso gli stati europei è legittima e doverosa, il trattenere esseri umani come ostaggi, in evidente collisione con i diritti fondamentali dell’uomo, i trattati internazionali firmati ed il più semplice buon senso umano è qualcosa che resta come un vulnus della nostra cultura, di chi siamo ed in quale società vogliamo vivere.

Stiamo davvero attraversando tempi cattivi, tempi in cui le urla e l’incattivimento collettivo rischiano di sopire le coscienze, di renderle inette e lasche, insensibili alla sofferenza e al dolore, in balia di risentimenti e rabbie. Sono tempi in cui occorre resistere, mantenere vigile la propria interiorità, custodire il senso delle cose e dei valori.

È tempo di una resistenza pacifica ma ferma, in cui il male va chiamato con il proprio nome, senza farisaiche parafrasi, senza condiscendenti compromessi, senza codardi silenzi.

In gioco non c’è la vita di quei 177 disgraziati; in gioco c’è la nostra dignità umana.

 

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