uno spartiacque

La sofferenza genera una sorta di effetto spartiacque: crea un “prima” ed un “dopo”. C’è stato un tempo che precede il dolore e la fatica ed uno che le segue. È chiaro questo processo di “rottura”, come se il tempo della tua esistenza sia stato radicalmente segnato da quell’evento e quello che sei diventato “dopo” che la malattia ti ha segnato, non sia la semplice prosecuzione di come eri prima che il dolore ti affliggesse.

È normale quindi che tra questo tempo “prima” e quello “dopo” nasca un naturale confronto. Spesso questo assume i tratti del rimpianto, per quanto abbiamo irrimediabilmente perduto e smarrito. Si genera così un sentimento di malinconia ed il desiderio che quanto perduto possa essere prima o poi in qualche modo recuperato. Resta il fatto che questo sguardo retrospettivo è sempre fonte di ulteriore dolore e rammarico, che acuisce la fatica che uno già sta attraversando. Il passato sta lì davanti ai nostri occhi quasi come un accusa della maledizione che ci ha raggiunti. Esso ci condanna, ci espone ad una penosa punizione, come una rappresaglia o un castigo per quanto è successo.

Anche il salmista (vedi ad esempio lo straordinario salmo 76) è costretto a passare attraverso questa “porta stretta” della sofferenza e della conseguente perdita di ciò che era prima. Egli, ammirando i tempi passati, si interroga sul beneficio di cui ha sempre goduto e sulla sua dolorosa assenza nel tempo presente. Il cruccio non è solo per la sofferenza di oggi ma per il timore che il bene di un tempo non verrà più rinnovato:

“Forse Dio ci respingerà per sempre,
non sarà più benevolo con noi?
È forse cessato per sempre il suo amore,
è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la misericordia,
aver chiuso nell’ira il suo cuore?”

Ecco quindi che nel dolore il passato sta lì, immobile davanti ai nostri occhi, come l’attestazione della nostra disperazione.

L’uomo di Dio però giunge ad una conclusione differente: egli testimonia che al passato è possibile guarda con occhi diversi. Egli infatti mira alle gesta di un tempo come una promessa per il domani, come un appiglio per la propria speranza. È proprio osservando alla “felicità che fu” che egli sa riconoscere l’attendibilità della Vita e la sua affidabilità anche per i giorni che verranno. Il passato di gioia è per lui una pietra: non quella di paragone, che lo porterebbe a condannare l’oggi, ma la pietra su cui fondare la propria speranza e la promessa di una vita buona.

Durante i tempi di sofferenza, il passato stà lì davanti ai nostri occhi con la sua carica di enigma e di provocazione: esso può essere la condanna per l’oggi o il fondamento della promessa per il domani.

Ho l’impressione che la parola speranza, talvolta, abbia più a che fare con lo sguardo con cui guardiamo ed interpretiamo il passato che con il ciglio con cui miriamo al futuro.

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