non è un paese per famiglie

Non siamo un paese per famiglie. Non lo siamo stati in tutti questi anni passati e non lo siamo neanche dopo i recenti provvedimenti governativi a sostegno del reddito e a contrasto della povertà dilagante in ampie fasce della popolazione. Manca il riconoscimento sociale dei legami di sostegno reciproco che si istituzionalizzano nel contratto matrimoniale o che restano più “liberi” nei legami di convivenza. In entrambi i casi la scelta di “metter su casa” e, ancor più, di fare figli, è una opzione economicamente poco vantaggiosa, anzi, per certi aspetti, addirittura penalizzante.

Nonostante tante promesse ed annunci, da una parte e dall’altra, il nostro non è un fisco amico delle famiglie: vivere da solo o sperimentare forme di fidanzamento “a distanza” sono sicuramente forme fiscalmente assai più furbe e remunerative. Lo testimonia il fatto che, a detta di molti avvocati matrimonialisti, molte separazioni sarebbero fittizie e mosse dal solo intento di pagare meno tasse. Non è difficile individuare i motivi di queste decisioni: una coppia con figli che si divide può ridurre l’ammontare delle tasse sul reddito più elevato; attraverso il finto assegno di mantenimento ottiene detrazioni più alte per i figli a carico; ha la possibilità di abbattere le tasse sulla seconda casa, ma anche di pagare minori imposte sui rifiuti. Senza contare poi il fatto che è possibile ottenere una serie di agevolazioni sui ticket per le mense scolastiche o godere di una fascia inferiore per il calcolo delle tasse universitarie o dei ticket sanitari. Ci si avventura in quella foresta poco nota e poco trasparente delle dichiarazioni ISEE fasulle, che alimentano una politica sociale spesso squilibrata rispetto ai veri bisogni. Se poi proprio non ci si sposa i vantaggi rischiano di essere ancora maggiori.

Il nostro è un fisco che predilige i single e coloro che amano vivere da eterni fidanzati, senza alcuna convivenza ufficiale e tanto meno figli. La situazione ahimè non è migliorata nemmeno con la recente approvazione del reddito di cittadinanza: anche in questo caso le disparità restano intaccate e si continua sulla strada tracciata anni or sono.

In fondo il messaggio che lo Stato, volente o nolente, trasmette ai suoi cittadini è assai chiaro: meglio vivere da soli, anche nel caso si abbia una relazione affettiva significativa; i figli è meglio farli risultare lontano da un nucleo familiare e, se possibile, conviene non avere famiglie troppo numerose. In altre parole lo Stato costringe chi vuole “mettere su casa” a fare una scommessa insensata e sicuramente anti-economica. Chi oggi accoglie una nuova vita è ben consapevole che il suo tenore di vita peggiorerà assai velocemente, che la sua disponibilità di spesa si contrarrà con uguale velocità e che, in fin dei conti, subirà un processo di evidente impoverimento, per lo meno sotto il profilo economico e finanziario.

Oggi occorre essere dei folli o dei profeti per mettere al mondo dei figli, in quanto tale scelta, dall’indubbio valore sociale e comunitario, verrà, per così dire, “pagata” solo dai singoli, mentre il resto della comunità civile ne godrà indirettamente i vantaggi. Non male come principio: privatizzare gli oneri e condividere i benefici. Stiamo tutti assistendo, infatti, ad una drammatica crisi demografica che rischia di compromettere la tenuta sociale e la sostenibilità di molti degli istituti sociali (previdenza, assistenza sanitaria, etc.). È solo grazie al contributo alla natalità della popolazione immigrata se l’Italia non è ancora caduta nel baratro della crisi, come sta ad esempio avvenendo in Giappone. È chiaro tuttavia che una situazione del genere non è sostenibile a lungo e che se non cambieranno velocemente le politiche familiari, rischiamo tutti non solo l’irrilevanza culturale ma anche la vera e propria estinzione del nostro popolo. Quando la percentuale della popolazione anziana diviene eccessivamente maggiore di quella giovane, si attivano dinamiche disfunzionali che rendono i conti dello stato di fatto ingestibili: troppe pensioni da erogare rispetto ai contributi, un eccesso di spese mediche, un aggravio di spese di accudimento riversate su una popolazione giovane che non riesce a portarne il peso.

Tutto questo evidentemente in barba al dettato costituzionale che all’articolo 31 prevede: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.” Al momento parole non completamente attuate e in attesa di una loro piena applicazione.

È chiaro che il problema qui non ha una origine solo economica, legata alla insufficienza di risorse da stanziare a questo scopo. Temo che la causa affondi le sue radici assai più in profondità ed attenga alla idea individualistica e, permettetemi, un po’ narcisistica, che la nostra cultura alimenta e sostiene. Il main-stream culturale enfatizza il valore dell’individuo, delle sue libertà e dei diritti di cui gode, ma lascia in secondo piano la natura intrinsecamente relazionale e comunitaria delle persona umana. Non si dà essere umano pieno e maturo al di fuori di una comunità di affetti, di una rete di legami che, non solo sostengono la sua crescita, ma che permettono l’individuazione personale e l’identificazione culturale. I nostri legami, sia essi familiari, amicali o di reciproco sostegno, non sono adesivi appiccicati all’identità umana come accessori, apprezzabili ma superflui; essi appartengono in realtà a quello scheletro interno che ci sostiene e ci struttura, definiscono la nostra identità e rispondono alla domanda, tanto semplice quanto radicale “chi sono io?”.

Forse allora riscoprire e valorizzare l’implicita ed ineliminabile dimensione relazionale e quindi sociale di ogni uomo, è forse la cura migliore per sanare questa società così malata di egotismo e di individualismo. E forse anche l’antidoto per contrastare certe spinte economiche che rischiano di non portarci molto lontano.

 

Questo mio articolo è stata pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

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