digiuno

Certe parole ci fanno venire l’orticaria, delle belle bolle sulla pelle, degli eritemi dolorosi e diffusi. Sono parole che feriscono la nostra sensibilità, che suonano come delle minacce, degli attentati alla nostra maturità ed indipendenza. Una di queste, secondo me, è la parola “digiuno”.

Alzi la mano chi non storce il naso quando la sente pronunciare! Chi propone oggi l’esperienza del digiuno, della rinuncia o della privazione? Forse solo qualche guru indiano, qualche eremita sperduto o qualche monaco di clausura…Per gli uomini “normali”, abitanti di questo opulente occidente, la parola digiuno è un termine bandito, rifiutato, cancellato dal vocabolario.

D’altra parte siamo sottoposti tutto il giorno a continue sollecitazioni a consumare, a comperare, a mangiare, ad acquistare, così che l’invito al digiuno suona davvero non solo una voce minoritaria e controcorrente, ma addirittura blasfema. Eppure penso che questa irritazione verso il digiuno abbia qualcosa a che fare con il modo con cui viviamo il nostro desiderio. Forse è l’esperienza del desiderare, o meglio il modo con cui oggi attraversiamo questa esperienza, che collide con l’esperienza della rinuncia.

Ai nostri occhi, un po’ superficiali e sbrigativi, l’esperienza del digiuno diventa la negazione del desiderio, il suo opposto e la sua cancellazione. Se hai fame e non mangi, stai negando il tuo bisogno ed il tuo desiderio di cibo. Se desideri, non puoi accettare quelle scelte che limitano questa tua pulsione. Dire di no ad un desiderio è allora un modo per tradire quello stesso desiderio e non riconoscerne il valore e l’importanza per la nostra vita. In fondo il pensiero che ci guida è un po’ questo: fai ciò che senti, placca i tuoi appetiti, soddisfa i tuoi desideri, asseconda le tue voglie.

Non dico che questo sia necessariamente sbagliato, ma solo che questa mentalità, così diffusa e pervasiva, individua solo una modalità di onorare il bisogno, trascurandone molte altre. Perché forse sembrerà strano, ma anche procrastinare o differire la soddisfazione di un desiderio è un modo per rispettare e celebrare quel desiderio. Allo stesso modo con cui scegliere liberamente di astenersi da una voglia o da un impulso è un modo altrettanto lecito e fecondo per riconoscerne il senso ed il valore nella vita.

Non è solo mangiando che si può onorare la fame ma, paradossalmente, anche digiunando o ponendo un limite al nostro appetito bulimico. Dire: “Adesso basta! Mi fermo qui! Questo mi è sufficiente!” non è rinnegare quel bisogno… tutt’altro…

Orientare il nostro desiderio, guidarlo, sapendo quando assecondarlo e quando differirlo, è un modo per strutturare il nostro desiderare e non vivere una dipendenza dannosa e pericolosa.

Anche il digiuno è un modo per celebrare la fame che anima il nostro corpo, tutti i giorni e a tutte le ore. Digiunare significa non riconoscersi schiavo di quel bisogno, saperlo gestire e articolarlo nel tempo. Fare digiuno è il modo che abbiamo non per rinunciare al cibo ma per istituire con esso un rapporto salutare e benefico per la nostra vita.

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