chi stiamo diventano? ripresa…

Ho apprezzato questo intervento di Enzo Bianchi (QUI trovate il testo integrale) perché penso abbia colto un punto essenziale e centrale di questa apparenze “mutazione antropologica” in corso.

Mi spiego: mi pare normale, e addirittura fisiologico, che ci riguardo il tema delle immigrazioni ci possano essere sensibilità e prospettive differenti. È chiaro che di fronte ad un fenomeno così complesso e strutturale non ci siano ricette preconfezionate e certe e che ciascuno attinga al proprio bagaglio valoriale per mettere in campo strategie e soluzioni differenti. Così ci sarà chi opta per una solidarietà più aperta ed inclusiva ed altri che riterranno più opportuno una accoglienza più attenta e selettiva, altri ancora che invece rifiuteranno una qualunque forma di integrazione.

Non dico che siano tutte posizioni eticamente accettabili, ma solo che posso comprendere che ciascuno abbia ricette differenti, più o meno condivisibili.

E tuttavia quello a cui abbiamo assistito è qualcosa di assai diverso e di più inquietante. Se posso comprendere che “sulla carta” ci siano opzioni diverse, mi lascia invece turbato l’indifferenza, per non dire la violenza, di fronte al volto concreto di un uomo in difficoltà. Durante i recenti episodi di cronaca non si trattava di partecipare ad un simposio sul tema delle immigrazioni ma di decidere la sorte di uomini in carne ed ossa, corpi concreti e provati, di essere umani che avevano fatto un lungo e faticosissimo viaggio. È un po’ come imbattersi in uno che è andato fuori strada: può essere che sia ubriaco, o sotto effetto di droghe, che sia stato sbadato o imprudente (insomma che sia andata a cercarsela), ma, di fronte ad una persona in difficoltà, prima prevale l’istinto alla compassione e solo poi quello al giudizio.

Mi sconcerta il fatto che di fronte a quelle persone (mi permetto di dire “fratelli”, perché figli della medesima Vita) si riesca a mostrarsi non solo indifferenti, ma addirittura ostili ed aggressivi. Che cosa impedisce quell’istinto naturale alla solidarietà umana, quella compassione che scatta spontanea di fronte ad un simile in difficoltà, quella involontaria empatia dei sentimenti che si origina dal fatto che possediamo tutti il medesimo DNA?

Ecco quindi che la domanda “Chi stiamo diventando?” mi sembra assai azzeccata. Non chi diventeremo se ci lasceremo “invadere” da queste genti, ma chi stiamo già diventando, come ci stiamo trasformando, in cosa stiamo mutando. Questa è la domanda su cui dovremmo tentare di dare una risposta, perché non riguarda la gestione di un fenomeno “esterno”, quanto i tratti essenziali della nostra identità, i valori che ci animano, lo stile del nostro stare al mondo, il modo concreto con cui rispondiamo alla domanda “chi sono io? E chi sei tu?”

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