gratitudine e gratuità

Non è la prima volta che mi capita di ascoltare una parola (apparentemente in modo casuale…) che pare capace di illuminare quello che mi frulla dentro da un po’ di tempo.

È accaduto stamattina con le parole del Vangelo di Luca:  «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». Questa sentenza in realtà completa un racconto ancora più duro ed esigente:  «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? ».

È vero: c’è molta asprezza in queste parole! Vi è un padrone che pare ingrato verso la fatica e la dedizione dei suoi servi. L’impegno di questi ultimi è “dato per scontato”, come un fatto dovuto e per cui manco dire grazie. C’è come una vena di crudeltà negli occhi di quel padrone, incapace di vedere e apprezzare il sacrificio dei suoi servitori, come se tutto gli dovesse essere garantito in nome della sua posizione.

Eppure quell’apparente assenza di gratitudine nasconde un valore assai più bello e profondo: quello della gratuità. Ai servi non è chiesto di concentrarsi sul quel “grazie” che non arriva ma sul “gratis” che deve animare il loro servizio. Sentirsi servi inutili non significa maturare la consapevolezza di non valere nulla o di fare cose vane, bensì riconoscere che è la gratuità che muove le nostre mani ed il nostro cuore e che il motore dei nostri gesti non si identifica con la riconoscenza o la gratitudine.

Penso davvero che la “porta stretta del rifiuto” (come scrivevo ieri) possa essere attraversata in nome di questa gratuità che è chiamata ad abitare le nostre relazioni. Solo se sappiamo vivere con lo stile del “gratis” possiamo tollerare le frustrazioni dei “grazie” che non arrivano o che paiono insufficienti.

Amare, prendersi cura degli altri, sperimentare un sentimento di dedizione significa fare propria questa logica del “servo inutile”, ossia di colui che sa esserci senza nulla pretendere, nulla recriminare, nulla rivendicare.

Scrive Gibran nel suo “Il Profeta”: “E vi è infine chi dona senza pena, e non cerca gioia né si cura della virtù; È come il mirto, laggiù nella valle, che sparge nell’aria il suo profumo. Dio parla attraverso le mani di costoro e dietro i loro occhi Egli sorride alla terra

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