Leopardi ed il COVID

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Riconosciamo tutti in questo famosissimo incipit, quella straordinaria poesia che è l’Infinito di Leopardi. Sono forse alcuni versi che ricordiamo da antichi studi scolastici e che ci sono rimasti impressi in modo indelebile nella memoria.

Il poeta siede sulla collina di Recanati e osserva davanti a sé una siepe che gli impedisce di guardare oltre: quel manto erboso si pone come un limite alla sua vista e alla sua contemplazione del paesaggio. Ed è proprio qui che accade il miracolo: lo sguardo che si scontra sul verde delle foglie diventa come il trampolino per andare oltre, per oltrepassare quelle barriere e per abitare quell’oltre che non è visibile all’occhio:

“Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.”

È strana l’esperienza del poeta: quel senso di limite visivo, che avrebbe potuto significare prigionia, costrizione e frustrazione, in realtà propizia un’apertura imprevista ed inattesa: lo spazio si dilata, il silenzio sovraumano assorda le sue orecchie ed una sensazione di quiete rapisce il suo cuore. Avviene una sorta di ribaltamento inatteso delle cose: il limite cessa di essere una barriera e si trasforma in una pista di decollo verso l’Infinito.

Ma non è solo il senso della vista a sperimentare questa inversione percettiva: anche l’udito partecipa al miracolo:

“E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando”

Anche il vento, che naturalmente è silenzioso e muto, acquista una voce grazie al suo “scontro” con un limite: quello delle piante sui cui inciampa nel suo cammino. La presenza degli alberi, che parrebbero impedire il libero fluire del vento, in realtà gli danno voce e melodia, suono e musica, sicché voce e silenzio dialogano, si incontrano, vibrano dello stesso Mistero.

“e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare”

Ecco dunque che il limite visivo ed uditivo si trasforma in quella straordinaria esperienza che è il naufragio nell’Immensità delle cose, del mondo e del tutto.
Pensavo a questa magnifica poesia del Leopardi riflettendo su questo strano e doloroso tempo di pandemia. Anche a noi è stata imposta una fastidiosa esperienza del limite: siamo stati limitati nel muoverci, nell’incontrarci, nel toccarci, nell’avvicinarci e nel riunirci. La parola “limite” è quella che ha maggiormente accompagnato questi giorni lenti e faticosi: tanti spostamenti proibiti, tanti abbracci negati, tanti contatti vietati, tanti avvicinamenti preclusi. In sintesi molta libertà limitata.

Eppure anche per noi, come per il poeta, il senso del limite che ci ha abitato ci interroga e ci interpella, ci provoca e ci disorienta: che senso ha avuto? Cosa ha significato? Che cosa dice di noi uomini? Cosa vuol dire esserci tutto d’un tratto scoperti limitati e fragili, esposti e vulnerabili? Certo ci ha restituito la misura equilibrata e realistica del nostro valore, silenziando tante voglie e pretese di onnipotenza. Ma forse, in quel limitare, ci potremmo scoprire qualcosa di assai più prezioso e inatteso.

Il limite, ogni limite, possiede questo tratto doloroso e irritante; ci provoca frustrazione e insofferenza, ferisce il nostro desiderio di libertà assoluta e di potenza smisurata. Ma, proprio come accaduto al giovane Giacomo, il limite può trasformarsi in un trampolino, in uno slancio verso l’oltre, in una nostalgia di infinito e di vastità. Forse è solo facendo l’esperienza urticante del limite, che gustiamo la nostra fame di infinito, il nostro bisogno di ulteriorità: non è tutto qui, non è tutto ora, non è solo tutto questo.

Il limite che affrontiamo nella nostra vita può rappresentare il carcere che ci imprigiona o la pista di decollo che ci porta altrove.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio di LodiVecchioMese

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