“ti penso”…

Sarà l’età che avanza o la crescente percezione del proprio limite, fatto sta che mi ritrovo sempre più frequentemente a dover riconoscere che le persone spesso le puoi accompagnare solo con il pensiero.

Non è pigrizia o poca convinzione, ma la constatazione che talvolta la vicinanza ed il sostegno che possiamo esprimere faticano ad oltrepassare quella che chiamerei la “custodia del cuore”.

Ci sono occasioni nella vita in cui ti offerta la possibilità di giocare un “ruolo in prima linea”: puoi cambiare le cose (o almeno provarci), influenzare le situazioni, insomma fare la differenza

Con il passare del tempo questi “sprazzi di potere” diventano sempre più rari. Al contrario, sei chiamato a convivere con una dimensione più modesta e povera della tua capacità di cura: la tua tanto vantata efficienza si deve accontentare di qualcosa di assai piccolo e debole.

C’è un’espressione che sempre più spesso esce dalla mia labbra e che tradisce questa nuova consapevolezza: “ti penso”, “ti ricordo” e “sei nei miei pensieri”.

C’è molto in queste semplici parole, le quali raccontano assai di più di quello che pare. Come dicevo, c’è anzitutto l’ammissione di un senso di impotenza, la constatazione di non poter fare di più, la confessione di un raggio di influenza assai ristretto.

Ma in quella dichiarazione di limite c’è anche la forza di un legame, la testimonianza di un vincolo, la proclamazione di un affetto

“Ti penso” è la promessa di una vicinanza, l’impegno di una cura, la benedizione di una presenza calda anche se distante. “Ti penso” è, da una parte, l’ammissione di uno iato, di una distanza e di una presenza negata; dall’altra, è l’appello ad una connessione profonda, capace di raccontare una presenza pur nell’assenza, di esprimere affetto pur nella lontananza, di garantire cura, anche quando non sembra.

C’è, allo stesso tempo, “tanto” e “poco” in quella frase; è uno strano connubio di povertà e ricchezza, di testa e di cuore, di voglia di esserci e l’impossibilità a farlo.

Un pensiero su ““ti penso”…

  1. Chi come me ha superato i 60 anni, non può non sentirsi radiografato da questa descrizione e riflessione.
    Anche se la necessità della vita e del lavoro ti stimola ad interventi che ti permettono di lasciare ancora qualche segno, mantenendo ancora in riserva la spia che con l’esperienza maturata i tuoi interventi possano diventare più efficaci, in realtà senti crescere un forte senso del relativo: relativo il fare, relativi i pensieri, relative le parole, relativi i legami, relativo il tempo, relativo io.
    “Relativo” non ha una valenza negativa. È un mettersi in ricerca di un’importanza nuova del fare, delle parole, delle azioni, dei legami, del tempo, di me, in relazione a. A che cosa? In relazione a qualcosa di non relativo, a qualcosa di assoluto, di eterno. Solo l’Amore di Dio, che legge la verità delle mie parole, dei miei pensieri, azioni , legami, del mio tempo, del mio cuore , solo l’Amore di Dio può riempire di efficacia i miei “ti penso”, “ti auguro ogni bene”, “sono con te”, “sentimi vicino”, “prego per te”. E ti riconosci samaritano, anche se nessuno lo vede, spesso neppure io stesso. Perché io sono solo intermediario. La garanzia non è più nell’energia della mia giovinezza, ma, molto più affidabile, nell’intimità con un Dio che ha il vizio di amare da dio.

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