Pensieri e Silenzi

le ninfee di Monet

Penso conosciate tutti quei straordinari dipinti di Monet in cui l’artista ritrae il giardino con le ninfee del piccolo paesino di Giverny, dove il pittore visse diversi anni della sua vita. Lo stile impressionista di Monet ha reso quei quadri dei capolavori assoluti, celebri e immediatamente riconoscibili per le piccole pennellate sulla tela che donano al dipinto il suo caratteristico aspetto.

La cosa curiosa è che Monet rappresentò svariate volte quel piccolo pezzo di Francia e quell’angolo di natura che, benché suggestivo ed affascinante, non era poi così diverso da molti altri giardini simili.

Quindi da dove nacque questa passione per le famose ninfee? Perché Monet sentì il bisogno di fare vari tentativi, varie riproduzioni del medesimo soggetto?

Certo ogni arte richiede ripetizione e ripresa, affinché la tecnica possa affinarsi e la mano dell’artista prenda confidenza con il soggetto ritratto. Eppure penso che questa produzione così numerosa non possa spiegarsi solo con questo esigenza di affinamento. Forse c’è dell’altro e qualcosa di più radicale e serio, che, a ben vedere, non riguarda solo la pittura di Monet, ma appartiene ad ogni espressione artistica, compresa la parola.

Ci viene in aiuto il nostro “amico” Heidegger che ci ricorda che la verità (esattamente come è la verità rivelata da un dipinto, da una poesia, da un brano musicale) è sempre un atto di svelamento (aletheia, per chi mastica un po’ di greco..). Ogni verità si genera dall’atto di un disvelarsi, letteralmente l’atto di togliere un velo. L’arte partecipa di questo movimento ed ogni sua espressione è in fondo un disvelamento del reale. La cosa singolare che faceva notare Heidegger è che la parola rivelazione assume (anche nella lingua italiana) un doppia accezione: essa indica, allo stesso tempo, il togliere il velo ma anche il rimetterlo. Quando ri-velo può significare che tolgo un velo o che un velo lo rimetto. Intuizione profonda!

Quello che Heidegger vuole dire, per non farla troppo lunga, è che ogni parola, ogni immagine, ogni gesto che tenta di “rivelare” il mondo, allo stesso tempo lo sta celando. Mentre rivelo, contemporaneamente lo nascondo, appunto lo “velo nuovamente”. Come dire: non c’è parola o immagine capace di dire la verità delle cose, senza, allo stesso tempo, istituire una distanza tra essa e la realtà. La parola rivela ma allo stesso tempo dichiara la sua incapacità di dire tutto. Ecco: mostra e nasconde, palesa e occulta. Che cosa straordinaria!

Se ci pensate è davvero così: quando dite il vostro amore per una persona, nell’istante stesso in cui lo esprimete, vi rendete conto che quell’amore non può essere detto in pienezza dal vostro dire. Dire “ti amo” è un atto che mostra l’amore ma allo stesso tempo certifica l’impossibilità di dire tutto l’amore che avete dentro.

Temo che questo sia un po’ il segreto delle ninfee di Monet: attraverso ogni dipinto l’artista, rivelando la bellezza del giardino, ne coglie anche la intrinseca “ulteriorità”. Quel quadro è incapace di “rivelare”  tutta la bellezza delle ninfee ed ecco che un secondo (un terzo, quarto..) tentativo si rende necessario…

A bene vedere i tanti quadri di Monet non sono lì a testimoniare la passione dell’artista per le ninfee, ma l’essenza “imprendibile” delle cose che ci stanno attorno.

Parole di carta

parole sparse

Scrivere poesie oggi può apparire un gesto inusuale, controcorrente, forse addirittura eretico. In un mondo che apprezza e promuove solo quanto è efficiente, produttivo e funzionale, scrivere versi suona come una contestazione del mainstream culturale ed una violazione di codici e valori consolidati nel tempo e ampiamente condivisi. Eppure il verso del poeta mi ricorda tanto il grido di quel bambino che, nella nota favola di Andersen, urla che “il re è nudo!”: egli ricorda e proclama una verità che è, apparentemente, sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi sono disposti a riconoscere ed onorare.

Scrivere i versi di una poesia significa compiere una precisa scelta di campo e si decide di osservare il mondo da una singolare prospettiva: quella, per dirla con Sant’Agostino, che preferisce abbandonare la logica dell’utor per abbracciare quella del fruor. Il poetare, infatti, esige di rinunciare ad ogni pretesa performativa sulla realtà e sceglie di accogliere il manifestarsi della vita nella sua eccedente semplicità. Ogni poesia è accoglienza, attesa, accadimento, disponibilità ad abitare gli spazi dell’esistenza come luoghi gratuiti e affascinanti, indisponibili e misteriosi. La poesia è lasciar accadere, è onorare la vita nella sua nuda fattualità; è silenziare ogni rivendicazione di controllo, di produttività, di dominio, per entrare docilmente nello spazio della gratuità e della libertà.

(tratto dalla mia prefazione alla raccolta di poesie di Katuscia Fiorenza Pontilunghi “Parole sparse. Sguardi“, edizioni Montedit, 2021)

Affetti e Legami

io sono tuo…

A volte le parole fanno la differenza. L’ho pensato questa mattina durante il matrimonio di Lorenzo, che, dopo un anno di rinvii dovuto alle note ragioni, è riuscito a convolare a nozze con la sua sposa.

Il Cantico dei Cantici è un classico dei matrimoni: la poesia dei suoi versi e quella passione così umana e carnale che attraversa le sue pagine fanno di questo libro un inno all’amore sponsale, capace di parlare assi più di tanti trattati teologici.

Una frase mi ha colpito del testo letto: “Io sono per il mio amato e il mio amato è per me”. Che meraviglia! Mi chiedo se alla fine non stia tutto qui l’amore tra l’uomo e la donna: quell’appartenersi che ti porta a spossessarti di te stesso per essere pienamente dell’altro…Amarsi significa dirsi “sono tuo, non mi appartengo più, quello che prima consideravo un tesoro per me, ora diventa un dono da condividere con te”. Sono parole dolci e delicate ma nascondono, sotto il loro manto grazioso, le aspre spine che ogni vero amore comporta ed esige. Essere di qualcuno è un atto duro, spesso doloroso, che chiede impegno e dedizione, volontà e fede. È quell’atto  mistico e divino che sa vincere il gesto naturale ed istintivo all’autoconservazione che ciascuno di noi si porta dentro.   

Dicevo della differenza che fanno le parole: oggi va molto dire che due “stanno insieme”. Bello. La forza della compagnia, della condivisione, dell’intesa, pure della complicità. Eppure quanto quello “stare insieme” suona incapace di dire la profondità dell’amore. C’è forse un abisso tra lo stare insieme e l’appartenersi. Il primo dice di un gesto nobile e profondamente umano, generoso e capace di solidarietà. Eppure “io ti appartengo” disvela una movimento vitale assai più radicale e profondo. L’appartenersi, per restare su un’immagine cara al Cantico, è come un sigillo posto sulla carne, come un suggello che marca indelebilmente il cuore rendendolo per sempre di qualcuno.

“Io ti appartengo” è una frase che apre alla vocazione eterna dell’amore, alla sua totalità inebriante, alla sua fedeltà creativa e alla sua inesauribile generatività.

È quello che auguro di cuore a Lucrezia e Lorenzo.

Parole d'autore

canta il sogno del mondo

Ama,
saluta la gente,
dona, perdona,
ama ancora  e saluta
(nessuno saluta nel condominio,
ma neppure per via).
Dai la mano,
aiuta, comprendi,
dimentica
e ricorda solo il bene.
E del bene degli altri
godi e fai godere.
Godi del nulla che hai,
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco – se necessario –
dividi.
E vai,
leggero dietro il vento e il sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta,
saluta tutti:
il nero, l’olivastro e perfino il bianco.
Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi si contendano d’averti generato.

David Maria Turoldo

Pensieri e Silenzi

i nostri demoni

Alcuni di noi si portano dentro paurosi demoni con cui sono chiamati a fare i conti ogni tanto. Restano sopiti in qualche angolo oscuro dell’animo finché un giorno,  in modo improvviso e repentino, riprendono forza e vigore, rialzano la testa ed iniziano una lenta ma tenace opera di colonizzazione. Sono abili sequestratori dei tuoi giorni e del tempo che la vita ti regala: come astuti banditi si appropriano delle ore che scorrono, dei progetti che avevi in mente; essi limitano il tuo spazio vitale e riducono il vasto orizzonte dei tuoi sogni ad una stanza angusta e buia, calda e maleodorante.

È una convivenza faticosa ed esigente: ti illudi di aver trovato un punto di equilibrio, una intesa ragionevole, un compromesso da uomini di parola, ma ti accorgi presto che ogni tentativo per silenziare la loro presenza è solo tempo perso, un gesto nobile ma ahimè inutile e passeggero, incapace di proteggerti da futuri rischi e minacce.

È l’imprevedibilità la vera arma vincente di questi strani esseri che, come morosi inquilini, occupano abusivamente la tua anima: senza alcuna buona ragione né sufficiente preavviso si svegliano dal loro insano letargo, senza lasciarti alcuna ragionevole via di fuga né scappatoia. L’aggressione è veloce e precisa, efficace e fulminea, sicché resti come spaesato ed impreparato al loro inatteso attacco. Perdi l’equilibrio, smarrisci il senso del tempo, sfumano anche quegli elementari punti di riferimento che definiscono la tua presenza al mondo.

Alcuni di noi combattono lotte che restano sconosciute ai più, silenziose battaglie che lasciano dolorose cicatrici nel corpo e nell’anima. Ci sono combattimenti che sfuggono ad uno sguardo superficiale e sommario, conflitti tanto intimi e privati per cui nemmeno esistono parole per dire…Ci sono guerre atroci e spietate che si celebrano sotto pudici veli di normalità, guerre cruente, dall’esito sempre incerto, che, come mine ben sepolte, ti obbligano a procedere con cautela, talvolta con paura, sempre con un radicale senso di precarietà.

Affetti e Legami

sono giunto ad un punto…

Sono arrivato ad un punto della mia vita in cui sento di non avere più tempo né pazienza per stare dietro alle persone inutili, a quelle che ti fanno solo perdere tempo, a quelle che ti caricano di falsi problemi, quelle con cui giri a vuoto, con cui non fai presa sul terreno, che non ti portano da alcuna parte. Non ho più voglia di compiacere le attese e le aspettative che gli altri hanno nei miei confronti. A che pro?

Non so: forse è la percezione che ho più anni vissuti di quelli che mi attendono da vivere, sarà che con l’età diminuisce la pazienza verso le persone tediose e futili; sarà pure che la maturità ti concede il dono di capire a pelle chi sono i compagni di viaggio meritevoli di amicizia.. fatto sta che mi scopro giorno dopo giorno assai insofferente verso coloro che non hanno nulla da dire alla mia esistenza. Sono quelle persone la cui presenza o assenza lascia tutto come prima, che non fanno alcuna differenza, che non spostano la bilancia delle cose, che non mi fanno propendere per alcuna decisione.

Sono arrivato ad un punto in cui si diventa naturalmente selettivi con le persone, in cui la soglia tra amicizia e conoscenza risulta ben marcata e profonda: ai primi sei disposto a dare tutto: ai secondi solo quello che è strettamente necessario per una pacifica convivenza.

Forse tutto questo nasce dalla consapevolezza che l’amicizia è qualcosa di serio e profondo, di vitale e di radicalmente necessario; comprendi che l’amico è come l’aria che respiri, il terreno su cui metti il piede, il sole che illumina e scalda. Ecco perché fatichi ad accontentarti di banali surrogati, di futili rimpiazzi, di grigie controfigure. Perché accontentarsi della mediocrità quando puoi sperimentare la gioia della pienezza.

Sono arrivato a questo punto in cui si impara a star bene anche da soli, se non si trovano le persone giuste con cui condividere i giorni; in cui la solitudine non è isolamento ma radicamento nell’essenziale, accesso alla sorgente delle cose, capacità di vivere liberi e riconciliati.

È il tempo in cui guardi la vita con sano disincanto e con appassionato coinvolgimento, con cinica disillusione e con partecipata empatia: la differenza la fa chi ti trovi davanti, chi incroci lungo la via, chi si siede alla tua mensa.

Parole d'autore

come se non fossimo mai stati…

Un giorno moriremo entrambi,
l’uno lontano dall’altra,
e nessuno si ricorderà più di noi.
Nessuno.
Nessuno si ricorderà
del nostro tempo insieme,
così breve, così eternamente breve,
da sembrare una vita.
Un giorno, non ci saremo più,
e chi si ricorderà di noi?
dei nostri primi giorni,
di te, di com’eri fragile e bianca,
e di me, che non parlarne è meglio?
Nessuno.
Un giorno, questo è certo,
non ci saremo più,
e chi potrà ricordarsi
del nostro piccolo mondo insieme?
così caldo, eppure così freddo,
così leggero, eppure così difficile
da levarsi di dosso?
Nessuno.
Solo io e te, ora, possiamo ricordare,
dopo di noi, nessuno. E sarà
come se non fossimo mai stati.

Pablo Neruda

Parole di carta

a strategy to heal

“Face, hands, space” are the three slogans that the British government used in the virus prevention campaign: the face is to be carefully covered with the mask, the hands are to be sanitized constantly and the distance is to be maintained between neighbors. Face, hands and space have become the new boundaries of our lives, the trenches where we defend ourselves from the advance of the invisible enemy. I wonder, however, whether face, hands and space can indicate, at the same time, a possible healing strategy, the path to live our time in peace and serenity.

The masks we all wear does not only protect us from the infection of the virus but, at the same time, hide our faces behind a sad anonymity. The mask makes us safer but also more inexpressive and insensitive. This flap of cloth certainly prevents the transmission of the droplets but, at the same time, it deprives us of the emotions that emerge from the face of the others and of that inner reality which the gaze interprets. The face can turn into a therapeutic indication, a strategy to heal our senses exacerbated by the relational effects of the virus. Learning to see the face of others, their worries and joys, their burdens and troubles, perhaps this can represent a first step to recover a sense of normality that the pandemic has made us lose.

Each of us lives on contact, hugs and physical touch, all of which give us back the meaning and value of our individual being, something we’ve all been missing! The hands, accustomed in the past to continuous exchanges of greetings, remain silent and idle, forced to an unnatural and tiring distance. Touching and being touched is what testifies to our radical openness to the world, our shared being with others. Hands also offer us a possible way for rebirth; we can relearn to touch each other and to recognize the original bond that makes us human. The hands can re-educate our sensitivity to the presence of others, to that fraternity that makes us attuned to the joys and hopes, sorrows and anxieties of people.

And then the space, the distance of at least one meter, that, as a ravine divides us from the body of the other. Covid has forced us to an unusual distance and to an absence that we had never experienced before. We no longer feel the scent or the warmth of others; we are immunized, protected and defended. The meeting is sterilized by any possible emotional and existential infection. It is perhaps the time to reorientate ourselves to relationships, not only physical but also existential. It is time to relearn the “art of companionship” and value the existence of the others, even if it is silent and humble. This is the appeal that social distancing represents for our days: building bridges beyond the ravine, connections beyond isolation.

We do not yet know who we will become tomorrow, but today we can choose to undertake a journey for an  inner healing. This will lead us to become men and women capable of deeper connection, altruistic contact and fraternal affinity.

Pensieri e Silenzi

ci serve solo un po’ di silenzio

Penso che talvolta ci serva solo un po’ di silenzio, un tempo di sosta, un periodo in cui sospendere la corsa continua e frenetica per prenderci del tempo vuoto, libero, disponibile per altro, per tutte quelle cose che la vita quotidiana non ci consente. Talvolta abbiamo solo bisogno di silenziare quelle voci che continuamente ci assalgono, quella fama di fare e di dire che sequestrano la nostra mente ed il nostro cuore. Ci serve ogni tanto saper fermare il treno, interrompere la sua marcia delirante per non sappiamo neanche bene noi dove. Perché, in fondo, è questo quello che accade: ti trovi iscritto ad una corsa di cui non conosci il premio né la meta, come se quel procedere frenetico e compulsivo fosse il senso del tutto.

Sì, ogni tanto ci serve silenzio, quel “vuoto” di cose e di parole capace di generare nuovi pensieri, nuovi sentimenti e nuove consapevolezze. “Natura vacuum abhorret”, la natura rifiuta il vuoto, dicevano gli antichi, sicché ad un pensiero passato ne deve seguire immediatamente un altro, ad una azione quella successiva, ad un progetto il seguente, in un susseguirsi perenne e spesso ripetitivo.  

Penso che invece, talvolta, occorra avere il coraggio di abbracciare quel vuoto che ci circonda, anzi, spesso lo dovremmo desiderare e ricercare come la più preziosa delle nostre guarigioni. Ci serve silenzio per rimettere la palla al centro, per ricalibrare progetti e sentimenti, per pesare i pensieri e trattenere solo quelli “severi”, per guardare con un po’ di distacco alla nostra esistenza e rimirare lo spettacolo delle nostre vite.

Ci serve silenzio per interrompere quella distrazione che ci fa sempre guardare altrove, che ci porta sempre lontano da dove siamo e da dove dovremo essere. Ci serve silenzio per riappropriarci della parola e delle punteggiatura, di quella pause e quelle sospensioni che non siamo più capaci di inserire nei nostri discorsi.

Ci serve silenzio per riabbracciare le nostre ferite, lenire le nostre piaghe, curare le nostre zone erronee; ci serve silenzio per trovare tempo, tempo per il nostro spirito, tempo per abitare l’Oltre, tempo per sentire ancora quella Nostalgia che ormai è straniera nelle nostre anime.

Ci serve solo un po’ di silenzio: un silenzio povero, mite, umile, dimesso e mansueto. Un silenzio che sia grembo fecondo, luogo in cui sanare quella sterilità che la frenesia moderna ci fa sperimentare.

Pensieri e Silenzi

bonaccia…

La saggezza del re Qoelet ci ricorda che “tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Ebbene sì: nonostante la nostra voglia di una perenne vicinanza e di una perpetua compagnia, la sapienza biblica ci educa ai sani tempi del distacco, della solitudine e della lontananza. Accanto ai tempi della lotta, della presa, del presidio, della difesa e dell’azione, viene pure il tempo della resa, della marginalità e dell’irrilevanza. Sono i giorni in cui l’euforia dell’impresa e l’entusiasmo dell’iniziativa lasciano il passo al grigiore della quiete, alla banalità della calma e alla seria fatica del silenzio. Sono i giorni in cui sulla tua barca soffia un vento debole e fiacco, incapace di gonfiare le vele e di mettere la barca in navigazione. Sono i giorni in cui la bonaccia rende pigro lo scorrere del tempo, come imprigionato in una gabbia di inutilità.   

Sono giorni che disorientano ed interrogano, spesso che turbano e inquietano, giacché vedi la tua esistenza come finita su un binario morto di una di quelle stazioni di periferia che nessuno considera. Il tempo è abitato da un vuoto che interpella e scuote. L’anima si gonfia di domande: che fare? Come uscirne? Come rientrare nel flusso scomposto e impetuoso della vita? Come ritrovare significanza e peso, presa e valore? Come recuperare protagonismo e centralità, orizzonti d’azione e di impegno? Sono molti i dubbi e gli interrogativi che ti frulla dentro… dove avrò sbagliato? In cosa avrò fallito? Cosa mi ha condotto qui?

Non trovi facili risposte pronte all’uso in questi tempi stanchi e monotoni. Nessuna replica, nessuna contromisura…

Eppure, nonostante tutto, una cosa ti appare chiara ed indiscutibile: ogni fuga sarebbe un errore, ogni tentativo di evasione da questo tempo “morto” una sconfitta ed un abbaglio. Non si fugge, non si scappa dal tempo della resa, non ci si sottrae alla fatica del silenzio. Non comprendi esattamente le ragioni della tua ostinazione e caparbietà, ma l’istinto ti suggerisce di non indietreggiare, di non mollare la presa, di non rinunciare alla lotta.

E così resisti, come una sentinella in attesa dell’alba, come una vedetta che attende il nemico comparire all’orizzonte, come quei naviganti che scorgono il cielo in attesa di venti nuovi e impetuosi.